di Vicky Amendolia
Da troppi anni la legge elettorale in Italia è ridotta a un gioco di prestigio nelle mani delle segreterie. Dal Porcellum al Rosatellum, passando per l’Italicum, ogni riforma è stata costruita con un vizio d’origine evidente: piegare le regole della rappresentanza alle convenienze immediate, anziché ai principi della democrazia. La parola “governabilità” è stata trasformata in un feticcio, utile a giustificare manipolazioni che hanno finito per svuotare il Parlamento della sua legittimazione e comprimere la sovranità popolare. Giovanni Sartori ammoniva che “le leggi elettorali sono la più potente arma di ingegneria costituzionale” [1]: non un dettaglio tecnico, ma il cuore stesso che tiene in vita le istituzioni. E i frutti avvelenati dei nostri marchingegni maggioritari sono sotto gli occhi di tutti.
Ci si ostina a ripetere che il proporzionale sia sinonimo di frammentazione e instabilità. Ma basta uno sguardo onesto alla nostra storia recente per cogliere la verità opposta. È stato proprio il cosiddetto maggioritario all’italiana, con i suoi premi di maggioranza e le coalizioni forzose, a produrre governi fragili, ostaggi di piccoli gruppi e di ricatti continui. Cartelli elettorali nati solo per vincere e incapaci di reggere il tempo di una legislatura, sbriciolatisi regolarmente in Parlamento. Altro che stabilità: il maggioritario ha consegnato al Paese il contrario di ciò che prometteva. Il proporzionale, al contrario, non inventa nulla: fotografa le reali articolazioni della società, rimettendo agli elettori la responsabilità di pesare le culture politiche in campo. Poi, certo, spetta alla politica— alla luce del sole, non nei retrobottega—assumersi la responsabilità delle alleanze. Chiamare questo lavoro “inciucio” è imbarbarimento lessicale: nelle democrazie parlamentari mature si chiama mediazione.
Il punto è che abbiamo scambiato un problema di legittimazione per un problema di governabilità. Si continua a ripetere che serva “decidere più in fretta”, come se l’urgenza bastasse a sostituire il consenso. Ma un esecutivo che cammina con la stampella di una maggioranza artificiale resta un esercizio precario di potere. Norberto Bobbio ricordava che la democrazia è potere pubblico di decisioni pubbliche [2]: senza rappresentanza autentica, senza trasparenza e riconoscimento reciproco tra eletti ed elettori, il potere scivola nelle segreterie e finisce per essere “privato” anche quando finge di essere “pubblico”. Non c’è scorciatoia aritmetica che possa guarire una frattura politica e sociale.
La conferma più rumorosa arriva dal silenzio delle urne: il primo partito in Italia è quello dell’astensione. Non è apatia; è rifiuto. Milioni di persone non votano perché non si sentono rappresentate, perché non accettano di partecipare a un gioco in cui i candidati sono selezionati dall’alto e il loro voto si scioglie in un plebiscito sul capo di turno. Quando si sottrae ai cittadini la scelta effettiva dei propri rappresentanti, la democrazia diventa un rituale vuoto. E la fiducia evapora. Tornare al proporzionale significa quindi ricucire: riattivare canali di mediazione, restituire senso al voto, responsabilizzare gli elettori—chiamandoli a dire in quali idee si riconoscono e da chi vogliono essere rappresentati, non semplicemente “pro o contro” qualcuno.
A questo sfregio si è sommato il taglio del numero dei parlamentari: popolare nei talk, devastante nella sostanza. Abbiamo il Parlamento più piccolo della nostra storia, in un Paese segnato da diseguaglianze territoriali, sociali, produttive. Meno seggi significano meno voce per comunità periferiche e minoranze politiche; significano filtri più stretti controllati dalle segreterie; significano meno pluralismo proprio quando la società è più complessa. L’argomento “lo fanno anche altri, guardate l’Inghilterra” è un paradosso travestito da comparazione. Il Regno Unito ha un uninominale secolare, bipartitismo consolidato, monarchia costituzionale, un’altra storia. L’Italia è una Repubblica parlamentare giovane, pluralista, policentrica. Curare malattie diverse con la stessa medicina è superficialità, non riformismo. Piero Calamandrei ci ammoniva: la Costituzione non è una macchina che va avanti da sé, bisogna alimentarla ogni giorno di partecipazione [3]. Ridurre i rappresentanti e blindare le liste significa, all’opposto, spegnere la partecipazione.
