Premessa
Nell’ultimo anno, complice l’istituzione della Commissione bicamerale d’Inchiesta sulla sparizione di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, il tema delle numerose giovani, tutte minorenni, scomparse da Roma tra il 1982 e il 1983, è stato oggetto di molteplici dibattiti, approfondimenti e anche studi e analisi condotti da professionisti ed esperti. Tuttavia, a oggi, il quadro tracciato risulta piuttosto confuso: le informazioni diffuse si sono sovente rivelate inesatte e le conclusioni tratte dai vari soggetti che hanno affrontato l’argomento, divergenti.
Sono queste le principali ragioni per cui, in sinergia con il dottor Armando Palmegiani, abbiamo dato vita a un gruppo di lavoro composto da una trentina di studiosi di variegata provenienza e competenza, accomunati dall’interesse per la ricerca investigativa. L’obiettivo è esaminare la questione delle giovani scomparse, adottando un approccio pragmatico, privo di suggestioni influenzate dalla sovraesposizione mediatica e dalla notorietà dei casi Orlandi e Gregori.
La documentazione
La documentazione di partenza è costituita da un elenco di 177 ragazze, richiesto dal Sostituto Procuratore dr. Domenico Sica e stilato dalla Divisione della Polizia Giudiziaria della Questura di Roma, recante data 23.08.1983. All’elenco, che copre un arco temporale dall’agosto 1982 al luglio 1983, sono allegati 89 verbali di denunce di sparizione.
Secondo quanto riportato dal documento, di queste 177 minori scomparse, 135 sarebbero state rintracciate, di 41 non si avrebbe più notizia, e di una giovane non sarebbe stato possibile stabilire l’ipotetico rientro a causa dell’allontanamento dell’intero nucleo familiare.
Prima di procedere con l’indagine, abbiamo dovuto inizialmente prendere atto di alcune incongruenze sostanziali e difetti contenutistici della documentazione originaria, apportandovi le necessarie correzioni e modifiche. Da un’attenta lettura dell’elenco, abbiamo accertato che in tre casi la minore indicata risultava duplicata a causa di un’errata trascrizione del nominativo nei primi due casi, della data di sparizione nel terzo, riducendo il numero complessivo da 177 a 174 di cui 134 rintracciate e 40 non localizzate.

Errori analoghi, a cui dobbiamo aggiungere altri riguardanti l’indicazione del luogo di nascita o di sparizione, sono presenti in maniera non trascurabile, soprattutto quelli relativi alla data in cui le minori avrebbero fatto perdere le proprie tracce che abbiamo verificato mediante il confronto tra i dati inseriti accanto a ogni nominativo nella lista e quelli riportati nei verbali di denuncia.
Rispetto a quanto appena esposto, è doverosa una prima considerazione: il numero di denunce in nostro possesso è notevolmente inferiore rispetto ai nominativi dell’elenco e, nella maggior parte dei casi, corrispondono a giovani successivamente rintracciate. Ciò non ha consentito dunque la completa comparazione e confronto dei dati disponibili che, per le ragazze sprovviste di verbale di denuncia, ha sancito l’impossibilità di stabilire con margine di certezza, sia l’effettiva identità e provenienza, sia l’esatto momento e luogo della sparizione.
L’errore che appare con maggior frequenza nell’elenco del 23-08-1983 consiste nel confondere la data reale della sparizione con quella della presentazione della denuncia. Un equivoco che, sebbene possa sembrare trascurabile nell’ambito delle indagini avviate contestualmente agli eventi, diventa invece cruciale qualora la ricerca venga intrapresa successivamente. In simili circostanze, si rischia infatti di trascurare gli accadimenti antecedenti alla denuncia, ossia quelli realmente contestuali alla sparizione che, nei casi di persone scomparse, ben sappiamo, costituiscono gli elementi più significativi e determinanti per orientare le indagini verso un esito efficace.
Un’ulteriore criticità risiede nell’impossibilità di individuare con precisione il luogo in cui sono sparite le giovani indicate come ‘non rintracciate’. Per la maggior parte di loro manca un verbale, e l’unico riferimento geografico disponibile è il distretto in cui è stata presentata la denuncia, che non coincide necessariamente con la zona di residenza né con l’ultimo luogo in cui la minore è stata vista.
Muovendo da questi presupposti, possiamo fornire un quadro pressoché puntuale rispetto a tutte le ragazze rintracciate allora e attualmente. Quanto riguarda le altre, i dati e le informazioni si fanno più incerti, impedendoci di indicare un numero preciso di giovani effettivamente scomparse e non rintracciate nella città di Roma, per l’anno che parte dall’agosto 1982 e termina, di fatto, nell’agosto 1983.
La causa di questa aleatorietà non può essere rintracciata unicamente nel deficit informativo conseguente alla mancanza delle rispettive denunce di sparizione, né nell’incertezza dei dati trascritti nell’elenco stilato dalla Divisione della Polizia Giudiziaria, ma anche, o forse soprattutto, nell’assenza di attenzione da parte degli organi di informazione. Non siamo infatti stati in grado di rinvenire alcun articolo o appello dedicato a queste giovani, esclusi un paio di casi a cui sono state riservate alcune righe.
Tra i diversi tentativi di verifica, sono stati consultati i necrologi pubblicati sulle testate locali e su un’app dedicata, sono state vagliate le richieste e le dichiarazioni di morte presunta pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. Si è inoltre cercato di risalire a eventuali tumulazioni presso i cimiteri capitolini, ma senza esito, poiché la prassi prevede il rilascio delle informazioni contenute nei registri cimiteriali solo a fronte dell’indicazione sia della data di nascita sia di quella di morte. Circostanza impossibile da soddisfare, dal momento che si tratta proprio di accertare se un decesso sia effettivamente avvenuto.
I nostri numeri
Il primo traguardo individuato è stato, com’è naturale, quello di determinare una stima quanto più vicina alla realtà delle giovani mai ritrovate. È opportuno precisare che il totale delle irreperibili riportato nel documento redatto nel 1983 si rivela intrinsecamente inattendibile. Occorre infatti considerare che l’intervallo tra l’ultima sparizione registrata (4 agosto 1983) e la data in cui il rapporto venne compilato su richiesta del sostituto procuratore Domenico Sica risulta troppo esiguo per poter rappresentare un indicatore attendibile di allontanamento conclamato.
A ciò si aggiunga il fenomeno, piuttosto ricorrente, delle denunce mai formalmente ritirate e delle omesse comunicazioni da parte dei familiari riguardo al rientro o al ritrovamento della minore, circostanze che hanno di fatto determinato la permanenza di queste adolescenti negli elenchi delle persone scomparse.
I social network, Facebook in particolare, si sono dimostrati strumenti di notevole utilità operativa nella fase di verifica delle minori indicate nell’elenco come “non rintracciate”. L’attività di analisi condotta sulle informazioni disponibili nei profili pubblici ha consentito di risalire con un grado di attendibilità prossimo alla certezza all’identità di un numero significativo di soggetti, anche in assenza di interlocuzione diretta.

L’esito positivo di tali riscontri è stato ottenuto attraverso una serie di match su indicatori anagrafici e relazionali: corrispondenza della data e del luogo di nascita, presenza di nominativi familiari, oppure, nei casi in cui era acquisito anche il verbale di denuncia, elementi descrittivi a forte valore identificativo, come nel caso di una giovane affetta da ipoacusia.
A conclusione dell’intero processo di revisione, sono risultate rintracciate 134 ragazze già nel 1983 e ulteriori 11 attraverso il lavoro di questo gruppo d’indagine, per un totale di 145 posizioni verificate. Rimangono invece 17 i casi per i quali, nonostante le verifiche, non è stato possibile risalire a un’identità certa, mentre 12 posizioni sono attualmente in fase di accertamento.
Questi dati ci permettono di osservare come il numero di ragazze scomparse a Roma dall’agosto del 1982 fino all’agosto del 1983 risulti, alla luce delle verifiche in corso, significativamente ridimensionato rispetto alle cifre che spesso vengono riportate in modo improprio. Tuttavia, se la nostra indagine in corso sui nominativi ancora indicati nella lista del 1983 come “non rintracciate” dovesse confermare l’attuale quadro, che si attesta su diciassette casi non risolti, ci troveremmo comunque di fronte a un dato tutt’altro che marginale. Una soglia prossima alla ventina, pur rappresentando una riduzione sensibile rispetto alle numerazioni talvolta diffuse, resta comunque motivo di seria attenzione e riflessione.
Va inoltre considerato che, tra queste undici da noi rintracciate, vi sono ragazze di cui abbiamo ricostruito l’identità e, in alcuni casi, stabilito anche un contatto diretto. In tali situazioni, la permanenza nella lista delle scomparse appare imputabile all’omessa comunicazione del rientro da parte del denunciante, piuttosto che a un reale stato di irreperibilità. A questa condizione si affianca un insieme distinto ma complementare: quello delle scomparse mai denunciate. In numerosi casi, infatti, le famiglie, per motivi legati al contesto culturale e al costume dell’epoca, scelsero di non rivolgersi alle autorità. È accertato che, tra i motivi più frequenti, vi fosse il consumo di stupefacenti da parte della figlia, un fenomeno in espansione in quegli anni, soprattutto per quanto riguarda l’uso di eroina. La scelta di tacere, alimentata dalla vergogna, dalla paura del giudizio sociale o dalla rassegnazione, ha sottratto molti allontanamenti alla conoscenza delle istituzioni.

