di Edoardo Crisafulli
Più navigo sui social media, più mi pare d’avventurarmi in acque melmose e puzzolenti. Dopo aver letto certi post demenziali resto esterrefatto.
Stento a credere che persone intelligenti possano scrivere simili bestialità; ancor più mi stupisce l’istinto del gregge che spinge legioni di “surfisti” a mettere un bel “mi piace” sotto la fake news carognesca di turno. Ormai è un fatto notorio: i social media, Facebook in particolare, sono una diabolica cassa di risonanza per bufale, bugie, panzane, menzogne.
Le quali hanno due scopi essenziali: gettare fumo negli occhi per creare caos e intimidire il nemico di turno. Anche tanti “surfisti in buona fede” ci cascano come pere cotte. I post sono come fiocchi di neve in una tempesta invernale: ti investono tutti assieme, non distingui più nulla, li leggi in un lampo e li riposti subito, senza riflettere.
La velocità è il tratto dominante del nostro tempo. Ma la politica seria non può vivere né prosperare senza riflessione pacata.
L’assassinio della verità
L’uso distorto dei social è figlio della distruzione dell’idea stessa di verità — anche quella storica, accertabile sulla base di fatti e documenti.
Il processo nichilistico e suicida cominciò decenni fa nelle università occidentali: secondo certi filosofi non esistono verità, ma solo narrazioni o interpretazioni. L’obiezione è semplice: quella massima perentoria, dogmatica, è una verità o solo un’interpretazione? Ricordiamo lo pseudo-storico Irving, che negava l’esistenza delle camere a gas.
Il concime di questo pensiero relativistico e pericoloso ha due nomi: l’odio antioccidentale — che coltiviamo con spirito suicida nelle nostre società libere — e l’ignoranza del metodo storico. L’unica arma che abbiamo è l’istruzione, grande amica della verità: non quella assoluta dei totalitarismi, ma quella “minimalista”, accertabile con metodo empirico e storico.
È la verità di cui parla Karl Popper, profeta laico della società aperta.
E anche ciò che sostengo qui può essere smentito con argomenti e fatti, in un clima di libertà.
Fatevi avanti!
Il falso Pertini “brigatista”
Circola ancora un post in cui si afferma che Sandro Pertini — il Presidente più amato dagli italiani, l’ex partigiano antifascista, il convinto assertore della democrazia — fosse, nel suo animo, un simpatizzante dei terroristi rossi: i sedicenti rivoluzionari comunisti che negli Anni di Piombo assassinarono vigliaccamente persone innocenti. Secondo il post, Pertini ebbe perfino la sfrontatezza di dichiararlo pubblicamente.
Eh sì, cari “surfisti” sprovveduti: questo sarebbe il vero Pertini che ammiravate, un nemico subdolo della democrazia nata dalla Resistenza!
“Diabolico”, appunto. Dal greco diaballein: accusare, ingannare, dividere. Il maligno semina zizzania.
E la menzogna è la sua arma preferita. Ma una bugia troppo evidente sarebbe facile da smascherare. Affinché la narrazione falsa sia seducente, si mescolano frammenti di vero a pezzi di falso — diamanti minuscoli tra zirconi spacciati per pietre preziose.
L’espediente più efficace è decontestualizzare parole e fatti.
Ed è proprio ciò che fu fatto con Pertini. Il quale, in effetti, disse: “Io le Brigate Rosse le ho conosciute: hanno combattuto con me…” Ma aggiunse ben altro.
Era il 1979. Avevo quattordici anni e ricordo perfettamente quel momento.
Poco dopo che le BR avevano assassinato Guido Rossa, sindacalista dell’Italsider, Pertini volle incontrare i camalli di Genova. Tra loro si nascondeva qualche simpatizzante dei terroristi rossi. Cercarono di farlo desistere, ma lui tirò dritto. Il suo intervento fu uno dei momenti più nobili della lotta dello Stato democratico contro la follia terroristica.
Nessun sofisma può giustificare la violenza politica in una nazione libera, sorretta da una Costituzione antifascista e pluralista. Pertini colpì al cuore il falso mito delle BR, che si spacciavano per eredi della Resistenza.
Svestiti i panni del Presidente e indossati quelli del “compagno socialista”, tuonò dal palco: “Io le Brigate Rosse le ho conosciute: hanno combattuto con me contro i fascisti, non contro i democratici. Vergogna!” Quelle parole furono una frustata morale. Distrussero i germi del terrorismo rosso che si insinuavano nelle fabbriche. Nessuna argomentazione sofisticata, nessun sofisma può giustificare la violenza a fini politici in una nazione libera, sorretta da una Costituzione antifascista, egalitaria, pluralista.
La lezione del “compagno Presidente”
Pertini non faceva sconti agli ambigui e agli ignavi. Condannava gli intellettuali radical-chic che con sussiego dicevano “né con le BR, né con lo Stato”.
Di fronte al terrorismo nessuna ambiguità è consentita: chi non si schiera con lo Stato di diritto e la democrazia parlamentare diventa, di fatto, un fiancheggiatore morale dei terroristi. La liberal-democrazia non è perfetta, ma è perfettibile.
