Premessa
Analizzando l’ambito in cui si verificarono le scomparse di Emanuela Orlandi, Mirella Gregori, Rosa Silla e altre 42 ragazze, insieme agli omicidi di Josè Garramon, Katty Skerl, e molte altre donne, ci siamo immersi negli ambienti criminali legati alle varie organizzazioni mafiose, all’eversione nera, alla criminalità locale e agli ambienti legati al mondo dello spettacolo, con riferimenti al sesso e alla pedo-pornografia.
Questi contesti sono direttamente collegati e intrinsecamente connessi con le sfere dell’eversione nera, della massoneria, del mondo della politica, dell’industria e della finanza, nonché del Vaticano e dei Servizi Segreti nazionali ed esteri.
Perseguendo nell’attività di ricostruzione storico-sociale della Roma in cui si verificarono i sopracitati casi di scomparsa e omicidio, introduco la controversa figura degli ex coloni libici rientrati in Italia, e il ruolo che alcuni di essi assunsero in un periodo tanto complesso quale fu quello inaugurato con la Strategia della tensione e che si prolunga fino alla prima metà degli anni ’80 e che indichiamo sotto il nome di Anni di Piombo.
L’Italia “potenza” coloniale
La colonizzazione italiana comportò la conquista di spazi e culture diverse e proiettò una nuova dimensione dell’Italia oltre i suoi confini territoriali. La conquista coloniale richiese un ripensamento dei concetti spaziali riguardanti l’Italia e il Mediterraneo, nonché il suo rapporto con l’Est e il Nord Africa.
La costruzione della nazione italiana si sviluppò parallelamente all’avvio della politica coloniale e le colonie giocarono un ruolo cruciale nella creazione dell’identità nazionale. L’analisi delle riviste geografiche aiuta a comprendere come la conoscenza geografica abbia contribuito a creare una coscienza coloniale, producendo una visione spaziale che giustificava l’occupazione di altri territori.

Al netto di licenziose concessioni e immotivati romanticismi, la neonata Italia non ha una rodata e consolidata esperienza organizzativa; non è infatti in grado di gestire le problematiche e le agitazioni che scuotono la penisola, figuriamoci una colonia. Il colonialismo, paradossalmente, ebbe anche funzione di sedativo delle sempre più frequenti rivolte contadine, inaugurate nel 1868 con i Moti del Macinato che dalle aree del polesine discendono lo Stivale che, al contempo, è risalito dal fenomeno del brigantaggio.
La tensione colonizzatrice italiana è dunque sostenuta da motivazioni di natura internazionale e, al contempo, da esigenze nazionali.
Con la promesse di grandezza, a partire furono le classi più disagiate, affiancate da confinati di diversa natura; a questi si aggiunse un piccolo nugolo di ricchi industriali, attratti dalle potenzialità speculative di quei territori.
Italiani, brava gente!
Accanto a disperati e delinquenti, fu proprio la ristretta cerchia di scaltri capitalisti a determinare lo stile che caratterizzò l’occupazione italiana. Noncuranti del benessere e dei futuri vantaggi di un’azione comprensiva di politiche produttive, volte a considerare le necessità di sviluppo e di salvaguardia identitaria delle popolazioni sottomesse, questi capannelli di cinici faccendieri, sostenuti dalle pessime politiche di intervento varate da Roma, sancirono la tipologia di colonizzazione che caratterizzò l’Italia.
Il Bel Paese nelle colonie e, successivamente, nelle terre di Jugoslavia, Grecia e Albania, conquistate dall’esercito fascista, non ci fu mai una dominazione vera e propria. L’opposizione agli stranieri, supportata dalla continua guerriglia e da innumerevoli episodi di rappresaglia, fecero si che, nei fatti, non è possibile parlare di vera e propria colonizzazione ma solo di precaria occupazione.