A completare il quadro, si aggiungono alcune posizioni ormai definite a seguito di decesso. Claudia F. fu trovata senza vita pochi giorni dopo la denuncia di scomparsa, nel 1983. Roberta T., secondo le informazioni acquisite, è deceduta nel 2007 per cause naturali, apparentemente legate a una malattia. Il caso di Lina D. N. presenta una dinamica più complessa: scomparsa da Sabaudia nel 2009, il suo corpo venne ritrovato alcuni mesi più tardi in un canale nei pressi di Molella. Le indagini successive hanno portato all’arresto di un cittadino indiano, accusato di averne occultato il cadavere. Risulta invece senz’altro rintracciata Joanna S., il cui nome ricompare anni dopo, nel 1990, in relazione a un nuovo episodio di scomparsa, circostanza che prova in modo inequivocabile l’avvenuto ritorno a casa dopo la prima denuncia.
Va inoltre precisato che, nei casi in cui l’identificazione è stata possibile grazie a riscontri anagrafici e relazionali, la mancata comunicazione formale del rientro da parte del denunciante, per dimenticanza, disinteresse, distanza affettiva o altre ragioni, non incide sul dato delle ragazze tuttora irreperibili, ma semmai lo riduce, contribuendo a chiarire ulteriormente la reale portata del fenomeno.
Le ragazze scomparse, il Vaticano e altre fantasie
Come più volte evidenziato, l’elenco delle minori scomparse prende forma nel contesto dell’indagine avviata in seguito alla sparizione della cittadina vaticana Emanuela Orlandi, su richiesta del dottor Domenico Sica. Il magistrato, subentrato per ragioni mai formalmente chiarite alla dottoressa Margherita Gerunda, decise di distogliere l’attenzione dall’ambito relazionale e sessuale per indirizzare le investigazioni lungo la traiettoria dell’intrigo internazionale, ispirato dalle tensioni geopolitiche della guerra fredda e dai contrasti tra il blocco occidentale e i Paesi oltre la Cortina di ferro: la cosiddetta pista bulgara.
Questa direttrice d’indagine, ancora oggi funzionale a chi intende preservare determinate zone d’ombra, fu la prima di una lunga sequenza di ipotesi e depistaggi che, in forme e gradi diversi, hanno finito per lambire la Città del Vaticano e alcuni tra i suoi esponenti più autorevoli, Sommo Pontefice incluso.
All’interno di questo quadro, anche le adolescenti scomparse nel corso del 1983 finiscono per riflettere quel clima di opacità e ambiguità. Anzi, ne divengono strumenti, poiché nessuno si farà mai carico di esaminare a fondo le loro vicende o di indagarne le sorti. La loro funzione resterà subordinata al sostegno dell’una o dell’altra congettura formulata a proposito della scomparsa di Emanuela Orlandi e, in misura decisamente minore, di Mirella Gregori.
In particolare, queste giovani vengono evocate come presunta prova del coinvolgimento della Santa Sede, attraverso due ipotesi tra loro diverse, ma accomunate dall’assenza assoluta di qualsiasi riscontro documentale. Più che infondate, sarebbe corretto definirle per ciò che sono: false.
La prima ipotesi vorrebbe localizzare, sul piano territoriale, la maggior parte delle ragazze scomparse nei pressi delle Mura Leonine. Si tratta di un’affermazione priva di fondamento. Se chi la formulò si limitò, forse in buona fede, a rielaborare i dati contenuti nella documentazione redatta dalla Polizia nell’agosto del 1983 secondo un criterio puramente quantitativo, senza procedere ad alcun confronto o verifica, chi successivamente ne ha diffuso le conclusioni ha rinunciato ad ogni dovere di controllo, contribuendo alla diffusione di credenze erronee che nulla aggiungono alla comprensione storica di questi casi irrisolti.

Accertato che il numero complessivo delle minori scomparse da Roma nel periodo in oggetto non supera le ventuno unità – dato che potrebbe subire ulteriori riduzioni, alla luce delle verifiche attualmente in corso – si è proceduto alla loro collocazione sulla mappa. Escluse Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le cui scomparse rappresentano purtroppo una tragica certezza, per le altre si è dovuto far riferimento, in assenza dei relativi verbali, al distretto presso il quale fu sporta la denuncia, con la prudente ipotesi che la residenza coincidesse con il territorio di competenza.
La mappa qui presente riporta, in linea d’aria, le distanze tra i domicili attribuiti alle giovani attualmente non rintracciate e il territorio della Città del Vaticano. Ne risulta una constatazione inequivocabile: non esiste alcuna correlazione geografica tra queste sparizioni e la Santa Sede. Sulla base dei nostri approfondimenti, solo due giovani si collocano in una posizione di prossimità rispetto lo Stato Vaticano.
La prima, la cittadina vaticana Emanuela Orlandi, è vista per l’ultima volta il 23 giugno 1983, in Corso Rinascimento, che dalla città papale dista 1200 m in linea d’aria, che diventano circa 1600m. effettivi, percorribili in 20 minuti. La seconda giovane è Federica B., scomparsa il 3 luglio 1983 da Monte Mario, a 2500m in linea d’aria da Porta Pertusa, l’ingresso vaticano più vicino. La distanza effettiva è calcolabile in circa 3200m, una passeggiata di 40 minuti.

Non credo sia necessario soffermarsi oltre su questo aspetto. Il solo colpo d’occhio è sufficiente a comprendere che l’ipotetico punto in comune delle ragazze scomparse non va individuato nella Santa Sede; a titolo informativo si aggiunge che, oltretutto, la sopracitata Federica B. rientra nel gruppo che abbiamo denominato come “in fase di verifica”, ovvero l’insieme di giovani per cui è stato possibile individuare alcune donne che presentano una molteplicità di caratteristiche comuni al nominativo inserito nell’elenco del 1983 e che stiamo contattando al fine di completare la verifica.
La conclusione tratta rispetto all’elemento “Vaticano” non deve però essere estesa all’intero ambito geografico, che rimane uno degli indicatori di maggior rilievo in un’indagine di questo genere. Infatti, se da un lato ha concorso ad escludere suddetta ipotesi, dall’altra ha evidenziato sia una serie di zone e quartieri, principalmente periferici, dove la concentrazione di scomparse risulta maggiore rispetto ad altre, sia la presenza di luoghi e individui rivelatisi coinvolti in situazioni e attività, per lo più illecite che, come vedremo nel prossimo paragrafo, non possiamo escludere abbiano avuto un ruolo nella scomparsa di alcune delle giovani da noi attenzionate.
L’inesistente filo diretto tra scomparse e Città del Vaticano, nasce probabilmente dall’enorme risonanza che allora, come oggi, ha avuto la vicenda di Emanuela Orlandi, che interviene nello studio qui esposto, anche con un’altra suggestione erronea: quella temporale. La seconda ipotesi avanza una possibile correlazione tra l’arresto improvviso di scomparse e gli appelli che Papa Giovanni Paolo II rivolge ai rapitori, citando in modo esplicito Emanuela Orlandi e, in un’occasione, anche Mirella Gregori.
Questi appelli papali vennero fatti pubblicamente, durante l’Angelus domenicale e, come prevedibile, ebbero enorme risonanza. Il primo, dalla finestra che si affaccia su Piazza San Pietro fu udito dalla folla di fedeli il 3 luglio; ne seguì un secondo in data 17 luglio e un ultimo, il 28 agosto, nel corso del quale il pontefice estese l’appello anche in favore di Mirella Gregori, scomparsa a Roma il 7 maggio.
Già ad un primo colpo d’occhio, è evidente che questa ipotesi mal si coniuga a livello temporale. Il documento richiesto dal dr. Domenico Sica è datato 23/08/1983, ossia ad oltre un mese dai primi due appelli, e precede di una settimana l’ultimo richiamo del pontefice alle scomparse. Se proprio si volesse ipotizzare una motivazione all’interesse del magistrato rispetto a questi dati, è assai più probabile che l’input provenga piuttosto dall’approfondimento proposto dal periodico Panorama, Mirella, Emanuela e le altre, in edicola dal 1 agosto 1983.
È tuttavia necessario sottolineare che è un errore sostanziale affermare che ad agosto si registrò uno stop alle scomparse di giovani minorenni. In realtà non è possibile una simile dichiarazione dal momento che non sono stati più raccolti e diffusi i dati ricavati dalle denunce di scomparsa.
Anche sostenere che il numero di scomparse si concentra prevalentemente intorno ai giorni che precedono e succedono la scomparsa della cittadina vaticana, è una forzatura. Infatti, se da un lato si può effettivamente confermare che il numero più alto di segnalazioni di ragazze scomparse a Roma nell’83 avviene nel mese di giugno, è altrettanto vero che non siamo in possesso dei dati dei medesimi mesi per l’anno precedente e successivo, quindi non abbiamo la possibilità di effettuare un raffronto.
È inoltre possibile notare come il numero di scomparse aumenta in corrispondenza dei mesi primaverili ed estivi, che di norma corrispondono a quelli in cui le persone, giovani soprattutto, si intrattengono maggiormente all’aria aperta e lontano da casa. E questo dato è una costante che persiste negli anni.
I match
Assunta l’impossibilità di considerare lo Stato del Vaticano, o per meglio dire l’annunciata ma non dimostrabile vicinanza delle giovani scomparse alle mura leonine, come elemento capace in alcun modo, nemmeno nella più tenue misura, di fungere da legame tra le 177 ragazze inserite nella lista dell’agosto 1983, risulta invece possibile individuare altre caratteristiche ricorrenti, tratti comuni che attraversano un numero significativo di questi casi. Tuttavia va sottolineato che tali dati emergono da un sottoinsieme minoritario: i verbali allegati all’elenco, ovvero quelli contenenti informazioni realmente utilizzabili, sono in numero esiguo e comunque inferiori al cinquanta per cento del campione complessivo.
Tra le peculiarità analizzate, l’unica per cui disponiamo di dati completi è l’età anagrafica. Si può affermare con ragionevole margine di certezza che la fascia d’età prevalente delle scomparse rientri nei quindici-diciassette anni, mentre le zone maggiormente interessate sono le periferie urbane, territori marginali dove il controllo istituzionale risulta più debole e il rischio di invisibilità aumentato.
I dati estratti dai pochi verbali disponibili evidenziano alcuni tratti fisici ricorrenti: la grande maggioranza delle ragazze presentava un’altezza compresa tra i 150 e i 160 centimetri, accompagnata da una netta preponderanza di capelli scuri, segmento che tuttavia rispecchia la distribuzione demografica nazionale. Più degna di nota è l’osservazione, reiterata in più casi, di adolescenti more, con capelli tagliati corti, corporatura robusta e statura contenuta. Il gruppo di lavoro ha dedicato particolare attenzione a questa configurazione somatica insolita. Non si può escludere che essa rifletta una selezione intenzionale da parte dei responsabili delle sparizioni; tuttavia, un’interpretazione alternativa plausibile è quella di una moda diffusa nell’epoca, in particolare il taglio corto alla “Isabella Rossellini”, che si affiancava alla diffusione della permanente, influenzando fortemente il look femminile adolescenziale dell’inizio degli anni Ottanta.
Se però si ritiene che la ricorrenza di tali caratteristiche non sia casuale ma risponda a un disegno criminale deliberato, esse contribuiscono a invalidare in modo netto la cosiddetta pista della “tratta delle bianche” nella sua versione esotica, secondo cui le ragazze avrebbero dovuto essere rapite per alimentare harem nel Nord Africa o Medio Oriente. Le morfologie osservate coincidono perfettamente con il fenotipo medio delle donne autoctone di quelle regioni, il che rende illogico organizzare un traffico internazionale per ottenere un profilo già disponibile in loco, con costi e rischi evitabili.

