Uno pensa che il Salone del libro debba essere un ritrovo di gente gentile, rispettosa, sensibile, empatica. Così sono definiti i “lettori”, no? Ma manco per niente!
C’è da chiedersi cosa ci vengano a fare, queste orde barbariche di persone non meglio collocabili. E qui non si tratta di collocazione politica. Per carità.
Da secoli dicono che chi legge libri è per forza di Sinistra. Se così fosse, signore e signori, i sinistrorsi che occupano (oggi) gli spazi torinesi del Salone, meglio farebbero a cambiare pianeta. Non si vuole generalizzare, ma dopo aver studiato statistica è difficile non categorizzare la media e il trend di un evento. O di una massa. E la massa di visitatori della più grande fiera del libro d’Italia, definita tecnicamente Salone Internazionale, è mediamente arrogante, scostante, prevaricante.
Bello sarebbe aprirne un serio dibattito con qualche antropologo, e magari con qualche sociologo. Cosa accade ai consumatori di carta stampata? Cosa è cambiato, anche in quello che da sempre è (o meglio, era) considerato un mondo quasi ovattato, cordiale, solidale e, ripetiamolo, gentile?
Il capitalismo ha vinto anche in questo campo? O piuttosto si tratta del consumismo, fratello maligno del capitalismo, che ha trasmutato gli animi delle sue vittime preferite? Vittime che siamo, ormai, tutti.
Partiamo dal tono snob di chi arriva in ritardo alle conferenze e dice, a voce alta così lo ascoltano anche i muri: “mettiamoci dietro, siamo torinesi, a noi la prima fila fa un po’ senso“. Non merita commenti: sei solo in ritardo, demente. Non sei al congresso di Vienna.
E continuiamo con chi ti scavalca portandosi appresso le ginocchia: neanche un “mi scusi”, ovviamente. E poi si siede di traverso, coprendoti con le spalle metà della visuale sui relatori.
E cosa dire dei passeggiatori onirici, quelli che sembrano ancora nel tinello di casa loro ad aspettare la prima moka. Ti vengono incontro come zombie e ti tagliano la strada senza neanche vederti arrivare.
Sapete quali sono gli stand più affollati, alla fine della fiera? Quelli dei fumetti, dei manga, degli “anime”. Roba che i puristi definiscono spazzatura letteraria. Ma ahimè, tra tutti gli editori che avranno pagato una barca di soldi per occupare uno spazio anche modesto al Salone, di certo questi commercianti di prodotti orientali, emblema del consumismo massificante, saranno gli unici ad avere entrate superiori alle uscite.
E come loro, senza dubbio, non possono lamentarsi le grandi case editrici. Quelle sì che ci sono tutte, ma proprio tutte. Considerano l’appuntamento annuale del Salone del Libro come una vetrina imperdibile a garanzia della conservazione del proprio status. Come a dire: signori, ci siamo ancora. Dicono che stiamo morendo, ma è solo una fase di precoma.
Ma, almeno una nota positiva? Le conferenze, organizzate a tamburo battente. Isole felici dove gli autori incontrano i lettori. Questo sì che vale la pena del costo del ticket di ingresso a tutto il parco giochi (ticket sempre più esoso, di anno in anno. Ma è il mercato, bellezza!).
In teoria, entrando alle 10 e uscendo alle 21, chiunque potrebbe riuscire ad ascoltare almeno una quindicina di scrittori. Senza osare fargli domande però! Gli organizzatori non lo prevedono. O non lo consentono…a seconda della malafede di ciascuno.
Chi scrive, però, malafede non vuole averne. Però che malinconia quelle piccole librerie di una volta, dove il librario ti riconosceva appena accennavi il Buongiorno all’entrata, e da un solo sguardo capiva cosa stessi cercando….
Che tenerezza, quelle edizioni Anni 80 dove in ultima pagina trovavi perfino l’indirizzo della casa editrice, che ti invitava a porre domande direttamente all’autore, se ne avessi avuto voglia…
Cambiano i tempi, cambiano i lettori, cambiano gli scrittori. Ma la lotta al consumismo deve restare viva, anche e soprattutto tra le pagine di un libro. Si spera.

