Di Francesco Di Lorenzi
A pochi giorni dall’anniversario della scomparsa del grande leader socialista, avvenuta l’11 di giugno 1988, mi piace ricordare un gigante della nostra storia, un fondamentale protagonista di quella straordinaria gioventù che ha costruito, con coraggio e tenacia, superando incredibili difficoltà e sofferenze, le fondamenta della nostra democrazia, delle nostre libertà e del nostro vivere civile e che continua, a distanza di anni, ad irradiare di luce il ben più modesto percorso dei giorni nostri, dispensando ancora insegnamenti, esempi e coerenze che resistono, incredibilmente, al passare degli anni e delle generazioni.
Potrei scrivere per ore sulle tante vite di questo piemontese burbero quanto generoso, ricordando il suo intransigente antifascismo, la via dell’esilio forzato prima a Vienna e poi nell’affollata Parigi della seconda guerra mondiale, il ruolo centrale nella Resistenza, il carcere e la rocambolesca fuga da Regina Coeli, con l’amico e compagno Sandro Pertini, la presidenza dell’Assemblea Costituente, l’ambasciatore in Francia, il primo Presidente della Repubblica proveniente dalle file della sinistra o il convinto europeista ma, sulle colonne di un altro gigante come Camillo Prampolini, mi piace ricordare e sottolineare in particolare la figura del socialista, del leader politico, insieme a Pietro Nenni, che per decenni ha rappresentato il sicuro ed autorevole riferimento del socialismo italiano. E voglio farlo attraverso i suoi discorsi che, quasi sempre, sembrano riferirsi ai nostri travagliati giorni, tanta è l’attualità e la modernità che emanano.
Se pensiamo, per esempio, al quotidiano turpiloquio tra governo ed opposizione, fatto di insulti e di offese personali, come non possiamo non inchinarci di fronte a queste parole pronunciate davanti all’assemblea costituente, in un Paese ancora diviso e lacerato dalle profonde ferite della guerra civile:
” La democrazia non è soltanto un rapporto tra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della nazione, ma è, soprattutto, un rapporto fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani la democrazia esiste, dove sono inumani essa non è che la maschera di una nuova tirannide”.
Giuseppe Saragat ha avuto il raro dono della lungimiranza politica e l’onore e l’onere di aver scelto, sempre, la parte giusta della storia. Dall’aver capito in largo anticipo la natura reazionaria, violenta ed antidemocratica del fascismo nascente, alla condanna senza appello del nuovo totalitarismo comunista trionfante nell’est Europa, passando per un’incrollabile lealtà ed un’autentica adesione ai valori ed agli ideali del socialismo liberale, autonomista e democratico.
Molti hanno obbiettato che alla fine dei conti la montagna ha partorito il topolino e che principi così alti abbiano trovato il canale politico solo nella piccola realtà del Psdi, ma non è così. Intanto la coerenza e la fedeltà alla libertà e alla democrazia, senza ragionare in termini di tornaconto personale o, ancora peggio, elettorale, mettono ulteriormente in risalto le qualità etiche e morali dell’uomo Saragat, prima ancora del politico.
In secondo luogo il seme gettato con la dolorosa scissione di palazzo Barberini ha prodotto, negli anni, molto frutto, allontanando gradualmente il Psi dalla fallimentare politica frontista ed aiutandolo nella sua evoluzione verso la socialdemocrazia e verso la piena adesione alle istituzioni della democrazia liberale, senza se e senza ma. Infine, come più volte sottolineato dallo stesso Saragat, la presenza costante dei socialdemocratici in molti governi democristiani ha evitato, soprattutto nelle ore più convulse della nazione, un pericoloso scivolamento verso destra degli esecutivi, verso quelle derive autoritarie, sul modello della Grecia dei colonnelli, troppo spesso paventate come l’unica ancora di salvezza nazionale da molti settori dell’opinione pubblica. Queste le sue parole al xix congresso del Psdi nel marzo del 1982 e che rappresentano un perfetto bilancio della sua coerente e coraggiosa azione politica:
” Il politico che si volge a guardare il passato del quale è stato protagonista ha l’animo diviso tra la soddisfazione di poter dire “avevo ragione” e la tristezza che si prova quando l’opera a cui si accinge gli sembra incompiuta, insufficiente davanti alla gravità dell’ora presente. E questo provo, allorché ricordo i fatti che condussero alla nascita del nostro partito 35 anni or sono. Però a mitigare questa amarezza ci sono due considerazioni: la prima è di aver compiuto un dovere, la seconda, è di constatare che la grande maggioranza del Partito Socialista Italiano sotto la guida del compagno Bettino Craxi si pone sulle posizioni che sono sempre state le nostre”.
Posizioni solitarie e controcorrente che per molti decenni gli sono valse le accuse di tutto lo stupidario di una certa sinistra: dal socialfascista all’agente della Cia, dal nemico del proletariato al provocatore anticomunista. La realtà storica, al contrario, ci consegna la figura di un uomo libero, determinato e che mai si è allontanato dalla retta via della democrazia liberale; non ha avuto bisogno di Kruscev per capire la vera natura del “paradiso” sovietico, non ha promesso alle masse società irrealizzabili bensì riforme concrete ,sul modello delle migliori socialdemocrazie europee, per migliorare la vita di milioni di lavoratori. “Case, scuole, ospedali” amava ripetere, tuttora un manifesto della realtà e della vera giustizia sociale che tanto servirebbe anche a quelle sinistre di oggi che, incredibilmente, ancora rifiutano di inserire personaggi straordinari come Giuseppe Saragat tra i propri padri nobili! Eppure il prestigioso New York Times così commentava la sua elezione alla Presidenza della Repubblica:
”Gli italiani sono finalmente riusciti ad eleggere un Presidente ed un buon Presidente, un democratico di sinistra, amico dell’Occidente, amato e rispettato da tutti i gruppi politici, con l’eccezione delle due estreme. Quali che siano le vicende della sua elezione , e qualunque cosa possa ora accadere, il quinto Presidente d’Italia è una figura degna di essere a capo dello Stato in una grande e antica nazione”.
Valgano infine per noi queste sue parole, da militante pieno di passione ed ideali, per non mollare di un centimetro sulla difficile strada della ricostruzione di una forza socialista autonoma:
” Qualsiasi cosa accada, il popolo italiano ha il diritto inalienabile ad avere un vero partito socialista. Senza un partito socialista, non vi può essere autonomia nei confronti degli imperialismi stranieri, non vi può essere democrazia all’interno del Paese, non vi può essere giustizia sociale. Pane, pace, libertà”.