Allontanandosi dall’aspetto fisico, il fattore istituzionale emerge come il punto di maggior convergenza tra i casi. Un numero rilevante di queste giovani risultava affidato a istituti, collegi, case-famiglia o centri assistenziali che, nei documenti giudiziari e nei reportage investigativi, sono ricorrentemente descritti come strutture in cui erano presenti dinamiche di abuso, plagio e selezione delle vulnerabilità. In tali ambienti le ragazze venivano isolate, manipolate e infine condotte in circuiti opachi della pornografia, dell’adozione illegale o della prostituzione minorile.
I casi documentati non restituiscono l’immagine di una sequenza frammentaria di episodi occasionali, ma delineano con chiarezza l’esistenza di un assetto operativo stabile, reiterato, sorretto da complicità trasversali e da un silenzio istituzionale che ne ha garantito la sopravvivenza nel tempo. Emergono le caratteristiche di un sistema selettivo, dotato di criteri precisi: anagrafici, comportamentali, somatici, che approfittava in modo scientifico della fragilità legale e affettiva delle vittime, spesso già affidate a contesti “protetti”, con precedenti segnalazioni ai servizi sociali o tentativi di fuga alle spalle.

In questo scenario, le istituzioni non rappresentano un argine, ma si configurano come ingranaggi funzionali del problema, non solo per colpevole negligenza, ma per consapevole omissione. I luoghi più frequentemente menzionati nei verbali e nei fascicoli, senza voler qui avanzare generalizzazioni arbitrarie, coincidono con aree periferiche della capitale, già emerse in altri procedimenti come sedi di strutture segnate da anomalie procedurali, opacità nei tracciamenti dei minori e legami ambigui con congregazioni religiose o organizzazioni pseudo-assistenziali.
La documentazione esaminata conferma l’esistenza di una macchina predatoria capace di selezionare, prelevare e distribuire minori attraverso reti clandestine, protette da complicità esterne e da un contesto culturale impregnato di rimozione sistematica.
Gli istituti assistenziali e il Cidd

Gli istituti assistenziali, e in particolare il CIDD di Roma (Centro Italiano per la Difesa della Donna), restituiscono, nei decenni oggetto di inchieste penali e d’indagine giornalistica, un’immagine profondamente perturbante: l’inquietante ribaltamento di quella che avrebbe dovuto essere la loro funzione originaria, ossia la tutela dei minori e delle fasce più fragili della popolazione. A emergere, invece, è il volto oscuro di una rete predatoria capillare, protetta da apparati omertosi e connivenze trasversali, capace di trasformare l’assistenza in una macchina sistematica di sfruttamento.
Diversi esempi delineano con precisione questa realtà. Il convento di Grottaferrata, formalmente destinato a bambini disabili, fu al centro di un’indagine negli anni Sessanta, culminata nell’arresto dell’ex religiosa responsabile della struttura. Gli atti processuali documentarono maltrattamenti brutali e almeno tredici decessi sospetti tra i piccoli ospiti. Un ulteriore caso inquietante emerge da un ospedale romano, dove pazienti affetti da disabilità mentale venivano sottoposti a sevizie e sfruttamento sessuale in un regime di totale impunità. In questi scenari, l’abuso istituzionale assumeva caratteri sistemici, radicandosi nella normalizzazione dell’indifferenza.

Il CIDD, in particolare, fu al centro di almeno tre inchieste giudiziarie distinte. La prima colpì direttamente la fondatrice, la marchesa Vittoria Boggiano Pico d’Ayala, accusata di traffico internazionale di neonati. Tra i casi documentati, quello di una neonata sottratta alla madre e venduta illegalmente in Libano, con la complicità di un sacerdote e di un legale. Le indagini accertarono l’utilizzo di documentazione falsificata, accordi in bianco firmati dalle madri biologiche e una catena di passaggi che includeva notai, assistenti sociali e interpreti. Il sistema prevedeva l’impiego di famiglie-filtro che prendevano momentaneamente in custodia i neonati, mentre si completavano le pratiche di affido fittizio.

La seconda inchiesta, condotta dalla Procura di Roma e dalla Mobile di Palermo, svelò l’esistenza di una vera e propria organizzazione di prostituzione minorile che prendeva avvio proprio dal CID. Le giovani ospiti venivano adescate con promesse di lavoro, vacanze premio o possibilità di reinserimento, poi instradate verso destinazioni precise – Palermo, Roma, Milano – dove erano accolte da membri della rete. Tra gli arrestati: Clara Serantoni, ex vigilatrice del centro, e Giuseppe Garofalo, fiduciario della rete siciliana. Gli appartamenti in cui venivano sistemate le ragazze fungevano da punti di smistamento, in attesa che venissero spostate verso clienti paganti. Gli articoli parlano di “ospitalità dorata”, con stanze arredate, farmaci, abiti nuovi e “una prassi ben rodata”.

La terza inchiesta, riaperta negli anni successivi, riportò l’attenzione sulla tratta neonatale. Le autorità accertarono almeno dodici casi di neonati venduti a famiglie straniere, principalmente in Medio Oriente, tramite documenti falsificati e attestazioni di affido contraffatte. Le indagini, condotte dalla magistrata Margherita Gerunda, ricostruirono un sistema articolato: esisteva una struttura gerarchica con spartizione dei guadagni, intermediari locali, furgoni modificati per il trasporto e nodi logistici in città come Roma, Palermo, Milano, Pistoia, Foggia, Salerno e altre città nel Veneto.

Un invito ad attenzionare il porto di Ostia, dove il porto fungeva da punto di imbarco clandestino, è avanzato dalla giudice Angiolina Freda, per trent’anni in servizio presso il Tribunale dei Minori di Roma e specializzata in devianza minorile, aveva denunciato l’esistenza di una rete internazionale dedita alla tratta di adolescenti italiane, in particolare ragazze tra i 15 e i 16 anni. Ogni anno, secondo quanto riferito, centinaia di minori scomparivano dall’Italia per essere introdotte clandestinamente in circuiti di sfruttamento sessuale all’estero, spesso via mare verso Paesi stranieri.

Freda aveva ricostruito il caso emblematico di una giovane scomparsa nel 1974: inizialmente avvicinata da un uomo dall’aspetto rassicurante, era stata indotta ad allontanarsi da casa, poi drogata, imbarcata di nascosto e infine ritrovata in un locale notturno all’estero, costretta alla prostituzione. La ragazza, una volta rientrata in Italia, aveva confermato di essere stata spostata più volte e di aver perso completamente i contatti con la sua famiglia e con le autorità italiane. La vicenda, per la giudice, costituiva una conferma operativa del funzionamento di queste reti, capaci di far sparire minori nel nulla senza lasciare alcuna traccia né formale né investigativa.
Secondo Freda, questi casi dimostravano come il fenomeno non fosse episodico ma sistemico, supportato da strutture logistiche, complicità internazionali e metodi consolidati di adescamento e neutralizzazione. Aveva inoltre dichiarato che, pur non potendo stabilire un nesso diretto con la scomparsa di Emanuela Orlandi, Mirella Gregori o altre coeve, non si poteva escludere che anche quelle vicende rientrassero nello stesso contesto operativo. La sua esperienza portava a ritenere che la tratta delle minorenni italiane fosse una realtà sottovalutata, ma assolutamente concreta, già ben radicata negli anni Settanta.
Oltre alle attività direttamente riconducibili al CIDD, emerse con chiarezza l’esistenza di ulteriori circuiti paralleli, attivo a Roma e gestito da gruppi spregiudicati e potenzialmente collegati tra loro. Tra questi, quello gravitante intorno alla figura di Adelina Farina, già nota per precedenti analoghi, affiancata da numerosi collaboratori e da almeno cinque tenutarie attive in diverse città italiane.

L’organizzazione adescava giovani donne, spesso minorenni, con la promessa di un impiego nel mondo del cinema, sfruttando l’immaginario legato a Cinecittà. Le ragazze, una volta agganciate nella capitale, venivano trasferite in altre città, dove erano “affidate” a tenutarie che gestivano pensioni e case di appuntamento. Il metodo prevedeva una rotazione delle vittime: ogni ragazza restava in una città per circa una settimana o poco più, per poi essere spostata altrove, in una forma di collocamento ciclico e capillare.
Secondo le ricostruzioni della Squadra Mobile di Roma, la banda operava come un’agenzia di collocamento per squillo, con tariffe fisse e percentuali trattenute dalle maitresse. Delle 100.000 lire guadagnate per prestazione, il 60% veniva incassato dalla tenutaria, mentre solo il restante 40% era destinato alla ragazza. In totale, furono arrestate 43 persone, tra cui Nicola Ippolito e la stessa Adelina Farina, considerati i vertici operativi della rete.
Tra le arrestate figuravano anche Marta Reitano (54 anni, Messina), Anna Maria Sala (28 anni, Catania), Rosa Di Pietro (63 anni, Napoli), Nerina Gualandi (62 anni, Forlì) e Maria Rosa Terenzi (47 anni, Catanzaro). Tutte furono accusate di sfruttamento della prostituzione, ricettazione e associazione a delinquere.
L’inchiesta mise in luce una rete nazionale con snodi nelle principali città italiane, sostenuta da complicità negli ambienti alberghieri e dalla compiacenza di strutture locali. La struttura logistica e la frequenza delle rotazioni rendevano difficile intercettare le vittime o stabilire legami diretti fra gli episodi, contribuendo a mantenere per anni un traffico altamente redditizio e perfettamente mimetizzato nel tessuto urbano.

