Ci siamo, ne mancano tre e i fuochi di artificio si stanno intensificando in attesa del botto finale che ci sarà martedì: il D-Day delle elezioni americane.
Noi in Italia le guardiamo con distacco, molti pensano che non sono cazzi nostri, e invece sì e pure tanto.
A seconda del Presidente che verrà eletto, infatti, cambierà la strategia americana anche sul quadrante europeo e dell’Europa noi siamo parte.
Dal commercio alla difesa, dalla politica estera a quella internazionale saranno molte le cose che potrebbero cambiare in danno del nostro paese.
Trump rimetterà in piedi tutte le misure economiche di protezione del mercato interno americano, per esempio, e noi, che di roba nostra in Usa ne esportiamo una valanga, non è che ne usciremo bene.
Saranno iper-protette anche le frontiere, sarà difficile avere i visti e il sogno della luna di miele newyorkese, per molti innamorati dell’ultima ora, dovrà essere accantonato.
Ma queste sono bazzecole di fronte alle intenzioni di smantellare la Nato in un periodo della vita del nostro pianeta nel quale le guerre spuntano come funghi e un Vice Presidente Russo (Medvedev meno diplomatico del suo capo) dichiara che se fosse per lui di bombe atomiche ne avrebbe sganciate già una decina, anche contro quella Europa che odia tanto.
Insomma la elezione alla Casa Bianca di un filo-putiniano, che punta a una asse con Mosca per dominare mezzo pianeta contando sul sonno dell’Orso Cinese, non è proprio una roba che sia solo da “cazzi loro” ma anche un pochino nostri.
Quindi ci siamo e la campagna (quella elettorale) frigge.
Anche perché i sondaggi cambiano di giorno in giorno e velano di suspense questi ultimi giorni quasi fosse un film di Spielberg.
E con un sistema elettorale come quello americano, dove puoi anche prendere qualche milione di voti in più (come successe alla Clinton con Trump) e perdere lo stesso, i calcoli e le previsioni fatti per stati e non per elettori, sono complicati e imprevedibili. (Poi che non ho ragione quando dico che il maggioritario deve essere buttato nel secchio della immondizia e si deve tornare al proporzionale puro).
Gli ultimissimi dati dicono per esempio che nei sette stati, fondamentali per vincere (Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin), si conferma un sostanziale testa a testa tra Harris e Trump, ma con un lieve vantaggio dell’attuale vicepresidente Usa.
Nei tre Stati industriali del cosiddetto “Blue Wall” infatti, il “muro blu” democratico (Michigan, Pennsylvania e Wisconsin), una rilevazione rilanciata dalla Cnn indica Harris in vantaggio di molto, il 51%, rispetto al 48% di Trump nel Michigan, del 50% a 48% in Wisconsin e altrettanto in Pennsylvania. Infine una media dei sondaggi, effettuati da vari istituti ed elaborata dalla Cnn, assegna invece a Harris un risultato di 49% a 46% su Trump.
E allora, con questo clima di incertezza, le bordate si intensificano.
Quelle di Trump sulla recessione della occupazione (per colpa di Biden) fanno il paio con le sue polemiche per la infelice uscita del presidente che ha definito come “spazzatura” i sostenitori del “tycoon” e quindi le sue comparsate con le pettorine gialle da operatore ecologico si sprecano.
Ma poi le sue gaffes si moltiplicano e ieri altra benzina sul fuoco.
Infatti, parlando della sua attuale “nemica” Liz Cheney, figlia dell’ex vicepresidente Dick, esponente di provenienza repubblicana che però sostiene apertamente Harris, Trump ha usato il termine “guerrafondaia”, a cui “bisognerebbe puntare i fucili addosso e sparare”.
Intanto oltre 63 milioni di elettori si sono già espressi con il meccanismo del voto anticipato battendo il precedente record del 2020 e questa la dice lunga sulla attenzione che sta crescendo negli Usa per il voto di martedì.
Anche il mondo dello spettacolo e dell’arte è sceso in campo schierandosi quasi completamente per la Harris.
L’ultima, in ordine di tempo, è l’attrice Julia Roberts, che si è espressa con uno spot. E due giorni fa era stata Jennifer Lopez, la portoricana più famosa di Hollywood, a salire con Harris sul palco di Las Vegas. Sono tanti gli attori, i registi e gli sceneggiatori che vedono Trump come una minaccia, schierati per questo apertamente con Harris. Dopo la popstar mondiale Taylor Swifte Beyoncé, che ha prestato “Freedom” quale inno della campagna elettorale, si sono uniti Eminem, Cher e Lizzo, l’attore Leonardo DiCaprio, George Clooney, Jennifer Lawrence, Sarah Jessica Parker, Scarlett Johannson, Mark Ruffalo e altri.
I volti famosi per Trump si “limitano” a Mel Gibson e Jim Caviezel (il Gesù del film The Passion ), a Dennis Quaid e Kelsey Grammer di Frasier , al cantante Kid Rock, al wrestler Hulk Hogan e a John Voight, premio Oscar e padre di Angelina Jolie. Poi, ovviamente, c’è il magnate Elon Musk, fondatore di Tesla e capo del social network X.
Insomma la partita è aperta e manca pochissimo al rien ne va plus.


1 commento
Al di là di questo appuntamento elettorale (il cui esito è ormai alle porte, e vedremo presto quale risposta uscirà dalle urne), ho sentito ripetutamente dire che le metropoli USA sarebbero più orientate verso i Democratici, mentre la cosiddetta “pancia” di quel Paese guarderebbe maggiormente ai Repubblicani, il che, se rispondesse al vero, avrebbe un certo qual parallelismo con la situazione di casa nostra, quanto al voto espresso nelle città rispetto al restante territorio dello Stivale, e ove fosse effettivamente così, di qua e al di là dell’Oceano, e se una tale tendenza venisse confermata, credo che i riformisti qualche domanda al riguardo dovrebbero porsela.
Paolo Bolognesi 03.11.2024