Un’occupazione ottenuta con la violenza: le azioni delle forze armate italiane dopo l’Unità d’Italia sono state macchiate da episodi controversi. Durante il periodo coloniale, gli scontri in Etiopia e Libia hanno suscitato pesanti accuse di brutalità e abusi, inclusi rapporti di uso indiscriminato di armi chimiche e gravi violazioni dei diritti umani.
In Libia, si verificò il Massacro di Sciara Sciat nel gennaio 1911, con un attacco delle truppe italiane a Sciara Sciat (attuale Sidi Garba), causando la morte di circa 200 libici. Successivamente, negli anni ’30, si ebbe il Massacro di Cirenaica, dove l’esercito italiano rispose alla resistenza libica con rappresaglie violente, causando la morte di migliaia di libici, anche se le cifre esatte delle vittime sono ancora oggetto di controversie. Durante la Seconda Guerra Mondiale, per mano delle truppe italiane sono numerosi gli episodi critici di abusi e violenze in Grecia, Albania e Jugoslavia.
Italiani di Libia
Gli italiani trasferitisi in Libia in diverse epoche si distinsero per necessità e momenti di stabilimento. Famiglie stabili fin dall’inizio del XX secolo si unirono a nuovi arrivi negli anni ’30.
Gli italiani, migrati dalla Libia, ebbero il loro picco di rimpatrio post Seconda Guerra Mondiale, concentrato principalmente nel 1970, all’ascesa di Gheddafi, fautore del movimento panafricano.

La politica di Gheddafi portò all’espulsione degli italiani dalla Libia, con la conseguente perdita di proprietà, attività commerciali e terre, generando un distacco traumatico per la comunità italiana presente in Libia.
Le famiglie italiane nella colonia libica si distinsero per le esigenze e il contesto in cui si stabilirono. Le unità stabilite fin dall’inizio del XX secolo si unirono a nuovi arrivati negli anni ’30, permeati da nuove ideologie riguardanti la razza e la presunta superiorità genetica italiana.
Concentrandosi sui coloni che trassero beneficio dal colonialismo, trovarono ruoli di rilievo soprattutto nell’edilizia, partecipando alla costruzione di infrastrutture e strade. Per molti di loro, la guerra non fu un ostacolo, bensì un’opportunità, specialmente nel settore commerciale e nella gestione del traffico mercantile.
Al loro rientro in Italia dalla Libia, alcuni potrebbero aver trovato successo economico in specifici settori. Le esperienze individuali variano ampiamente, rendendo spesso complessa la correlazione tra il ritorno dalla Libia e il successo economico, influenzato da molteplici fattori personali e situazionali.
La guerra come opportunità
L’esperienza degli italiani in Libia durante la Seconda Guerra Mondiale fu complessa e intrisa di interessi strategici e commerciali. La Libia rappresentava una risorsa vitale per l’Asse, principalmente per la sua posizione geografica e per i ricchi giacimenti di petrolio, fondamentali per l’Italia e le forze in guerra.
Questo periodo storico ha evidenziato il ruolo cruciale della colonia nel sostegno alle attività belliche. Il petrolio libico rappresentava una fonte primaria di energia per l’Italia e per l’Asse, diventando un bene strategico di primaria importanza.

Tuttavia, non solo il petrolio, ma anche altri prodotti come materiali agricoli e minerali strategici, quali metalli e gomma, sono stati oggetto di traffici commerciali. Questi beni erano essenziali per alimentare l’industria bellica e sostenere la produzione di armi e macchinari.
Nel contesto della guerra, alcuni individui potrebbero aver tratto vantaggio da questi traffici, sfruttando le connessioni, le risorse e le opportunità emergenti. Alcuni potrebbero aver organizzato il contrabbando di materiali strategici o beneficiato delle fluttuazioni dei prezzi, ottenendo profitti significativi. .
Le circostanze variano ampiamente e l’arricchimento potrebbe essere stato determinato da una combinazione di fattori, come le connessioni politiche, le opportunità di mercato e le risorse accessibili durante quel periodo storico. La situazione è intricata e dipende da una molteplicità di variabili che hanno influenzato le dinamiche economiche durante la guerra.
Elite ex-libica, cemento e mal d’Africa
Quel manipolo a cui ci riferiamo, parlando di elitè ex-libica, al pari del resto della comunità rimpatriata, si fece comunità nella comunità, la cui tendenza era quella di collaborare, lavorare, ma anche vivere raggruppati. A Roma questi potenti e facoltosi imprenditori andarono a stabilirsi, non senza una certa ironia, nel Quartiere africano, fino al Quartiere Trieste. Una buona percentuale, invece, si stabilì all’Eur mostrando più che un Mal d’Africa, una certa nostalgia del Regime.