Le ragazze, spesso provenienti da istituti e famiglie fragili, venivano adescate con la promessa di carriere nel mondo del cinema, della televisione o della moda, per poi essere instradate in ambienti di sfruttamento sessuale. Le truffe includevano falsi concorsi, provini inscenati, annunci pubblicitari ingannevoli e pressioni psicologiche continue. .Ulteriori inchieste ci svelano un fenomeno ben più vasto, radicato e organizzato: nel 1989 Libero Del Ponte fu arrestato per aver coinvolto bambini tra i 9 e i 13 anni in riprese illegali poi vendute a privati. Nel 1987, dietro il nome della Fire International Film, si celava una rete di sfruttamento che attirava adolescenti promettendo l’accesso a Cinecittà, con provini falsi e risultati devastanti.
Un anno prima, nel 1986, bambine di nove o dieci anni venivano reclutate attraverso inserzioni sui giornali, portate in squallidi appartamenti della provincia. Invitate a spogliarsi e filmate nelle pose più sconce. Una specie di tournée del sesso organizzata sulla pelle di ragazzine spaurite, inconsapevoli. Loro, i porno-imprenditori, non si facevano nessuno scrupolo: parlavano con i genitori, millantavano inesistenti contatti con il mondo dello spettacolo per la realizzazione di spot o di film per ragazzi, irretivano le giovinette con regali e sordidi sorrisi versavano anche piccole somme di danaro ai familiari delle baby-attrici a luci rosse. Si comportavano, insomma, da veri impresari. Le cassette venivano poi mixate con l’aggiunta di immagini hard provenienti dall’America. Ancora nel 1980, un sedicente ingegnere adescava ragazze con annunci di lavoro, per poi costringerle a posare contro la loro volontà. Tanti nomi, tanti casi, una sola struttura criminale: quella che prometteva sogni e produceva incubi..
Uno degli episodi più emblematici, e agghiaccianti nella sua apparente semplicità, si consumò nel cuore di Roma, tra piazza di Spagna e via del Babuino. A.B., quattordici anni, venne avvicinata da un’anziana in abiti dimessi, curva, tremante, che le chiese aiuto per attraversare la strada. Dopo averla accompagnata, la donna le domandò un secondo favore: consegnare una lettera a un indirizzo poco distante, in via del Babuino, al terzo piano di un palazzo. La ragazza accettò, ma poco dopo, incontrando un’amica con cui aveva appuntamento, dimenticò temporaneamente la busta. Solo l’indomani si ricordò dell’incarico e lo raccontò all’amica nel corso di una telefonata. Telefonata che fu sentita anche dal padre che, incuriosito, si fece consegnare la busta che, aprendola, rivelò contenere soltanto un foglio bianco. Insospettito, l’uomo denunciò l’accaduto alla polizia. Il giorno seguente, sotto la sorveglianza discreta degli agenti, A.B. fu accompagnata a portare a termine la consegna. Una volta entrata nell’appartamento, però, non tornò più. Gli agenti intervennero: forzarono l’ingresso e trovarono all’interno tre ragazze in stato d’incoscienza. A.B. riferì che, dopo essere stata accolta con cortesia, le era stata offerta una bevanda, dopodiché il vuoto. La visita medica confermò una pesante intossicazione da sostanze stupefacenti. L’ipotesi investigativa avanzata fu inequivocabile: un tentativo di rapimento finalizzato allo sfruttamento sessuale o alla tratta internazionale, attuato con una messinscena tanto banale quanto efficace.
Alla luce dei verbali raccolti, emerge un dato che merita attenzione: tredici delle ragazze presenti nel nostro elenco risultano scomparse mentre si trovavano in istituti, e la maggior parte di queste proveniva proprio dal CIDD. Gli altri istituti menzionati, rispetto ai quali non è ancora stato ultimato l’approfondimento, sono il San Giuseppe e Santa Teresa a Rocca di Papa, l’Istituto Bianca Rosa Fanfani in via del Casaletto (due scomparse), l’Istituto delle Suore Oblate, noto anche come “Istituto Spagnolo”, e la Casa di Protezione della Giovane in via Carlo Emanuele. È altamente probabile che il numero reale sia ben più alto, poiché come più volte sottolineato, l’analisi si basa solo su un campione limitato di verbali. Questi dati suggeriscono che gli istituti, anziché offrire protezione, rappresentassero ambienti a rischio, veri bacini di reclutamento per reti di sfruttamento.
Non si tratta, dunque, di episodi isolati, ma di un sistema predatorio organizzato, che sfruttava la fragilità economica e sociale delle giovani per alimentare un mercato parallelo di corpi e neonati. La cifra nera del fenomeno, secondo le stime di più fonti, poteva toccare uno o due milioni di lire settimanali per ogni ragazza. Si trattava, in tutto e per tutto, di un’impresa criminale a struttura piramidale, con responsabili, funzionari, religiosi e operatori sociali, la cui partecipazione variava da complice consapevole a silenziosa connivenza.
Le testimonianze raccolte, i fascicoli giudiziari e i riscontri storici non lasciano spazio a dubbi: quella rete dello sfruttamento minorile esisteva, operava sotto le mentite spoglie dell’assistenza e si alimentava di silenzi, protezioni, e burocrazie complici.
La testimonianza
Nel corso dell’indagine condotta dal gruppo di lavoro NeroCrime, la ricercatrice Graziella Macrì è riuscita a rintracciare e intervistare una delle giovani registrate come scomparse dal Centro Italiano per la Difesa della Donna. L’identità della testimone non sarà divulgata, poiché anche le sole iniziali, permetterebbero facilmente di identificarla all’interno della lista del 1983. La testimonianza, tuttavia, risulta di eccezionale importanza, perché getta luce non solo sulle modalità con cui molte ragazze venivano spinte alla fuga dagli stessi operatori deputati alla loro tutela, ma anche sulla struttura parallela e complice che operava al di fuori degli istituti, in grado di accogliere queste giovani in fuga e trascinarle poi nel circuito dello sfruttamento.
Secondo quanto emerso, era prassi che alcune assistenti sociali – tra cui una certa “Teresa”, identificata dalla testimone – fornissero alle minori somme di denaro sufficienti ad acquistare un biglietto ferroviario e, soprattutto, trasmettessero ai complici dislocati in varie città italiane le fotografie e le descrizioni fisiche delle ragazze in partenza. Una volta giunte a destinazione, spesso in stazioni ferroviarie di grandi città come Palermo, le giovani venivano intercettate da soggetti adulti che si fingevano benefattori o conoscenti. L’inganno consisteva nell’offrire loro un tetto, cibo e ospitalità, con l’illusione di un aiuto disinteressato. Ma dopo pochi giorni, il debito di riconoscenza si trasformava in costrizione: le ragazze venivano obbligate a ripagare quell’aiuto con prestazioni sessuali, entrando così in una spirale da cui era quasi impossibile uscire.

La testimone ha raccontato che, ancora ignara del piano in cui era finita, accettò l’ospitalità di un uomo conosciuto alla stazione di Palermo, identificato proprio in Giuseppe Garofalo, l’uomo che verrà arrestato proprio nell’inchiesta la cui moglie, maltrattata e costretta al silenzio, finì anche in ospedale. A distanza di due anni, il Tribunale dei Minori la rintracciò per interrogarla come persona informata sui fatti: fu solo allora che le fu svelata l’esistenza di una rete strutturata che sfruttava le fughe dalle case famiglia e dagli istituti per alimentare il mercato della prostituzione minorile. La donna indicò con sicurezza il nome dell’assistente sociale, Teresa, e riferì che era a conoscenza in tempo reale degli spostamenti delle ragazze: aveva costruito una rete di connivenze tale da sapere in anticipo chi sarebbe fuggita, dove sarebbe andata e quando sarebbe arrivata.
La testimone ha anche fornito il nome di un’altra ragazza allora presente nella lista delle scomparse, ma priva di verbale, consentendo così l’identificazione di un’ulteriore minore coinvolta e ampliando l’elenco ufficiale delle ragazze sparite dagli istituti.
Nel corso della conversazione, ha inoltre ricordato l’infanzia vissuta in vari collegi e case famiglia, tra cui l’esperienza vissuta in un centro gestito da suore a Pesaro, nelle Marche, ha raccontato un contesto fatto di maltrattamenti sistematici, umiliazioni quotidiane e vessazioni fisiche e psicologiche. Lei e i suoi fratelli vennero rinchiusi in questa struttura dopo l’allontanamento dalla famiglia d’origine. Le condizioni di vita erano durissime: i bambini venivano privati dei propri oggetti personali, tra cui catenine, medagliette, piccoli ricordi ricevuti per il battesimo o la comunione. Il clima era oppressivo, teso, e la paura serpeggiava in ogni reparto.
Una delle suore in particolare si distingueva per crudeltà. Di notte, approfittando del buio e del silenzio, entrava nei dormitori con il volto coperto da una maschera orribile, mostruosa. Terrorizzava i bambini, svegliandoli di soprassalto, urlando, minacciandoli, e, in alcuni casi, portando via i più piccoli. Secondo quanto riferito dalla testimone, quei bambini non facevano mai più ritorno. Nessuno spiegava nulla, nessuno parlava.

