di Francesco Di Lorenzi
Vorrei condividere con voi alcune breve riflessioni, concentrandomi non sulla delusione del risultato elettorale, sui presunti errori commessi e sui tanti se e ma che potremmo tirare fuori, bensì su quali strade immaginare una ripartenza veloce quanto necessaria e che coinvolga, possibilmente, larga parte dell’area socialista. Credo che siano tre le direttrici fondamentali su cui muoverci per tentare, insieme, di gettare ancora una volta il cuore oltre l’ostacolo, con la determinazione e, passatemi il termine, l’ostinazione, di chi ne ha passate troppe per mollare di fronte all’ennesima battuta d’arresto.
In primo luogo ripartirei da una profonda riflessione sulla nostra proposta politica, su cosa non funziona, in Italia come nel resto d’Europa, sulle parole d’ordine di una piattaforma riformista e democratica; beninteso, non credo assolutamente che vadano inseguite le pulsioni più retrograde di movimenti spesso demagogici e qualunquisti ma il vento che soffia da ormai parecchi anni ci impone qualche domanda scomoda, è inevitabile. Sull’immigrazione, per esempio, non è il caso di chiederci se non abbiamo sottovalutato il grido di rabbia che giungeva dalle nostre periferie, da quelle classi popolari che hanno vissuto sulla propria pelle le difficoltà di un fenomeno globale, inarrestabile e dalle mille implicazioni? Se non si è sbagliato qualcosa nel ridurre a pulsioni razziste e xenofobe (che ci sono in piccola parte) gli allarmi sociali sull’insicurezza e l’invivibilità di certi quartieri, sulla concorrenza tra poveri nella giungla del mercato nero, sulle difficoltà di una integrazione culturale sacrosanta e necessaria spesso declinata in una ghettizzazione pericolosa e priva di sbocchi positivi? E sulle politiche economiche di austerità, sulle privatizzazioni forzate a scapito dell’universalità dei servizi, non abbiamo, forse, sbagliato qualcosa, dimenticandoci di sviluppo e redistribuzione, di politiche industriali, sottovalutando il gigantesco fenomeno della proletarizzazione del ceto medio produttivo, della crisi senza fine del commercio e del piccolo lavoro autonomo, consegnando milioni di lavoratori e pensionati nelle mani di una destra molto capace ed abile a soffiare sul fuoco di qualsiasi disagio sociale? Meloni e soci europei propongono un forse anacronistico “Dio, patria e famiglia”, ma quali sono le nostre parole d’ordine? Dove sono finite le “case, scuole ed ospedali” che proponeva un grande riformista come Giuseppe Saragat? Le domande e le riflessioni da fare sarebbero veramente molte e mi auguro che nei prossimi mesi sarà possibile affrontarle, anche attraverso lo strumento prezioso del nostro giornale, con spirito critico, propositivo e senza scorciatoie.
La seconda direttrice ci conduce verso l’irrinunciabile necessità della costruzione della casa politica dei riformisti, in grado di unire, federare e rendere operative le migliori culture politiche dell’Italia repubblicana, dai socialisti ai repubblicani, dai liberali ai popolari. Esiste uno spazio politico molto vasto che non si esaurisce nelle figure di Calenda e Renzi, ma che si allarga verso orizzonti più ampi, da Forza Italia al PSI, e che rappresenta in termini elettorali, almeno potenzialmente, la seconda o la terza area politica del Paese. Bisogna occuparla, iniziando magari dai vicini più affini, coltivarla e trasformarla in una forza centrale ed indispensabile per il governo della nazione.
Infine il terzo elemento per immaginare una ripartenza rapida e, soprattutto, nella giusta direzione di marcia. Sarò probabilmente antico, legato ai simboli e fuori dalla realtà, però credo fermamente che sia necessaria una presenza organizzata ed autonoma dei socialisti italiani. Contribuiamo a costruire il partito riformista che manca ma partendo da una nostra chiara e visibile identità, con il nostro giornale, senza rinunciare ai simboli, ai riferimenti ed ai nomi della nostra storia! Non è pensabile di sanare la contraddizione della mancanza di una vera forza del centro-sinistra riformista con un’anomalia ancora più grande, come quella dell’assenza( o per meglio dire della poca presenza) di un partito o di un movimento che continui a tenere alta la vecchia e gloriosa bandiera del socialismo italiano.
Sono, ovviamente, solo alcuni spunti di riflessione che andranno ampliati ed approfonditi, senza puntare il dito contro nessuno e con il massimo spirito unitario. Avanti!


1 commento
Riguardo alla prima direttrice, se si vuole avere un’idea di Paese – la quale deve tener oggi giocoforza conto dello stato delle cose, al di là delle personali idealità di ciascuno di noi – e all’interno di tale idea proporsi di rappresentare il ceto medio produttivo, non credo sia stata la destra a “soffiare sul fuoco di qualsiasi disagio sociale”, quanto piuttosto la sinistra riformista a trascurare o ignorare un tale disagio, nonostante i tanti e ripetuti segnali che si sono succeduti negli anni.
Il che fa pensare che la sinistra riformista si sia di fatto comportata come quella cosiddetta radicale, ma con la seconda decisamente più coerente dal momento che i ceti medi non sono tradizionalmente la sua classe sociale di riferimento, e tale impressione può essersi radicata nel sentire comune al punto di far ritenere che il presunto riformismo sia alla fine qualcosa di molto simile al massimalismo, spingendo così in altra direzione l’elettore che nutre simpatie di segno riformista.
Quanto alla seconda direttrice, la “suggestione” di poter coinvolgere Forza Italia mi sembra abbastanza velleitaria, e comunque tardiva, quando una collaborazione organica con detto partito poteva essersi già avviata da tempo, stante la sua indubbia vocazione al gradualismo riformista, ma resta in ogni caso la possibilità, io almeno credo, di un avvicinamento in tal senso, purché, a mio vedere, si superi la convinzione che il riformismo abbia casa solo a sinistra (per venire alla terza direttrice).
Paolo Bolognesi 12.06.2024