L’attività prescelta fu sostanzialmente la medesima di quella praticata in terra coloniale: l’edilizia; con una indiscutibile preferenza per la forma cooperativa, rispetto all’impresa privata, in questo modo riuscivano a far combinare più fattori di interesse. Ben sappiamo che in riferimento alle cooperative edilizie potremmo dire molto, e lo diremo, ma in un successivo scritto essendo questo un tema assai complesso.
Il mondo degli imprenditori ex coloni libici entrò a pieno diritto nel gruppo che, proprio in relazione al genere di attività svolta, venne riso soprannominato dei palazzinari. I palazzinari ex-libici godevano come gli altri, ma forse in forma ancora più significativa, di importanti contatti r relazioni con il mondo dell’Industria e della Finanza ma, soprattutto, della politica, della criminalità, e della massoneria.
Spesso e volentieri le loro attività esulavano dalla stretta edificazione di immobili, mattone su mattone, dedicata più ad allungare i propri tentacoli in ambienti grigi, ma sarebbe più indicato l’utilizzo del termine “neri”; realtà con cui i rapporti erano stati in tessuti e consolidati nel corso degli anni. La partecipazione in attività illecite permise loro un’affermazione che potremmo definire anche sociale. Al ferro e al caucciù andarono preferendo via via armi, petrolio ma soprattutto quelle sostanze stupefacenti che assunsero la parte del leone nel corso di tutti gli anni 70 e 80.
Si fa presente che questi affaristi, fin dall’avvento del regime fascista intuiscono il carattere burocratico e corruttivo del totalitarismo mussoliniano, e ne colgono le potenzialità, iniziando il loro radicamento in campo edilizio a partire dalla seconda metà degli anni venti, e consolidandolo nel corso degli anni ’30.

I più spregiudicati in questa categoria, non si limitarono a speculazione in campo immobiliare ed edile, ma spaziano in più ambiti, utilizzando spesso le cooperative o le piccole srl aperte e chiuse frequentemente, di difficile tracciabilità. Tramite queste società venivano ripuliti i proventi di altre attività illecite collegate soprattutto allo scambio navale di tipo mercantile, che vede il suo punto di riferimento romano nel porto di Ostia. Quivi si sviluppano tutta una serie di attività criminali, proseguo di un certo tipo di attività mercantile che, come abbiamo già visto sì sviluppa durante il conflitto mondiale che permise loro di instaurare una serie di rapporti stabili e duraturi con ambienti anche diversi da quelli dello Stato. È così che si registrano veri e propri episodi di Import-Export come quello di armi e rifiuti in uscita, e di droga e petrolio in entrata.
Ex-Libici e massoneria
Assolutamente peculiare è il rapporto stretto tra gli ex Coloni libici e il mondo massonico. Infatti, la massoneria italiana in Libia, ha origini ben precedenti a quello che possiamo immaginare. E infatti Nella seconda metà del XIX secolo che sorge la prima la suoneria italiana di Libia, argomento trattato anche dalla professoressa Emanuela Locci, studiosa di storia della massoneria, alle cui parole mi affido:
«la massoneria italiana era presente in Libia ben prima della corsa alla colonizzazione, che l’Italia è intrapresa in quelle regioni all’inizio del Novecento. L’istituzione era una delle manifestazioni della presenza italiana nel territorio, una sorta di avamposto della italianità all’estero. Non a caso le logge furono sempre fondate nelle città o nei centri più importanti dove era più forte la presenza dell’Italia. Al loro interno si raccoglievano gli esponenti della locale comunità italiana e non furono mai registrate iniziazioni di autoctoni. La prima loggia dipendente dal Grande Oriente d’Italia, chiamata Stella africana fu fondata a Tripoli nel 1862 essa»
La massoneria italiana in Libia ebbe origine nella metà del XIX secolo con la Loggia Stella Africana nel 1862 a Tripoli. Tuttavia, questa esperienza fu breve e terminò nel 1872. Successivamente, nel 1887, nacque un’altra loggia, Cirenaica, sempre a Tripoli. Nel 1900, venne fondata la Loggia Vigilanza, demolita alla fine del 1902.
Con l’occupazione italiana, nel 1903, emerse la Loggia 5-8 Ottobre, seguita dalla Loggia Asegure nel 1913 e dalla Loggia Leptis Magna, rinominata Loggia 5 Ottobre Leptis Magna nel 1921, diventando una delle più importanti della comunità italiana in Libia.

