Di Leonardo Raito
In momenti in cui la scarsa partecipazione alle tornate elettorali mette in crisi l’essenza profonda della democrazia, si potrebbe ricorrere alle più convincenti analisi del passato per trarre spunti per rivitalizzare una vita pubblica gravemente malata.
Roberto Ruffilli (1937–1988) rappresenta una delle figure più originali e influenti del pensiero politico italiano della seconda metà del Novecento. Storico delle istituzioni, politologo e intellettuale organico al progetto di riforma della Democrazia Cristiana degli anni Ottanta, Ruffilli operò in un momento di profonda trasformazione del sistema politico italiano. Le sue analisi, centrate sulla crisi del parlamentarismo, sul ruolo dei partiti e sulla ridefinizione della sovranità democratica, hanno fornito una cornice teorica di riferimento per la successiva stagione delle riforme istituzionali.
Negli anni Settanta e Ottanta il sistema politico italiano attraversava una fase di crescente instabilità, caratterizzata da governi brevi, frammentazione partitica e difficoltà nell’assunzione delle decisioni pubbliche. Ruffilli analizzò questa situazione individuandone le cause nella progressiva autonomizzazione dei partiti rispetto alla società e nello squilibrio tra ruolo parlamentare e funzione dell’esecutivo.
Secondo Ruffilli, i partiti avevano progressivamente sostituito lo Stato, assumendo un ruolo di intermediazione dominante che svuotava le istituzioni rappresentative e rendeva opaca la responsabilità politica. Il Parlamento, centro della sovranità democratica, risultava paralizzato da logiche condizionanti di coalizione e da una competizione interna che impediva la formazione di maggioranze coerenti.
La sua diagnosi non era puramente critica, bensì orientata a individuare un percorso di riforma che restituisse efficienza e legittimità alla democrazia italiana, senza ricorrere a soluzioni presidenzialistiche estreme o a rotture sistemiche.
Il nucleo originario e più noto della riflessione politica di Ruffilli fu il concetto di “democrazia dei cittadini”, elaborato all’interno delle commissioni della Democrazia Cristiana incaricate di delineare una riforma complessiva dello Stato.
La “democrazia dei cittadini” si basava su tre assi portanti:
1. La centralità del cittadino non doveva essere spettatore, ma soggetto attivo dell’indirizzo politico, titolare di strumenti chiari di scelta e controllo;
2. la responsabilizzazione dell’esecutivo, in quanto un governo più stabile, più visibile e più responsabile consentiva una relazione diretta tra decisione politica e valutazione elettorale.
3. La trasparenza del processo decisionale, in quanto le istituzioni dovevano rendere comprensibile ai cittadini “chi decide che cosa” e “su quale mandato”.
La traduzione istituzionale di questa visione prevedeva una riforma elettorale capace di rafforzare il rapporto rappresentanti-rappresentati; un sistema di governo più efficace, ma non autoritario; una riorganizzazione dei partiti affinché recuperassero la loro funzione originaria di mediazione democratica e non di gestione del potere.
Ruffilli non proponeva una radicale rottura del sistema, ma un percorso graduale e coerente di riforma, fondato sulla specificità della storia costituzionale italiana e sull’esperienza comparata delle democrazie occidentali.
Ruffilli ci consegnò oltre a un insieme di idee, anche un metodo: l’idea che la riforma democratica fosse possibile solo attraverso la comprensione profonda della storia e la responsabilizzazione del cittadino. È questo, forse, il lascito più duraturo del suo pensiero. E sarebbe una base preziosa da cui ripartire.
Leonardo Raito

