di Vicky Amendolia (della Segreteria Nazionale di Socialdemocrazia SD)
Il Decreto Sicurezza promette rigore, ma non scioglie il nodo decisivo: in Italia i provvedimenti di allontanamento si firmano con facilità, si annunciano con enfasi e troppo spesso non si eseguono affatto. Così la propaganda si sostituisce al governo e il prezzo lo pagano i cittadini.
Ogni volta la stessa scena. Un delitto feroce, una vita spezzata, una famiglia distrutta. Poi, a distanza di poche ore,
emerge la notizia che rende tutto ancora più insopportabile: l’autore non avrebbe dovuto essere in Italia. Era già irregolare, già noto, già destinatario di un ordine di allontanamento o di espulsione. Eppure era ancora qui, libero di muoversi, di colpire, di uccidere. I casi eclatanti sono tanti e alcuni colpiscono più di altri. Per limitarci alle cronache dei primi mesi del 2026, si può ricordare il caso di Emilio Gabriel Valdez Velazco, un peruviano di 57 anni arrestato per l’omicidio di Aurora Livoli, una ragazza di 19 anni, avvenuto a Milano. Costui, con precedenti per stupro e rapina, era considerato un criminale seriale, era destinatario di due provvedimenti di espulsione dall’Italia negli anni precedenti, non era mai stato rimpatriato, rimanendo irregolare sul territorio nazionale, eppure l’uomo era stato coinvolto in altri episodi di violenza nel 2024 e 2025 e, poco prima dell’omicidio di Aurora, aveva tentato di strangolare un’altra giovane. A Bologna il caso del capotreno Alessandro Ambrosio, ucciso il 5 gennaio 2026: l’uomo arrestato per l’omicidio era stato raggiunto da un decreto di allontanamento pochi giorni prima. È accaduto a Catania nel caso di Santo Re: secondo ANSA, l’imputato era un immigrato irregolare gravato addirittura da sei ordini di espulsione, mai eseguiti. Non sono dettagli di contorno. Sono l’atto d’accusa più duro contro uno Stato che decide senza riuscire a eseguire.
Dopo ogni delitto riaffiora la stessa verità: in Italia il problema non è firmare i provvedimenti di allontanamento, ma eseguirli. I dati ufficiali dicono che nel 2022 gli stranieri denunciati o arrestati sono stati 271.026, il 34,1% del totale, con percentuali altissime nei furti e nelle rapine; ma dicono anche che nel 2024, a fronte di 27.970 ordini di lasciare il territorio, i rimpatri effettivamente eseguiti sono stati appena 4.480. Il resto è rimasto sospeso tra burocrazia, inefficienza e impotenza dello Stato.
Ed è proprio da qui che il nuovo decreto sicurezza mostra tutta la sua inconsistenza. Il Governo lo presenta come una prova di fermezza, ma in realtà non interviene sul punto decisivo: la distanza abissale tra il provvedimento scritto e l’allontanamento effettivo. Al contrario, il decreto restringe il gratuito patrocinio per chi impugna un’espulsione, introduce un compenso al legale legato all’esito del rimpatrio volontario e amplia il ricorso a deroghe e affidamenti speciali nella gestione dei centri. In sostanza, irrigidisce il contorno, altera garanzie delicate e moltiplica strumenti eccezionali, ma lascia irrisolto il cuore del problema. È per questo che rischia di essere soprattutto fumo negli occhi: più scenografia normativa, poca capacità operativa.
La verità è più semplice e molto più grave: in Italia non mancano i decreti di espulsione, manca l’apparato che li trasformi in realtà. Il rimpatrio non fallisce perché la legge non lo consente. Fallisce perché dopo il decreto comincia una catena lunga e fragile: identificazione certa della persona, riconoscimento da parte del Paese d’origine, rilascio dei documenti di viaggio, disponibilità di posti nei CPR, tempi di trattenimento compatibili, organizzazione materiale del trasferimento. Se uno solo di questi anelli si spezza, tutto si arresta. E quel che resta non è la sicurezza, ma una zona grigia in cui l’irregolare continua a circolare.