Altre logge come la Loggia Cirene a Bengasi nel 1914 e diverse logge fondate dalla Serenissima Gran Loggia d’Italia, come la Loggia Onore e Giustizia nel 1918 a Tripoli, ampliarono la presenza massonica. Queste logge, pur appartenendo all’obbedienza di Piazza di Gesù, coinvolgevano esclusivamente la comunità italiana, operando nei principali centri urbani. La storia della massoneria italiana in Libia, nonostante le persecuzioni fasciste, rappresenta un elemento significativo nella comunità italiana all’estero.
Italiani di Libia monarchici e eversivi
Gli italiani che si insediarono in Libia durante la monarchia o il regime di Mussolini, soprattutto coloro che stiamo esaminando, confluivano prevalentemente verso l’estrema destra, l’ala monarchica e portavano spesso una fervente fede cattolica. Maestri nell’arte della distinzione, vivevano in prossimità degli autoctoni musulmani senza abbracciare convivenze, alimentando un marcato anti-islamismo.

Questi coloni, lontani dalla madrepatria, coltivavano una sorta di culto per l’Italia imperiale. Tuttavia, l’adesione al regime fascista, soprattutto tra coloro che sarebbero diventati i magnati delle costruzioni, era meno una questione ideologica stringente e più un riflesso dei contorni peculiari del regime, affini ai loro interessi quali corruzione e clientelismo.
L’Italia del secondo dopoguerra subiva un’insistente pressione anticomunista, affliggendosi del partito comunista più nutrito numericamente. Si temeva che la memoria del fascismo potesse scatenare inversioni politiche indesiderate. I servizi segreti americani, in concerto con i loro omologhi italiani, s’intrecciavano con fazioni mafiose e gruppi dell’eversione nera, manovrando per evitare qualunque virata, f socialista.
In questo contesto, l’elezione del primo Papa non italiano, il vigoroso polacco Carol Wojtyla, contrapposto con determinazione ai regimi legati all’URSS e fautore del sindacato anticomunista polacco Solidarność, assumeva un ruolo cruciale. Le strategie orchestrate dai servizi segreti americani comprendevano l’Operazione Gladio, nonché un presunto Golpe Borghese, all’epoca minimizzato ma reinterpretato oggi, e attribuibile a un tacito accordo tra ai servizi segreti, a fazioni mafiose, dell’estrema destra, della massoneria e di frange dell’esercito. Una commistione che, anche se non abbiamo ancora elementi e dati certi, può suggerire una possibile implicazione anche in episodi drammatici della storia contemporanea, da Brescia a Bologna.

Tra gli artefici di questa drammatica scena emerge il principe Francesco Alliata di Montreale, artefice della loggia massonica Mediterranea, covo di numerosi italiani della Libia. Tra questi spiccava Aldo Accetti, personalità di rilievo legata ai servizi segreti, dissidente delle politiche del Patto di Varsavia. Questa trama intricata tra estrema destra, massoneria e apparati d’intelligence rappresentava una rete d’influenza, intrecciando sottili connessioni e relazioni nei momenti più critici della storia italiana.
Conclusioni
Quello degli italiani ex Coloni libici è un fenomeno tuttora da indagare, presenta aspetti peculiari caratterizzati da una profonda interconnessione all’interno di queste comunità dove, però, al contempo, persistono antiche frizioni e ataviche competizioni frutto della corsa al fazzoletto di terra migliore. Anche l’aspetto massonico, in questa comunità, non è secondario. Come abbiamo visto è arrivata prima la massoneria degli italiani in Libia e questo è un carattere particolare come particolare saranno le forme massoniche, molto impregnate di esoterismo, che unirono le famiglie colonizzatrici.
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