di Francesco Losito, avvocato specializzato in Diritto Internazionale, Fallimentare e Societario
La passione per gli studi classici aiuta a collegare i cosiddetti “puntini” che uniscono la Storia alla Contemporaneità. Per molti di noi Tucidide e la sua narrazione della Guerra del Peloponneso restano punti di riferimento fondamentali, ancora oggi. E da qui il pensiero corre inevitabilmente al famosissimo e attualissimo discorso di Pericle agli ateniesi.
A chi ha frequentato il liceo negli Anni ’80, questo celeberrimo discorso (cliccando sul testo in rosso lo si può rileggere in versione integrale) veniva presentato come uno dei testi più celebri dell’Atene classica. Un documento che ancora oggi è considerato il più avanzato manifesto dell’ideale democratico. Mostra Atene come simbolo di equilibrio tra libertà individuale e responsabilità civica, un modello politico e morale che ancora oggi, appunto, viene studiato e ammirato.
Sin dalla Grecia Antica i concetti di democrazia e libertà sembra si siano trovati sempre in conflitto. Ciò è ancor più vero, nel mondo attuale, in cui al trionfo della libertà individuale corrisponderebbe un grave deperimento dei principi democratici. Del resto, mettere in discussione i fondamenti della democrazia parlando davanti al popolo sembra inverosimile. Ancora di più in una comunità come quella ateniese dove l’«attentato alla democrazia» era il reato più grave, al punto che — secondo un sarcastico cenno di Demostene — anche il furto di qualche remo dagli arsenali veniva bollato come «attentato alla democrazia»!
Eppure ad Atene poteva succedere: non certo davanti all’assemblea popolare o davanti ad un tribunale (il quale forse sarebbe stato persino più severo), ma dalla scena, nell’ambito di una azione scenica, dunque dinanzi ad una folla ben più numerosa di quella più o meno politicizzata che frequentava l’assemblea. E poiché il Pericle tucidideo sta parlando in una situazione ufficiale e celebrativa — una sorta di grandiosa pubblica lezione di educazione civica — (magari ce ne fossero anche a Roma) è certo abile, da parte sua, mettere in parallelo l’equità dei tribunali col fatto che però in pubbliche discussioni anche al povero viene lasciato spazio («non viene impedito in ragione della povertà»). Analogamente, il re propagandista Teseo, nelle Supplici, dopo aver detto «qui non siamo governati da un uomo solo», subito soggiunge che «qui comanda il popolo», e che «non si dà un posto prevalente alla ricchezza ed anche il povero ha la sua parte uguale».
Cercar di capire cosa effettivamente fu il lungo predominio di Pericle, quale compromesso tra potere personale, e di clan, e quale «demagogia» stesse alla base di tale regime, che già Tucidide e nella sua scia Cicerone chiamano «principato», è uno dei punti cardine per la comprensione della storia ateniese del V secolo. Naturalmente non è facile addentrarsi in un terreno così delicato. La discussione divampò già al tempo di Pericle e nel secolo seguente. Basti pensare alla critica anti-periclea del maggiore pensatore ateniese, Platone. E non è affatto detto che la critica platonica sia spietata.
La guerra nel mondo antico era la norma delle relazioni internazionali mentre la pace era una anomalia. Proprio per questo la pace non era altro che una lunga tregua come d’altra parte designa l’etimologia stessa della parola pace. Un’interpretazione questa fatta propria dalla scuola del realismo classico. Un Discorso, quindi, quello di Pericle su cui gli interpreti «politicamente corretti» preferiscono chiudere gli occhi, per non guastare il quadro consolante ed edificante di una Atene in cui «si filosofeggia senza mollezza» e «si ama il bello con sobrietà».
Pertanto, la domanda da porsi adesso è: la democrazia è rinviata ad altre epoche, e sarà pensata, nuovamente, da altri uomini? Forse in maniera nuova? Riusciremo noi Europei a farlo?


1 commento
Mi permetto una piccola correzione: non “si filosofeggia” ma “si desidera sapere” senza mollezza o senza languori nella traduzione di Ezio Savino.
Grazie.
Cordialmente.
Paolo