A sostegno di quanto riportato dalla donna, Graziella Macrì è riuscita a individuare l’istituto marchigiano, scoprendo che la stessa religiosa che terrorizzava la testimone, Suor Flora Pallota fu rinviata a giudizio a Pesaro con accuse gravi: maltrattamenti, sequestro di persona e violenza privata ai danni di una ragazza sudamericana di nome Diana Patricia Jean Lara. Il caso fece scalpore perché, solo pochi giorni prima, la suora aveva ricevuto una laurea honoris causa dalla Columbia University per le sue opere di beneficenza.
Secondo le accuse, suor Flora aveva impedito il ricongiungimento tra la giovane e la famiglia affidataria pesarese, con la quale Diana aveva stretto un forte legame affettivo. Avrebbe addirittura simulato un inganno sostenendo che la madre biologica, residente in Ecuador, stesse per morire, così da ottenere il consenso per allontanare la ragazza da Pesaro e riportarla in Sud America. Una volta giunta lì, Diana si era però rivolta alle autorità consolari italiane, denunciando di essere stata separata contro la sua volontà dalla famiglia affidataria e di essere stata trasferita attraverso un piano orchestrato.
La Procura ipotizzò che l’intera operazione fosse stata finalizzata a recidere ogni legame tra la giovane e l’ambiente italiano, forse per motivi legati a ideologie educative rigide o a dissensi con lo stile di vita assunto dalla ragazza. L’inchiesta venne affidata al Tribunale dei Minori di Ancona, incaricato di stabilire se e in quali condizioni la ragazza potesse rientrare in Italia o essere nuovamente affidata a una famiglia.
Questa testimonianza, sebbene relativa a un singolo caso, restituisce un quadro coerente con numerose altre segnalazioni e conferma la presenza di una regia occulta che si serviva di operatori infedeli all’interno delle strutture per alimentare un mercato criminale sommerso, dove le vite delle minori venivano ridotte a merce di scambio.
Conclusioni
A conclusione di quanto emerso nel corso dell’analisi condotta, appare evidente come la narrazione convenzionale sulle sparizioni giovanili romane del biennio 1982-1983 si fondi su presupposti fragili e, in diversi casi, palesemente infondati. Il lavoro sistematico di verifica e correzione dei dati ha permesso di restituire una dimensione numerica più attendibile, ridimensionando l’entità del fenomeno, senza affievolirne la gravità.
Le discrepanze tra i numeri iniziali e quelli accertati, l’opacità documentale e l’assenza di reale attenzione istituzionale hanno contribuito a occultare per anni l’esistenza di reti di sfruttamento minorile con forti connessioni logistiche, operative e complicità anche dentro apparati teoricamente deputati alla tutela.
In questo quadro, l’ipotesi che alcune di queste ragazze possano essere finite in circuiti di sfruttamento istituzionalizzati, già documentati da inchieste giudiziarie e testimonianze dirette, appare non solo plausibile ma anche una pista investigativa prioritaria. Non si tratta di affermazioni definitive, ma di indizi e ricorrenze che richiedono un approfondimento serio, scevro da suggestioni e sovrastrutture mediatiche.
Quest’indagine si configura come una premessa necessaria e non priva di potenziale utilità per future inchieste, siano esse giudiziarie o parlamentari, che ambiscano realmente a decifrare ciò che accadde a Roma in quegli anni, anziché limitarsi, come troppo spesso accade, ad alimentare false mitologie. La verità, in questo contesto, non può più assolvere il ruolo marginale di epifenomeno della memoria mediatica: dev’essere restituita alla sua funzione originaria e imprescindibile di fine ultimo dell’investigazione pubblica.
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52 commenti
Il traffico sessuale che lei ha descritto in modo così puntuale in questo articolo è vero ma c’è sempre stato, non era un problema solo degli anni Ottanta o di oggi. Nella mia inchiesta sulla camorra, funzionale al libro che sto finendo, ho portato alla luce denunce che dimostrano come la camorra adottava simili sistemi fin dall’Ottocento. La tecnica era sempre la stessa e non si allontanava molto dalla sua disamina. I camorristi erano soliti gestire giri di prostituzione usando le “mezzane”, donne addette alla selezione delle ragazze da rapire e sottoporre ai magnaccia. Le ragazze dovevano corrispondere a determinate caratteristiche fisiche e anagrafiche: non oltre i vent’anni e fisicamente magre. Quelle donne si recavano nei paesi e, con la scusa di girare per i mercati, adocchiavano le vittime. Una volta individuata le prede, tutte giovani e carine, le sequestravano. Il rapimento però non avveniva con la forza, ma con la persuasione. Grazie alle loro abilità di seduzione, queste donne riuscivano a convincere le ragazze a seguirle in territori isolati, facendole rapire e conducendole in una prigione. Poi le trasportavano fuori Napoli, in città sconosciute dove le ragazze piangenti venivano accolte da donne che le abbracciavano fingendo di volerle bene, così da attenuare le lacrime di queste ragazze allontanate dalle famiglie. E invece queste sventurate, dopo essere state usate, venivano uccise nel momento in cui erano considerate inutili per il camorrista che gestiva la casa chiusa e per i clienti che le respingevano. La mezzana le faceva spogliare e, dopo una breve visita, avvisava il camorrista che pubblicizzava il nuovo arrivo per prenotare serate di sesso con lei. Come ho detto eravamo nell’Ottocento, oggi la camorra ha abbandonato questa pratica primitiva, si è dedicata ad altre attività più remunerative, ma è difficile pensare che nei tempi moderni questo traffico mirato alla prostituzione sia finito. Anzi, spesso persiste perché i trafficanti sessuali trovano complicità istituzionali che da questi criminali prendono tangenti per chiudere un occhio sui loro affari sporchi.
Concordo. Tra la fine del XIX sec e l’inizio del XX soprattutto in Campania e in Sicilia c’erano gruppi malavitosi che spedivano ragazze negli USA con promesse di lavoro come governanti etc, salvo poi inserirle al loro arrivo, nel circuito della prostituzione. La Campania s è effettivamente sempre distinta per il primato in questi settori. Nell’immediatezza del terremoto dell’Irpina questi trafficanti fecero strame, vennero inviati anche due ispettori europei per relazionare sullo stato delle cose, dato l’allarme circa il traffico di bambini rapiti e venduti/scambiati, fatti passare ufficialmente come dispersi sotto le macerie… negli anni ’80 Salerno era la capitale del traffico di neonati. Oggi le fila di questi circuiti sono alimentati in gran parte dagli immigrati, quindi nessuno vi fa caso. Stavo approfondendo un po’ la questione e mi sono accorta che un numero anormale di minori di origine prevalentemente africana, ma anche un buon numero di pakistani, sri lankesi etc, sono scomparsi da centri e istituti per minori dell’Abruzzo. tutti frettolosamente bollati come allontanamenti volontari..
Detto ciò spero che questo lavoro di indagine fatto, possa servire a chiarire la portata delle scomparse e a smentire certe leggende che circolano su questo elenco.
La prostituzione non è una leggenda, tranne forse la tratta delle bianche con i famosi negozi con le botole che si aprivano sotto i piedi delle sventurate. Parliamo di traffico sessuale, con ragazze inviate in altre città italiane e non negli harem degli sceicchi. Oggi le cose sono cambiate, il traffico sessuale non riguarda più le italiane, ma le ragazze dell’Est Europa giunte in Italia. La Campania, e in particolare Napoli, ha ancora un primato in questo, ma ha cambiato modus operandi. La camorra non gestisce più direttamente la prostituzione delle donne immigrate, ma delega questa brutta attività ai gruppi criminali stranieri presenti nella città da cui poi ricava un affitto per il suolo occupato. Ed essendo napoletano, posso assicurare che Via Marina, dopo le dieci di sera, diventa un mercimonio sessuale a cielo aperto, con bellissime donne quasi tutte polacche, rumene, bulgare, russe che stanno lì a prostituirsi. Ci sono anche le prostitute di colore, ma quelle occupano altri spazi, più verso il Casertano.
Bene! Abbiamo capito dal lavoro di Pera & Company che a Roma nel 1983 sparirono 174 ragazze. La maggior parte di loro fu ritrovata, riducendo le scomparse a una ventina di adolescenti che in un città di tre milioni di abitanti non è una cosa impossibile da verificarsi. Ci sono stati anche casi duplicati, anzi, quintuplicati. Mi ricordo di una ragazza che scappò di casa cinque volte e per cinque volte i genitori presentarono denuncia. Insomma, quella ragazza stava più fuori che dentro. Ovvio che ogni scomparsa è un caso a sé e anche se dietro ad alcune scomparse ci fu un’organizzazione criminale dedita allo sfruttamento della prostituzione, questo articolo non ci dice chi furono i responsabili di questo mercimonio. Ogni indagine punta a scoprire i responsabili, non a fare un elenco delle vittime della prostituzione che, ripeto, esiste dalla notte dei tempi. Tanto più che i dati dicono che dagli anni Settanta a oggi sono scomparse in Italia centomila persone. L’ultima è una ragazza di 17 anni che ha fatto perdere le sue tracce qualche giorno fa e la stanno ancora cercando. Quello che voglio dire è che parlare di sparizioni vuol dire parlare di uno scenario troppo vasto e con motivazioni talmente diversificate che qualsiasi indagine diventa velleitaria se non si focalizza su un punto ristretto su cui far convergere le ricerche. Per concludere, faccio un appunto all’articolo. Margherita Gerunda fu sollevata dal suo caso Orlandi perché si era rifiutata di seguire la pista del rapimento terroristico suggerito dal Sisde, avendo già capito che era una farsa. L’allora Giudice istruttore, Achille Gallucci, la rimpiazzò con Domenico Sica il quale impiegò cinque minuti per capire che Emanuela Orlandi non era stata rapita da nessun gruppo terroristico, ma che la sua scomparsa nascondeva una brutta storia con un adulto. Tant’è vero che si disinteressò di telefonate e comunicati vari che arrivavno dai finti rapitori e dopo due anni Gallucci lo rimpiazzò con Ilario Martella che si mise a correre dietro ai fantasmi all’ombra del Colosseo, prima che la pm Adele Rando archiviasse tutto affermando che il rapimento politico era stata un’abile operazione di dissimulazione per coprire i veri motivi della scomparsa della giovane. Quali erano questi motivi? Boh! Forse lo sapeva Sica, i cui documenti però non sono mai stati trovati. Chi li fece sparire? Boh! Mi auguro solo che Gallucci fosse mosso dalla buona fede.