Pertini, cresciuto nell’humus socialista di Turati e Matteotti, sapeva bene che la Rivoluzione bolscevica, invece, era una robaccia che non poteva migliorare: un apparato repressivo, una dittatura contro il popolo, alla cui sommità tramava un’oligarchia di criminali che preservava sé stessa con ogni mezzo immorale. La Rivoluzione bolscevica era scoppiata in nome di un’utopia malefica, quella marx-leninista, nemica del pluralismo e della libertà, traboccante odio di classe e velleità stragiste. Se quella presa del potere, con quelle premesse ideologiche aberranti, era sbagliata in una Russia semifeudale, come poteva ispirare la sinistra italiana negli anni Settanta e Ottanta?
Follia pura. Demenza politica. Oggi gli eredi di quella infausta stagione di violenza dicono: “né con l’Ucraina, né con Putin”. Complimenti per la coerenza!
Come nasce una menzogna virale
Strappare una frase dal suo contesto (sia il discorso completo, sia la cornice storica in cui viene pronunciato) equivale a sradicare una pianta da un terreno fertile per trapiantarla nella sabbia.
Ma la logica di Facebook è rovesciata: proprio le frasi decontestualizzate mettono radici e gettano germogli. Come capire, allora, quando una citazione è manipolata? Armatevi di santa pazienza. Studiate, documentatevi. Anche su Google, se volete, purché abbiate cultura e metodo. Ci sono frasi che vivono di luce propria — come certe piante grasse nel deserto – perché hanno la linfa vitale dentro. Non hanno bisogno di Facebook.
“Ama il prossimo tuo come te stesso”, ad esempio.
C’è chi ha la faccia tosta di dire che per “prossimo” Gesù intendesse solo i propri familiari e amici: l’esatto contrario di quel che dicono – chiaramente! – i Vangeli.
Altri casi sono più complessi e riguardano quasi sempre la storia.
George Orwell, socialista libertario che sperimentò sulla sua pelle lo stalinismo (nella Guerra Civile Spagnola) e il nazi-fascismo (trionfante in Europa occidentale fino al D Day, il 6 giugno 1944), l’aveva capito: “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.”
Teniamolo bene a mente.
Viviamo in una bolla: l’eterno presente. Per impadronirsi di questo presente, tutti i dittatori — rossi e neri — manipolano il passato, sperando di predeterminare il futuro. Non è forse vero che il consenso di Putin in Occidente nasce da una riscrittura del passato, capace di rovesciare la nozione stessa di verità storica e di fattualità oggettiva?
Purtroppo sui social media conta solo la coerenza della narrazione ideologica: chi è antiamericano o antioccidentale per partito preso non la metterà mai in discussione, anche se gli sbatti sotto il muso le prove più lampanti. Si pensi all’inesistente genocidio dei russi nel Donbass, all’inesistente accerchiamento della NATO, all’inesistente regime nazista di Kiev.
Qui domina l’invenzione della realtà.
In questo, Putin ha superato i suoi maestri del KGB. Gli fanno eco i propagandisti di fake news e menzogne che prosperano nelle democrazie.
Katyn, la verità e la memoria
L’Unione Sovietica fu un impasto di menzogne e corruzione. Ma Gorbaciov, pur non essendo uno stinco di santo, ebbe il coraggio della Glasnost — la trasparenza.
Il 13 aprile 1990 ammise la responsabilità sovietica per la strage di Katyn, che era avvenuta nel 1939, subito dopo la spartizione della Polonia fra Hitler e Stalin.
Io, classe 1964, avevo letto nei libri di scuola che erano stati i nazisti tedeschi.
Tra i venti e i trentamila polacchi — il nerbo della classe dirigente — furono trucidati dai sovietici per impedire la rinascita di una Polonia indipendente. Oggi una denuncia del genere, in Russia, è impensabile.
Gorbaciov è caduto in disgrazia, Stalin è tornato in auge.
Se la verità emergesse oggi, al tempo dei social, ad opera di storici intellettualmente onesti nell’Occidente libero, i fan europei di Putin direbbero che gli ufficiali polacchi non sono mai esistiti, o che li uccisero gli ucraini nazisti per ordine della NATO — che allora non esisteva.
Ridicolo: i documenti parlano chiaro.
Attenzione, però: è sempre più difficile separare il grano dal loglio.
La velocità dei social ha esacerbato le manipolazioni subdole, quelle che si nutrono di frammenti di vero per sostenere falsità assolute. La storia, ahimè, si ripete. Hitler aveva ragione su un punto: il Trattato di Versailles fu punitivo, e ignorò le aspirazioni delle minoranze di lingua tedesche al di fuori della Germania. Ma quel pezzetto di verità, posto al servizio di una narrazione nazionalista, guerrafondaia e antisemita, divenne veleno pestifero.
Stesso discorso vale per la minoranza russa nel Donbass. L’atto di far emergere qualcosa di reale dall’oscurità, dal nascondiglio in cui era stata cacciato – a-letheia, la verità, in greco antico significa disvelamento o rivelazione – finisce così per offuscare la verità stessa delle cose. Non fermiamoci mai alla superficie, dunque: che valore può avere una goccia di verità inghiottita da un mare di menzogna? Il poeta e artista William Blake, che rappresentò con straordinaria efficacia il Lucifero dantesco, ci ha regalato una massima su cui meditare: “Una verità detta con cattiva intenzione batte tutte le bugie frutto dell’invenzione.”


2 commenti
Grazie a tutti!
Bellissimo articolo, da salvare.