Torna oggi sulla Terra l’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale, dopo che uno di loro si è ammalato. La Nasa e SpaceX hanno organizzato il disancoraggio dell’Equipaggio 11 dalla stazione orbitante nel pomeriggio di oggi, 14 gennaio. Si prevede l’ammaraggio al largo della California all’alba di domani, condizioni metereologiche permettendo.
L’equipaggio è composto da due astronauti della Nasa Zena Cardman e Mike Fincke, cui si uniscono Kimiya Yui della Japan Aerospace Exploration Agency e Oleg Platonov di Roscosmos. Erano partiti dal Kennedy Space Center a inizio agosto scorso, e la loro missione doveva concludersi a febbraio 2026. Ad oggi non ci sono dettagli specifici su chi sia il malato, ma sappiamo che è in condizioni stazionarie ed è assolutamente fuori pericolo. Tuttavia, va detto che è la prima volta che la Nasa interrompe una missione a causa di un’emergenza sanitaria.
La cosa di per sé non dovrebbe suscitare alcun allarme, ma non possiamo non chiederci come mai questa “malattia” a bordo. Le cosiddette “camere bianche” della Nasa sono tra gli ambienti più sterili al mondo: l’aria è costantemente filtrata, l’umidità minima e le superfici sono trattate con sostanze chimiche igienizzanti e, per massimo scrupolo, anche con radiazioni ultraviolette. Nonostante tutte queste attenzioni, poco prima della malattia dell’astronauta, che sarà rimpatriato, bisogna sapere che un gruppo di scienziati ha individuato forme batteriche capaci di resistere a condizioni studiate per eliminarle.
Cosa è successo? Mentre assemblavano il Phoenix Mars Lander, nei laboratori del Kennedy Space Center, i ricercatori hanno raccolto dai pavimenti delle “camere bianche” oltre duecento campioni batterici. Utilizzando il sequenziamento del DNA hanno potuto analizzarli e scoprire una cosa sorprendente: tra quei campioni c’erano ben 26 specie batteriche mai rilevate prima.
Si tratta di microorganismi con una resistenza fuori dal comune: hanno resistito a radiazioni intense, a ripetuti cicli di pulizia chimica e a livelli di umidità prossimi allo zero. Un team internazionale li ha analizzati attentamente e ha individuato un sistema di difesa multistrato: in pratica, alcuni di questi batteri riescono a formare biofilm adesivi che li tengono ancorati alle superfici; altri sopravvivono grazie a meccanismi incredibili di riparazione del DNA danneggiato dalle radiazioni; altri ancora entrano in una specie di letargo, e si trasformano in una specie di spore estremamente resistenti, pronte a tornare in vita non appena le condizioni esterne lo consentono.
Ora il punto è: se questi batteri riescono a sopravvivere ai protocolli di sterilizzazione più severi, potrebbero anche sopravvivere a un viaggio spaziale. Il fatto che microrganismi terrestri possano raggiungano Marte è davvero un grave problema: se inseriti nella ricerca di eventuali forme di vita extraterrestri, questi rischierebbero seriamente di contaminare ambienti e forme di vita che gli scienziati devono invece studiare nella loro condizione naturale e “sana”.
Gli addetti ai lavori stanno già correndo ai ripari: l’università saudita sta realizzando una nuova, speciale camera di simulazione planetaria. I primi test partiranno in questi giorni, e riprodurranno condizioni estreme (bassa pressione, forti radiazioni e brusche variazioni di temperatura). L’obiettivo è studiare come questi batteri “indistruttibili” reagiscono a scenari molto simili a quelli di un viaggio interplanetario.
Vogliamo mica fare la figura dei soliti distruttori, anche nello spazio?