Pietro Orlandi spera che le ossa trovate nel padiglione abbandonato dell’ospedale San Camillo non siano di Emanuela, perché questo vorrà dire che è morta. Ma perché lui pensa che dopo tutto questo tempo sua sorella sia ancora viva? Beato lui che ci crede. Stia tranquillo il Grande Fratello che non credo che quelle ossa siano di Emanuela. Comunque noto che la Pera sta perdendo lettori e commentatori. Peccato! Non sarà che molti si saranno stancati delle sue mirabolanti scoperte che dicono tutto e non dicono niente?
Pensierino della giornata. “Prima di fare del bene agli altri, assicurati di avere poi la forza di reggere alle ingratitudini che riceverai” (Confucio).
La saggezza degli antichi non fallisce mai. Chiedere alla Procura di Roma che, anziché premiarmi con una medaglia d’oro per aver cercato di dare un contributo alla soluzione del caso Orlandi, mi ha ficcato nel registro degli indagati come se fossi un assassino. E’ talmente vergognosa questa vicenda che quando questa storia sarà finita, mi sa che lascerò l’Italia, perché questo è un Paese che merita solo di essere popolato da ladri, corrotti, mafiosi, camorristi, ndranghetisti, politici incapaci e magistrati incompetenti. A Rossella Pera: non mi contatti più su Facebook che ho disattivato il mio profilo dopo aver scoperto dieci tentativi di accesso abusivo nella mia pagina: cinque da Milano, uno da Torino, uno da Venezia, due da Roma e uno da un paesino mai conosciuto. Porto tutto al mio avvocato e vedremo chi sta cercando di violare la mia pagina.
E questa sarebbe la Procura di Roma che sta indagando su di me? Andiamo proprio bene! Legga, dottoressa, legga! Documenti inghiottiti nel nulla, fascicoli spariti, imputati di terrorismo e mafia assolti. Un vero porto delle nebbie, non c’è che dire.
https://www.carocci.it/wp-content/uploads/2021/03/MimesiTemp-201_210324_075338.pdf?srsltid=AfmBOopJ7gqcTo8sEYFnuEYymuPRnOvdQJ8Io2epUyvyULEr0FAfSMWv
Rossella Pera condivide i suoi articoli su questa rubrica anche sul suo profilo Facebook. Nulla di male in tutto questo. Però mi chiedo a che serve avere più di 6000 follower sul proprio profilo Facebook se poi un articolo condiviso riceve 4 commenti e 24 condivisioni. Personalmente trovo che i social network abbiano ormai fatto il loro tempo, che sono diventati, oltre a una pattumiera piena di post inutili e commenti oltraggiosi, uno spazio per appagare la vanità di persone che collezionano follower solo per dimostrare una popolarità che, alla prova dei fatti, si rivela artefatta.
Commento della Pera alla vigilia delle passate elezioni europee: “Ma cosa è questa mosceria. Voi pensate davvero che non andavo in Parlamento a fare casino?”. Ecco! Diffidate da queste persone che non hanno alcuna intenzione di fare casino. Come tutti i politici che fanno dalla retorica il loro strumento elettorale, tutto si risolve con il deretano seduto sul seggio e tanti saluti a chi li ha votati. Eleggete solo politici che non promettono niente, ben sapendo che i problemi sono tanti e tali che solo risolverne uno ci vorrebbe Mandrake. Diffidate da qualsiasi politico che vi riempie di chiacchiere perché, alla prova dei fatti, resteranno solo chiacchiere. Come diceva un saggio: “Un politico non deve farsi illusioni, ma deve essere in grado di crearne”. I nostri politici hanno imparato bene a creare illusioni.
Dottoressa Pera, credevo che lei fosse la peggiore di tutte e invece ho scoperto, con mia grande sorpresa, che c’è qualcuna messa peggio di lei. La vicedirettrice di questa piattaforma ha detto, con faccia seria e aria altezzosa postata nella foto, che non abbiamo imparato niente dalle guerre del passato. Guarda caso però lei è laureata in politica militare. Sicuramente la persona meno adatta a stigmatizzare le guerre e a darci lezioni di pace. Siamo davanti al massimo del paradosso, all’apoteosi dell’incongruenza, al non plus ultra del nonsense. Mi dispiace che ci sia qualcuna che l’abbia superata in comicità, Rossella, ma del resto non si può essere sempre primi.
La vicedirettrice Abbatantuono ha scritto che dalla bomba di Hiroshima non abbiamo imparato niente. Rossella lei che è una storica dica alla Abbatantuono che se è per questo non abbiamo imparato nulla fin dalle Guerre Puniche e dal ratto delle Sabine. Anche quelle erano guerre e anche quello fu un rapimento a scopo sessuale. Giuro che siete ridotti male. Ma non è colpa vostra: è la corsa a chi finge di saperla lunga e poi pubblica cose conosciute anche dagli alunni degli asili nido. E’ il trionfo della vanità e della presunzione. Come le tre istituzioni al lavoro che sono ancora convinti di risolvere il caso Orlandi. Un caso semplice ma reso complicato e pasticciato proprio da certi pennivendoli della carta stracciata.
La vera politica non promette: denuncia. Bella la denuncia contro il socialista Amato.
https://www.youtube.com/watch?v=BRSxgSdItuo
L’articolo è molto interessante e ha un peso informativo eccellente. Lo dico onestamente. L’ unico dubbio che viene è per un’indagine fatta usando ‘Facebook in particolare’…
Saluti D
Rossella Pera è sprecata qui dentro. Meriterebbe ben altri palcoscenici mediatici e ben altre testate giornalistiche che questa specie di onlus.
Guardando i numeri, ho notato che questa è la rubrica più seguita di tutto il sito. Gli altri se li filano solo quattro gatti. Ho detto che la Pera è sprecata qui dentro. Le darò allora una dritta. Faccia controllare dai suoi collaboratori chi abitava nel Gianicolo, a pochi passi dalla stazione di Piazza San Pietro, dove si sentì il fischio di un treno durante una telefonata dell’Americano. Potrebbe scoprire qualche sorpresa. Io ho già dato. Il resto spetta a voi e alla Procura. Buona ricerca.
Il presidente della Commissione Parlamentare, Andrea De Priamo, si è detto certo che la verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi è custodita da una sua amica. Falso. De Priamo sta prendendo solo delle sonore cantonate, forse suggestionata dalla fantomatica Rosa Blu che pare aver rimbambito Tommaso Nelli. Nessuna della compagne di conservatorio ha visto nulla, perché chiunque avesse escogitato di rapire, far scomparire o far del male alla ragazza, di certo non l’avrebbe fatto davanti a dei testimoni oculari. Emanuela era quasi certamente sola quando fu prelevata da qualcuno molto probabilmente sul Corso Vittorio Emanuele II e non sul Corso Rinascimento. Ma la Commissione continua a convocare e ad ascoltare gli amici di Emanuela, del Conservatorio o del Vaticano, convinti che sappiano qualcosa o che abbiano visto qualcosa, senza sapere che sta perdendo solo tempo. E a rendere ancora più inutile questa Commissione dei quaranta improvvisati Sherlock Holmes, è il fatto che stanno interrogando giornalisti, investigatori e magistrati che non ci hanno capito niente nemmeno loro. Di quale utilità potranno essere le loro rivelazioni? Quale sarà il risultato? Sarà quello di rendere ancora più pasticciato e contorto il caso. Cara Commissione del Paese dei Commissarifici, quando questa legislatura sarà finita e dovrai presentare una relazione al Parlamento sul caso Orlandi, sono curioso di sapere quale fesseria ti inventerai per non dire agli italiani che non ci hai capito niente nemmeno tu.
Questo articolo approfondisce il caso delle ragazze scomparse del 1983. Può piacere o non piacere. Sta di fatto che non si sta discutendo Emanuela Orlandi per la quale vedo che lei nutre una morbosa se non perversa ossessione. Ci sono delle regole nei forum (come nella realtà) dove non ci si introduce in una conversazione con un argomento diverso. Nella vita reale lei sarebbe cacciato da qualsiasi conversazione, intelligente o meno. Per molti questo è un segno di forza. Tristemente è solo un segno di una grande debolezza interiore. Signor Barbato lei dimostra di essere una persona sola, emarginata dal suo stesso modo di posizionarsi nella vita sociale. Che tristezza!
Guardi, le sue insinuazione su di me non mi sfiorano minimamente. Detesto le persone che giudicano gli altri senza conoscerle. Le sue diagnosi freudiane a distanza se le tenga per lei e non si permetta mai più di definirmi “morboso” e “perverso”. E visto che lei finora ha fatto commenti intelligentissimi, tipo “Tik tok, la leonessa vincerà”, senza aggiungere alcun contributo costruttivo su quanto pubblica l’autrice, allora vuol dire che torno nella mia tana di lupo solitario e vi lascio alle vostre conversazioni da illuminati. E dato che i miei commenti escono fuori tema, mi chiedo come mai non vengano moderati e cancellati, come capita quando commento con una mail diversa.
Dimenticavo, Freud. Tenga presente che io ho cancellato il mio account su Facebook e non sono iscritto né su Instagram, né su Twitter, né su Tik Tok, né su qualsiasi altro social network che le persone usano per darsi un tocco di importanza e di popolarità che nella vita reale non hanno, vantando e millantando di essere chissà cosa quando nella vita reale contano meno di zero. I social network sono per le persone scontente della loro vita quotidiana, a tal punto da diventarne così dipendenti da camminare per strada con lo sguardo fisso sugli smartphone. Quelle sì che devono essere davvero persone tristi. Purtroppo per lei io preferisco ancora il contatto vis a vis, il mondo reale e non quello virtuale pieno di illusioni. E non faccio sapere i cavoli miei su profili inventati di sana pianta. Di me non vedrà sul web nessuna foto o informazioni personali. Alla mia riservatezza ci tengo mentre me ne sbatto della visibilità. Quindi mi faccia la cortesia di non esprimere giudizi su di me e di pensare alla sua vita. Alla mia ci penso io. Passo e chiudo.
Ho toccato il nervo. Devo essere sulla strada giusta. Saluti
Il nervo scoperto mi sa l’ho toccato io. Quelle che lei chiama ossessioni sul caso Orlandi hanno portato la Procura di Roma e la Commissione Bicamerale a virare verso la pista amicale e parentale della ragazza. Quelle che lei chiama ossessioni, io la chiamo perseveranza. Voi, con le vostre illuminanti conversazioni, a cosa siete approdati? Sai che scoop sapere che nel 1983 sono scomparse delle ragazze? Se è per questo sono scomparse pure nel 1984, 1985, 1986, 1987, 1988, 1989, 1990 e così via. Io non seguo i social network, seguo solo i social media e non bisogna essere in compagnia per commentare su un social media. Quello forse è ciò che fa lei. Che in perfetta solitudine si siede su una panchina con lo sguardo fisso sullo smartphone mentre legge le cazzate pubblicate su Facebook mentre intorno la vita scorre.