Cosa fare, allora? Proporzionale vero, non un ibrido che sommi vizi diversi. Un sistema che incentivi (non imponga) la ricostruzione di partiti degni di questo nome: comunità politiche capaci di selezionare classe dirigente, fare sintesi tra interessi, radicarsi nei territori. Basta bricolage istituzionale; serve ingegneria, nel senso rigoroso che Sartori ci ha insegnato [4]. Ciò implica tre scelte semplici e coraggiose. Primo: una soglia di sbarramento ragionevole, ad esempio il 3%. È l’argine che evita la polverizzazione senza zittire voci significative—parliamo grosso modo di un milione di voti: davvero vogliamo dire a un milione di cittadini che non contano? Secondo: restituire agli elettori la scelta dei propri rappresentanti, tramite preferenze o collegi territoriali contenuti (anche uninominali d’impianto proporzionale, come accadeva al Senato nella Prima Repubblica). Terzo: liberare il discorso pubblico dalla mistica del “capo che vince la sera delle elezioni”. La personalizzazione estrema ha degradato la politica a casting permanente; il proporzionale rimette al centro idee e programmi.
E c’è un altro punto decisivo, troppo spesso dimenticato: un sistema elettorale non è solo un algoritmo che traduce voti in seggi, ma un dispositivo che plasma i comportamenti. In un quadro di volatilità altissima, con flussi continui tra voto e non voto, è arbitrario dedurre dagli ultimi sondaggi che cosa accadrebbe “se ci fosse il proporzionale”. Cambia la regola, cambiano gli incentivi, cambia il voto. È il “velo d’ignoranza” di cui parlava John Rawls, che dovrebbe ispirare ogni riforma: quando non puoi calcolare il tuo vantaggio immediato, scegli la soluzione più equa e robusta per tutti.
Chi teme il proporzionale agita lo spettro dell’ingovernabilità. Ma governare oggi è difficile comunque: aggirare le difficoltà con un marchingegno di seggi porta il conto più salato dopo, quando la realtà smentisce la matematica. La governabilità discende dalla legittimazione, non il contrario. Se ricostruisci un Parlamento riconosciuto come “proprio” dai cittadini, se riattivi partecipazione diffusa e decentrata, se fai passare nelle istituzioni la complessità invece di reprimerla, ottieni stabilità vera. La scorciatoia plebiscitaria è solo un modo elegante di dire “accettate il comando e non fate domande”.
Non è un esercizio di nostalgia. È una scelta costituzionale. Giuseppe Saragat ricordava che la democrazia non si difende comprimendola, ma ampliandola [5]. Oggi siamo dall’altra parte: meno seggi, meno scelta, più capi. È ora di invertire la rotta. Restituire piena libertà di scelta ai cittadini—chi li rappresenta, in quale lista, con quale mandato— è la condizione per tornare a dire, senza arrossire, che la sovranità appartiene al popolo. E che il Parlamento non è una vetrina, ma la casa di tutti.
Chi teme il proporzionale teme, in fondo, la libertà. Perché un popolo che sceglie i propri rappresentanti è un popolo che può chiedere conto, cambiare rotta, orientare davvero le politiche pubbliche. Il taglio dei parlamentari ha ristretto il canale della rappresentanza; perseverare con leggi elettorali che escludono i cittadini dalla scelta sarebbe il colpo di grazia. La democrazia non vive di trucchi e scorciatoie: vive di partecipazione. E senza partecipazione non resta che la sua caricatura.
Vicky Amendolia è componente della Segreteria nazionale di SD Socialdemocrazia
Bibliografia essenziale
[1] Giovanni Sartori, Ingegneria costituzionale comparata, Il Mulino, 1994.
[2] Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, 1984.
[3] Piero Calamandrei, Discorso agli studenti di Milano, 1955.
[4] Giovanni Sartori, Democrazia: cos’è, Rizzoli, 1993.
[5] Giuseppe Saragat, Scritti e discorsi sulla democrazia sociale, Edizioni Avanti!, 1968.


1 commento
Perfetto.