Continuano le pessime notizie sull’andamento del nostro sistema sanitario. Basta consultare i dati preliminari sui LEA – Livelli Essenziali di Assistenza, diffusi pochi giorni fa dal Ministero della Salute: nel 2022 solo 9 Regioni su 21 hanno garantito le cure mediche essenziali, il resto (cioè oltre la metà) non ha raggiunto nemmeno il livello di sufficienza.
Il quadro, gravissimo, emerge dall’analisi di 3 macro indicatori: prevenzione, ospedali e territorio. Ben 12 tra Regioni e Province autonome non riescono ad assicurare uno standard minimo. Situazione peggiore rispetto al 2021.
Le Regioni più virtuose in tal senso sono Veneto (al primo posto), Emilia Romagna e Toscana. Fanno bene anche Lombardia e Provincia autonoma di Trento, seguite da Friuli Venezia Giulia, Umbria, Marche e Puglia.
Registrano insufficienze in almeno una delle 3 macro-aree la Provincia autonoma di Bolzano, la Liguria, il Lazio, l’Abruzzo e il Molise: tutte queste Regioni non raggiungono lo standard minimo di prevenzione. Ancora, sono insufficienti in ben 2 macro-aree il Piemonte, la Campania, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna: sono queste le Regioni dove la situazione è più critica.
Ma non basta: il 13 febbraio la Corte dei Conti ha inaugurato l’anno giudiziario 2024 col suo classico report sullo stato del Paese. Qui il testo completo: https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1707846413.pdf
A far male è questa affermazione: “Il SSN soffre di una crisi sistemica e non garantisce più alla popolazione un’effettiva equità di accesso alle prestazioni sanitarie”. La magistratura contabile continua: “La tendenza, ormai già da diversi anni, appare lenta ma costante: da un Servizio incentrato sulla tutela del diritto costituzionalmente garantito si è passati a tanti diversi sistemi sanitari regionali, sempre più basati sulle regole del libero mercato. E dopo aver sostenuto l’impatto della pandemia, il SSN soffre di una crisi sistemica accentuata dalla fuga del personale sanitario, non adeguatamente remunerato”.
Questa è l’orribile ma realistica polaroid della Corte dei conti sul SSN: “La spesa sanitaria è oggi, dopo la difficile fase pandemica, alla ricerca di nuovi equilibri. Nel 2022 seppur a tassi più contenuti dello scorso biennio, la spesa sanitaria ha continuato a crescere più delle entrate, ponendo le Amministrazioni di fronte alla necessità di dirottare al finanziamento del settore risorse aggiuntive per garantire l’equilibrio dei conti. Inoltre, guardando alla spesa pro-capite, si accentua la variabilità interregionale, mettendo in luce le diverse capacità di reazione legate alle caratteristiche dei modelli regionali”. Un serio allarme per i fanatici sostenitori dell’autonomia regionale hic et nunc.
E Viale Mazzini segnala altre criticità: “Si rilevano situazioni di inefficiente utilizzo delle risorse ospedaliere e di una generale inadeguatezza della rete territoriale. Gli indicatori degli accessi ai pronto soccorso, seppur diminuiti durante la pandemia, sono aumentati nuovamente nel 2021, evidenziando come in numerose realtà territoriali gli ospedali siano il principale (e a volte l’unico) punto di riferimento per l’assistenza. Eppure permangono le carenze di organico e si aggravano criticità nel funzionamento dei servizi di emergenza e urgenza”.
Nonostante ciò, il Ministro Schillaci continua a individuare nel solo “territorio” il punto debole del sistema. Dichiarazioni che rendono furente lo SNAMI (il sindacato autonomo dei medici italiani). Il suo presidente, Angelo Testa, ha replicato così al ministro della salute: “Pretendiamo il rispetto ed il riconoscimento del valore fondamentale della sanità territoriale, che ha rappresentato e continua a rappresentare un baluardo essenziale per la salute pubblica. Durante il periodo più acuto della pandemia, il personale e le strutture della medicina territoriale hanno operato in condizioni estreme (…) Questo sacrificio, compiuto in assenza di un supporto efficiente da parte della politica, non merita di essere minimizzato o peggio ignorato. La medicina territoriale colma le lacune di una politica sanitaria che non riesce ancora a garantire tempestività nell’accesso a diagnosi e visite specialistiche. La lentezza e l’inefficienza nell’erogazione di questi servizi essenziali costringono i cittadini a rivolgersi ai pronto soccorso per necessità che dovrebbero essere gestite al di fuori delle strutture di emergenza, con un conseguente sovraccarico di questi servizi e un uso improprio delle risorse”.
E cosa dire dell’entrata in vigore del nuovo Nomenclatore tariffario? Parliamo del nuovo tariffario per le prestazioni ambulatoriali specialistiche e protesiche, quello chiamato a sostituire il precedente, datato 1996. Questo nuovo Nomenclatore avrebbe dovuto applicarsi già dallo scorso 1° gennaio, ma ad oggi è stato già riprogrammato al 1° aprile. Ma attenzione! Fonti accreditate ne prevedono un’ulteriore procrastinazione fino al 1° luglio o addirittura al 2025. Perchè? Perchè “le nuove tariffe saranno un disastro per i pazienti, e le liste di attesa si raddoppieranno“. Così dice Virginio Bebber, Presidente dell’ARIS, l’associazione delle strutture gestite da enti ecclesiastici: “Le tariffe, cioè quanto è riconosciuto alle strutture che erogano gli esami, sono assolutamente inadeguate, irrealistiche e porteranno in futuro enormi problemi. Le visite specialistiche (cardiologiche, ortopediche, neurologiche, ecc.) sono tariffate a 22 euro, cifra del tutto insufficiente a coprire i costi del medico specialista, del personale infermieristico, del servizio di prenotazione, delle utenze e delle pulizie. Ogni visita genera una perdita minima di 25 euro. Col nuovo tariffario, molte prestazioni avranno tariffe che non copriranno neanche i costi diretti di produzione. In sintesi: è un sistema non sostenibile”.
Qualche esempio pratico? Per una biopsia microistologica mammaria la Vecchia Tariffa prevedeva 774 euro; invece la Nuova Tariffa ne prevede 429; la differenza costi/ricavi è di 345 euro, in perdita. Ancora: una casa di cura che nel 2023 ha erogato circa 37.300 attività radiologiche ambulatoriali, nel 2024 con la Nuova Tariffa per replicare l’identica prestazione dovrà sostenere una perdita netta di circa 67.400 euro. Sembra fin troppo chiaro che una nuova bufera sta per abbattersi sulle già pressate sponde della nostra Sanità.
E ancora una volta, a farne le spese sarà chi ha bisogno di assistenza.