https://mowmag.com/attualita/caso-orlandi-ma-wojtyla-e-coinvolto-con-la-scomparsa-di-emanuela-chi-ha-scritto-la-lettera-anonima-che-concorda-con-la-versione-di-marcello-neroni-e-perche-la-commissione-d-inchiesta-sta-andando-verso-una-pista-amical-parentale
Vorrei rispondere al signor Barbato rispetto al numero di lettori del giornale on line che dirigo con passione e gratuitamente. Non sono quattro gatti. I miei editoriali vengono mediamente seguiti da 500/1000 lettori. Devo dire che si tratta di un organo politico. E non é poco. Ci sono articoli, oltre a quelli di Rossella, seguiti da 700-800 lettori. Altri meno. Ma le preciso che quel che mi indusse a riprendere La Giustizia fu un dovere morale. La testata venne fondata da Camillo Prampolini, il socialista riformista ed evangelico, nel 1886, dieci anni prima dell’Avanti. Divenne quotidiano nel 1904. Fu il giornale del Psu. segretario nazionale del quale era Giacomo Matteotti. E’ rinato nel 2023 online. E si giova dell’apporto di volontari. Merita rispetto. La saluto cordialmente on. Mauro Del Bue
Lavoro con il web dal 1995, da quando Internet cominciò a diventare un fenomeno di massa, passando da una rivista cartacea a quelle online. In tutti questi anni ho gestito e fatto crescere più siti io di quanti capelli lei aveva in testa da giovane. Ma resto umile…onorevole. Non me la canto e non me la suono da solo. E di quante visite riceve questa testata poco mi interessa. Ho altri problemi da affrontare in questo momento che preoccuparmi dei suoi lettori. Quindi, la saluto altrettanto cortesemente…onorevole!
Bastava Mario Del Bue senza on.
Condivido , solo che i 39 non sono improvvisati , ma scientemente scelti , idem i collaboratori esterni , la presidenza e la vice presidenza. Solo uno si è insdrito di prepotenza e fama,.
https://fai.informazione.it/daiblog/0DA6F99C-0129-4C27-B00D-B799A4C74B1F/La-Commissione-Parlamentare-d-Inchiesta-sul-caso-Orlandi-Sara-tutto-inutile
Ho ascoltato un video di Rossella Pera la quale dice che l’Americano era MFA. Io non lo credo. C’è la testimonianza dell’ex capo della Squadra Omicidi, Nicola Cavaliere che, in Commissione Bicamerale, ha detto che l’Americano fu individuato e sfuggì per un soffio dalla cattura. Per identificarlo, il Vaticano permise alla polizia italiana di controllare le telefonate che giungevano alla Santa Sede (Alla faccia di chi dice che il Vaticano non collaborò). Dalle intercettazioni, gli inquirenti riuscirono a risalire all’area geografica da cui l’Americano chiamava. Per beccarlo, la polizia chiese alla Sip, la compagnia telefonica, di disattivare tutte le cabine telefoniche di quella zona, lasciandone attiva solo una. L’Americano cadde nella trappola e chiamò proprio da quella cabina. Purtroppo, dovette fiutare il pericolo e riuscì a far perdere le sue tracce prima che le volanti arrivassero sul luogo. Tuttavia, Cavaliere riuscì a vederlo mentre si allontanava con passo veloce, sparendo appena girato l’angolo di una strada. Nonostante questo, Cavaliere riuscì a vederlo di spalle e parlò di un uomo sui quarant’anni, vestito con un impermeabile e un cappello alla Bogart sulla testa. Accetti, nel 1983, aveva 27 anni. Quindi, la testimonianza di Cavaliere è la prova provata che l’Americano non poteva essere Accetti.
Cavaliere doveva essere un genio se vedendo di sfuggita un uomo di spalle riuscì a dedurne l’età.
Lasciamo perdere come al solito.
Poi dice di essere rimasto l’unico a commentare.
Con queste cazzate che scrivi e in cui credi pure, chi ha voglia di starti dietro.
L’età di una persona la si può intuire anche guardandola alle spalle. E’ facile capire se è una persona giovane, adulta o anziana. Inoltre, fu lo stesso Parisi a descrivere l’età dell’americano, 40-45 anni, in base alla modulazione vocale delle telefonate registrate. Infine, c’è il terzo indizio che taglia la testa al toro e che ho già menzionato. Accetti fu arrestato il 21 dicembre, l’americano telefonò per l’ultima volta il 22 dicembre. A meno che Accetti non fosse dotato del potere di delocalizzazione, come la sensitiva francese, non poteva essere in due posti diversi nello stesso tempo. L’ultimo indizio è che l’americano, parlando con lo zio di Emanuela, prima disse “tua figlia”, poi gli scappò “tua nipote”. Non so se Accetti conoscesse bene la famiglia Orlandi tanto da sapere con chi stava parlando. In ogni caso ci sono due registrazioni della persona in questione, una che risale al 1980 e una che risale al 1983. Spetta agli inquirenti confrontare le due registrazioni per sapere se appartengono alla stessa persona o meno. Concludo aggiungendo che le mie saranno pure stronzate perché non seguono i vostri teoremi complottistici, ma sono stronzate che hanno un senso e sono basate su dei fatti. Io del caso Orlandi non me ne sto occupando più, dopo la disavventura che mi è capitata. E non so perché è capita solo a me quando in giro ci sono soggetti che dicono pubblicamente di sapere dove si trova Emanuela Orlandi. (Vedi Lele Mora). Però, da osservatore distaccato, voglio adesso vedere quali straordinarie verità tirerà fuori la Commissione Parlamentare che dopo un anno e mezzo dalla sua apertura si trova ancora in alto mare.
Buongiorno Pera, ormai ho il monopolio dei commenti, a quanto pare. In questo video lei sostiene la pista dei talent scout che avrebbero circuito Emanuela Orlandi per motivi sessuali, citando diversi ambienti altolocati che si sarebbero serviti di questi cacciatori di teste, tra cui il Vaticano, che non difendo ma le cui colpe sulla sparizione di una sua cittadina sono anche tutte da provare. Premesso che io ritengo più logico che un talent scout proponga, allettando le ragazze con il denaro, e non le rapisca (veda le olgettine di una certa villa milanese), tra questi ambienti altolocati, lei include anche gli ambienti politici? Tenga presente che il Sisde, quando interviene, non lo fa per difendere il Vaticano, ma le istituzioni italiane. Interessante che il vice capo del Sisde, Vicenzo Parisi, tracciò un profilo dell’Americano identificandolo in un prelato. Un modo per chiamare in causa il Vaticano e in particolare Marcinkus. Fu il criminologo Francesco Bruno a dire pubblicamente che con questa descrizione si tentò di indicare in Marcinkus l’Americano. Un prelato che ha avuto mille difetti, tranne quello di essere pedofilo. Marcinkus era un noto donnaiolo, amava le donne mature, aveva avuto una relazione anche con l’attrice Catherine Deneuve. La stessa Sabrina Minardi ammise di rifornire Marcinkus, che abitava in Via Vittorio Veneto e non in Vaticano, di prostitute di alto livello e soprattutto adulte. Queste azioni depistanti non le trasmettono l’idea che i veri colpevoli della scomparsa di Emanuela Orlandi frequentassero altri ambienti e che avessero cercato di depistare le indagini dirottando i sospetti sulla Santa Sede, che di santo credo che non abbia più nulla? La stessa pista inglese che lei cita con sospetto e che si è effettivamente dimostrata falsa, non le fa venire il dubbio che i documenti pro-londinesi fossero stati fabbricati ad arte sempre con lo scopo di mettere il Vaticano sotto un cattiva luce, facendo credere addirittura che la ragazza fosse stata condotta a Londra perché incinta di chissà quale alto porporato se non addirittura del papa? Tenga presente che Casaroli, per chiedere conferma delle molestie sessuali di Meneguzzi su Natalina Orlandi, usò un “linguaggio doppiamente cifrato” proprio per evitare che qualche ficcanaso potesse capire cosa c’era scritto nella lettera. Le pare poi che per una questione così grave, come quella di Emanuela Orlandi a Londra, il Vaticano avesse usato un linguaggio comprensibile pure ai bambini? Mi risponderà quando potrà. E grazie per “il fedelissimo che offende quotidianamente” riportato nel video e che immagino sia io.
https://www.youtube.com/watch?v=bWrJyL_Day0&t=3240s
ORMAI SONO DISPERATI. STANNO CERCANDO A TUTTI I COSTI DI FAR PASSARE LA PISTA DELLA BANDA DELLA MAGLIANA QUANDO HANNO CAPITO CHE I COMMISSARI PARLAMENTARI STANNO VIRANDO DECISAMENTE SULLA PISTA FAMILIARE E AMICALE DI EMANUELA ORLANDI, METTENDO DA PARTE TUTTE LE STRONZATE CHE FINORA SONO STATE RACCONTATE SUL CASO ORLANDI. DI COSA HANNO PAURA? CHE SI SCOPRANO DEGLI SCHELETRI NELL’ARMADIO? CHE SI SCOPRA CHE C’ERANO DELLE MELE MARCE CHE INTRALLAZZAVANO DI BRUTTO E NON DICO QUALI INTRALLAZZI FACEVANO? ALTRO CHE TERRORISTI, CRIMINALI, PRELATI E TALENT SCOUT. MI SA CHE IL PROBLEMA ERA TUTTO INTERNO ALLE MURA DOMESTICHE E VERRA’ ALLO SCOPERTO. QUELLE CHE UN TIZIO CHIAMA OSSESSIONI, IO LA CHIAMO INCHIESTA. E QUELLE CHE UN TIPO CHIAMA PERVERSIONI IO LA CHIAMO GIUSTIZIA. IMPARA, STRONZO!
Ecco la fine che state facendo tutti quanti.
Che tristezza!
https://www.startup-news.it/stiamo-diventando-degli-zombie/
Tenga, dottoressa, un’altra ragazza scomparsa. Sarà stata rapita da un talent scout?
https://www.fanpage.it/roma/va-a-un-colloquio-di-lavoro-e-scompare-il-fratello-di-simona-vasselli-forse-adescata-sui-social/
Bravo Nicotri! Finalmente qualcosa di sensato in questo ginepraio di stronzate che sto leggendo in ogni salsa.
https://www.youtube.com/watch?v=DcSzdjQvuXM
“Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, dalla mutria cretina, dalla serietà ignorante.
Sii allegro. T’insegneranno a non splendere. Tu, invece, splendi”. ✨✨✨(Pierpaolo Pasolini)
“Preoccupati più delle tua coscienza che della tua reputazione. Perché la coscienza è quello che tu sei; la reputazione è quella che gli altri pensano di te. E quello che gli altri pensano di te, è un problema loro”. (Charlie Chaplin)
La Pera è oggettivamente imbarazzante. Più leggo i suoi articoli e più mi rendo conto che non sa manco lei dove vuole andare a parare. Si è fissata che MFA sia implicato in molte delle ragazze sparite, compresa la Orlandi. E lei che è così attenta non ha notato un dettaglio decisivo. MFA, di cui non mi importa niente, fu arrestato il 21 dicembre 1983 per aver investito Garramon. Il giorno dopo, il 22 dicembre, il fantomatico americano fece l’ultima chiamata prima di sfuggire alla cattura. Ora, se la la cronologia non è opinione, se Accetti fu arresto il 21 dicembre, come poteva essere l’americano che telefonò il giorno dopo? A volte basta un dettaglio per smantellare certe convinzione e smascherare le bufale e i bufalari.