I numeri europei aiutano a capire quanto sia strutturale il problema. Nel terzo trimestre del 2025, nell’Unione europea, 115.440 cittadini di Paesi terzi hanno ricevuto un ordine di lasciare il territorio, ma solo 34.155 sono stati effettivamente rimpatriati verso Paesi terzi. Anche nel quarto trimestre del 2025 il divario è rimasto enorme: 117.545 ordini di allontanamento contro 33.860 ritorni effettivi. Dunque il problema non è solo italiano, ma in Italia assume una forma più scandalosa perché viene coperto da un discorso pubblico muscolare, che vende come rigore ciò che spesso è soltanto impotenza amministrativa.
Per questo continuare a invocare genericamente “più espulsioni” serve a poco, se non si dice come renderle eseguibili. La prima soluzione seria è diplomatica prima ancora che poliziesca: fare degli accordi di riammissione con i Paesi d’origine una priorità assoluta. Senza cooperazione consolare, senza identificazione rapida, senza rilascio dei documenti di viaggio, l’espulsione resta un atto notarile travestito da decisione politica. Bisogna legare i rapporti con i Paesi terzi a un principio di reciprocità rigorosa: collaborazione sui rimpatri in cambio di quote legali d’ingresso, investimenti mirati, canali di cooperazione economica. Altrimenti continueremo a proclamare espulsioni che nessuno è in grado di eseguire.
La seconda soluzione è costruire una corsia esecutiva speciale per i soggetti socialmente pericolosi o già gravati da condanne e recidive. È qui che lo Stato deve essere inflessibile. Non basta notificare un ordine di allontanamento e confidare che venga rispettato spontaneamente. Per chi ha già mostrato violenza, serialità criminale o pericolosità concreta, servono identificazione accelerata, disponibilità immediata di posto, interlocuzione consolare prioritaria e trasferimento rapido. La differenza tra un’irregolarità amministrativa e una minaccia reale per la collettività non può restare affidata alla stessa macchina lenta e indistinta. I casi di Aurora Livoli, Alessandro Ambrosio e Santo Re (così come migliaia di altri casi) dimostrano che il costo dell’inerzia può diventare irreparabile.
La terza soluzione è smettere di trattare tutto il fenomeno migratorio come se fosse composto solo da clandestini da inseguire. Una parte degli irregolari non è realisticamente rimpatriabile in tempi brevi; un’altra parte potrebbe invece essere assorbita legalmente dal mercato del lavoro. Continuare a tenere entrambe queste categorie nello stesso limbo significa alimentare irregolarità, lavoro nero e marginalità. Qui bisogna avere il coraggio di una scelta fuori dagli schemi: aprire canali legali, selettivi e controllati, anche per ricerca di lavoro, in modo da sottrarre persone ai trafficanti, ridurre la pressione sul sistema dell’accoglienza e concentrare le risorse repressive su chi deve davvero essere allontanato. La fermezza senza intelligenza produce solo clandestinità amministrata.
La quarta soluzione è la trasparenza radicale. Oggi il dibattito è avvelenato da una nebbia di cifre, annunci, dichiarazioni politiche e dati non sempre omogenei. Occorre pubblicare in modo periodico e disaggregato il numero reale degli ordini di allontanamento, dei trattenimenti, dei rimpatri eseguiti, dei mancati rimpatri per assenza di documenti, dei casi bloccati per mancata cooperazione del Paese d’origine, dei soggetti irreperibili dopo il provvedimento. Senza questa chiarezza, la politica continuerà a usare i numeri come slogan e i cittadini continueranno a confondere la carta con la realtà.
Infine, bisogna dire con franchezza ciò che molti fingono di non vedere: il decreto sicurezza non risolve questo problema perché non nasce per risolverlo. Nasce per rappresentarlo. Serve a dare l’impressione del controllo, non a costruirlo davvero. Colpisce il simbolo, non scioglie il nodo. Offre una retorica della fermezza mentre lo Stato continua a inciampare nei suoi stessi limiti: identificazioni lente, accordi insufficienti, esecuzioni deboli, strutture inadeguate. E quando la politica sostituisce il governo con la messa in scena, la sicurezza diventa un titolo di conferenza stampa e l’insicurezza resta nelle strade.
La verità, allora, è brutale nella sua semplicità: non servono altri decreti che facciano rumore, servono decisioni che producano effetti. Perché un ordine di espulsione che non si traduce in un rimpatrio non è severità dello Stato. È la sua confessione di impotenza.
E uno Stato che non sa eseguire ciò che ordina non governa più la realtà: si limita a verbalizzare il proprio fallimento.