Non risulta esserci stata alcuna chiamata il 22 dicembre 1983 da parte dell’Americano.
Si informi bene! 22 dicembre 1983, l’Amerikano chiama al telefono l’avvocato Egidio e gli preannuncia che il 28 novembre 1983 sono stati spediti, da Boston, alcuni messaggi per il giornalista americano Richard Roth. Sarà l’ultima telefonata prima di sparire nel nulla.
La proposta di beatificazione del Giudice Borsellino ora?
Attenzione alle trappole di chi non difende i minacciati da cosa nostra e sta in questi minuti appigliandosi al vile tentativo di colpevolizzare noi, che non ci faremo martirizzare dai porci palermitani.
Piantedosi, don Purpura, pure Papa Francesco che ha fatto le modifiche, non so se siano eretiche (pure queste), per avviare la quarta categoria di persone beatificabili, e pure altri incastrati nella politica dei plurindagati italiani, che in queste ultime ore hanno espresso stima per chi offre la propria vita…esclamando: “Ha tenuto fede sapendo di morire per la legalità!!” Oppure facendo paragoni con l’altro giudice ammazzato: “Come Livatino!!”
E per me non sono beati né l’uno né l’altro.
Oppure, se lo fossero, non devono essere sfruttati da loro.
Ha risolto nulla, ha lasciato orfani i figli e vedova la moglie, le piste di indagine sono annacquate!!! Quindi, se non si risolve il caso, non abbiamo miracoli che stabiliscano prove di santità, quali sono i tipici fenomeni preternaturali.
I politici e le forze di polizia, l’esercito, e la magistratura: devono mantenere le città prive di grezzi.
Insegnare a fare i kamikaze serve per fare suicidare chi rompe le scatole per proseguire con la loro vita di ipocriti.
Tenga, dottoressa Pera, in questa intervista c’è un indizio che getta un’ombra cupa su Meneguzzi, quantomeno come complice della scomparsa di Emanuela Orlandi. Io l’ho notato, spero che lo noterà anche lei. Sugli altri non ci conti molto. E non ci conti nemmeno sulla Procura di Roma che in questi due anni si sarà semplicemente grattata la schiena.
https://www.teche.rai.it/personaggi/ercole-orlandi/
“Non ci pare che tutto questo abbia nessun senso né abbia dato qualche contributo alla verità. E ci domandiamo perché il Parlamento, la Procura di Roma e perfino la magistratura vaticana sostengano di dover indagare ancora, invece di prendere atto che delle due ragazze non si è mai saputo proprio nulla e ormai non serve più alzare polveroni”.
https://www.farodiroma.it/rivelazioni-di-40-anni-fa-sempre-fasulle-lasciamo-in-pace-le-famiglie-orlandi-e-gregori-s-c/
https://archivio.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/emanuela-orlandi-dna-diverso-da-mamma-maria-ma-di-quale-emanuela-2504473/
AL PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI FROSINONE DENUNCIA / QUERELA
Io sottoscritto: BARBATO MARIO… con il presente atto si onora di esporre alla S.V. quanto segue: i fatti che mi accingo a rappresentare hanno gravemente leso e compromesso la mia dignità, il mio decoro e la mia reputazione.
*** per chiarezza espositiva mi accingo a fare una ricostruzione cronologica dei fatti accaduti. In data 06.05.2025, veniva pubblicato sul blog “MOW” l’articolo intitolato “Pietro Orlandi rivela il nome del Blogger indagato per favoreggiamento: Emanuela portata in Inghilterra perché incinta? Quando è stata rapita aveva il ciclo. Le tipiche stroz*te che…”, a firma dalla blogger Giulia Ciriaci. (All.to 1) L’articolo, poi, così prosegue: “Piero Orlandi svela il nome di Barbato Mario, blogger, indagato per favoreggiamento nel caso della quindicenne cittadina vaticana scomparsa nel 1983[…]”. (All.to 1) Nello specifico, l’intero articolo ruota su quanto pubblicamente diffuso dal Pietro Orlandi a mezzo post sulla piattaforma Facebook, riportando per intero le parole offensive, denigratorie e minacciose affermate dall’Orlandi.
In particolar modo, veniva scritto dall’Orlandi: “Poi mi chiedo, ma questo gran pezzo di merda di Mario Barbato ma come si permette di parlare così di mia sorella? Ma che ne sa di lei cosa faceva o cosa non faceva? Qual era la sua vita? Lui non l’ha mai conosciuta. Questo bastardo di Mario Barbato me le venisse a dire in faccia queste cose, ma non ha le palle per farlo perché è un verme in grado solo di strisciare. Mi dispiace per i suoi genitori che hanno messo al mondo una monnezza del genere. Questo è anche il risultato di una certa disinformazione di giornalisti che continuano a scrivere nei loro libri insinuando sulla vita di Emanuela, sulle false assenze a scuola, le feste con militari di leva, ma quali feste con militari di leva? Che gente bastarda esiste al mondo. Caro Mario Barbato ti auguro con tutto il cuore il peggio che la vita possa darti.” (All.to 2)
Le parole, i termini forti ed offensivi, dispregiativi, non solo diretti alla mia persona, ma addirittura ai miei genitori, utilizzati hanno non solo gravemente compromesso la mia dignità, il mio decoro e la mia reputazione, ma hanno, altresì, fomentato circostanze non veritiere, accusandomi pubblicamente di favoreggiamento. In merito, evidenzio che il procedimento cui si fa riferimento nell’articolo è nelle primissime fasi primordiali, ove le indagini non risultano concluse e le accuse mai formalizzate. Per queste ragioni, non comprendo come sia potuto essere stato messo sotto gogna mediatica, quando per il nostro ordinamento, le indagini sono secretate e non soggette a divulgazione. Invece, nel caso di specie non solo veniva resa nota un’attività investigativa, ma addirittura il Pietro Orlandi veniva a conoscenza di dati sensibili, quali le mie generalità, in un procedimento nuovo e diverso da quello riapertosi per indagare sulla vicenda della povera Emanuela.
In altri termini, quel che non comprendo è come un cittadino sia potuto essere venuto a conoscenza delle mie generalità in un procedimento di cui, in teoria, non avrebbe dovuto sapere nemmeno dell’esistenza. Tale circostanza ha comportato una divulgazione di dati, a me riferiti, contornati da termini offensivi forti- tanto che lo stesso Orlandi, consapevole, si scusa per le parole usate – di fatto diffamatori, che in un breve arco temporale hanno aggiunto un numero indefinito, ma copioso, di utenti e lettori. Tale circostanza, si ripercuote, poi, negativamente anche sulla mia attività lavorativa, di fatto compromettendo ogni articolo o addirittura la possibilità di scriverlo. Proprio al fine di salvaguardare la mia reputazione, invero, prima di ricorrere all’Autorità Giudiziaria, annunciavo alla stampa di voler essere sentito affinché potessi dichiararmi estraneo dalle accuse mosse, secondo il diritto di replica sancito dalla Legge.
Sul punto, evidenzio e sottolineo come ritengo di essere estraneo alle accuse di favoreggiamento nell’inchiesta della scomparsa di Emanuela Orlandi, trattandosi di post in cui esprimevo solamente il mio pensiero nella piena libertà di espressione ampiamente riconosciuta dalla nostra Costituzione, oltre che, non comprendere come questi possa ostacolare le indagini. Per tutto quanto sopra descritto, ritengo di essere vittima del reato di diffamazione di cui all’art. 595 c.p. in quanto l’Orlandi Pietro con la propria condotta, comunicando contemporaneamente con un numero indefinito e copioso di persone / utenti, offendeva duramente e gravemente la mia reputazione, attribuendomi un determinato fatto e sottoponendomi a gogna mediatica.
Pertanto, con il presente atto dichiaro di proporre, come in effetti propongo DENUNCIA – QUERELA nei confronti di PIETRO ORLANDI, nato a Roma il 22.12.1956, del reato di cui all’art. 595 comma 2 e 3 c.p. e qualsiasi altro reato che l’Autorità Giudiziaria dovesse ravvisare. Al fine di fugare ogni dubbio si ritiene, anche alla luce dell’Ordinanza n. 21661 del 13.10.2009 emessa dalla Suprema Corte a Sezioni Unite, che la competenza territoriale sarebbe da ravvisarsi innanzi alla S.V. Si chiede, altresì, nell’ipotesi ultima che l’Autorità Giudiziaria procedente dovesse disporre la richiesta di archiviazione in merito all’instaurando procedimento penale, di ricevere avviso rituale ai sensi dell’art. 408 с.р.р. Si ci oppone sin da ora all’eventuale emissione di decreto penale di condanna e si ci riserva la costituzione di parte civile nell’instaurando procedimento. Si allega: 1) Articolo MOW del 06.05.2025; 2) commento Facebook di Pietro Orlandi; 3) procura speciale.
Con alta considerazione Frosinone, 28.05.2025 In fede, Mario Barbato
Quando è troppo è troppo. A un certo punto anche la mia pazienza si esaurisce e comincio a picchiare duro.
Pietro Orlandi sbraita quando si parla di feste di Emanuela con militari di leva. Tuttavia, che questo corrisponda a verità, lo stabilì una nota firmata dal Sisde il quale accertò che, a casa di Cristina Franzé, amica di Emanuela e frequentatrice dell’azione cattolica, non molto prima della scomparsa, Emanuela aveva partecipato a una festa nella quale si presero la scena tre giovanissimi militari, forse marinai, intenti «a rimorchiare» ragazze con modi non garbati. Capisco il desiderio di un uomo di salvaguardare l’immagine della sorella, ma negare i fatti non aiuterà a scoprire certe verità forse più a “portata di mano” rispetto ai complotti.
Una festa…
Silvia Vetere, compagna di liceo di Emanuela, disse che Emanuela faceva spesso “sega a scuola”, falsificando il libretto delle giustificazioni”. Che la Vetere abbia detto la verità, è confermato dal giornalista Tommaso Nelli il quale è venuto in possesso della pagella scolastica della cittadina vaticana che dimostra come nel secondo quadrimestre Emanuela avesse totalizzato oltre settanta ore di assenza da scuola. Un giorno addirittura uscì dal liceo alla dieci e trenta, falsificando l’autorizzazione della madre. Ripeto: negare i fatti non servirà a scoprire la verità, ma solo a portare avanti un romanzo pieno di menzogne che a molti fa comodo, perlomeno per avere il quarto d’ora di notorietà.
Se Rossella Pera si è stancata di pubblicare articoli in questa onlus di rottamati, ce lo dica, così leviamo il disturbo.
Vorrei segnalare che il sito web non permette di selezionare gli articoli della Sua rubrica, limitandosi a mostrarne gli ultimi 6 e altri 4 scelti casualmente definiti “simili”
No, lei ora è impegnata a insultarmi. Tutta robina per il mio avvocato
No, l’unica che insulta è lei, e smetta di minacciare le persone e soprattutto di saturare le procure che hanno questioni serie da affrontare.
Buona serata