Casomai qualcuno si fosse illuso che la morte di Benedetto XVI avrebbe potuto risolvere o almeno sopire le discussioni in merito alla sua “declaratio renuntiationis”, si metta pure il cuore in pace.
Pochi ci hanno fatto caso, ma Benedetto XVI ha ricominciato punto e daccapo nel volume pubblicato postumo quasi un anno fa, dopo la sua morte e intitolato “Cos’è il Cristianesimo-Quasi un testamento spirituale” – Ed. Mondadori 2023. Circa il merito di questo libro ne riparleremo: anticipiamo solo che qui il Papa emerito fa riemergere “il professor Ratzinger”, con tanto di matita rossa e blu verso il nuovo corso bergogliano, pure tra sorrisi delicatissimi e abbracci tenerissimi.

Ma come inizia il volume?
Con l’ennesimo enigma.
Benedetto, senza più oramai possibilità di correzione, si limita a parlare di “annuncio di dimissioni dal ministero” di successore di Pietro: sottolineo “annuncio di dimissioni” e sottolineo “ministero”. Così il testo: “Quando l’11 febbraio 2013 annunciai le mie dimissioni dal ministero del successore di Pietro, non avevo piano alcuno per ciò che avrei fatto nella nuova situazione. Ero troppo esausto per poter pianificare altri lavori”.
Quindi, anzitutto, nel presentare la struttura dell’opera, lo stesso Benedetto XVI, ripercorrendo le fasi della rinuncia al ministero petrino, non parla di abdicazione, non parla nemmeno di rinuncia, non parla propriamente di dimissioni.
Torna a parlare di “annuncio di dimissioni”, cioè di una “declaratio” (giuridicamente un atto meramente informativo), mai accompagnata dall’atto costitutivo conseguente, cioè dalla “renuntiatio” vera e propria.
Al riguardo Carlo Maria Pace nel volume intitolato “Il vero papa è ancora Benedetto XVI” (Ed. Youcanprint, 2017) afferma: ”Papa Benedetto XVI pensava erroneamente che sarebbe automaticamente decaduto dal Papato senza dimettersi in alcun modo; infatti in tale occasione non ha parlato di alcun atto di dimissioni da parte sua da effettuarsi alle 20:00 del 28/02/2013 e ha fatto cenno solo a tale data e ora come termine del suo Pontificato. Poi, alle 17.30, due ore e mezza prima dell’ora di scadenza (vera o presunta tale)”, si affacciò dal balcone di Castelgandolfo, dichiarando al mondo: «Voi sapete che questo giorno mio è diverso da quelli precedenti. Non sono più Pontefice Sommo della Chiesa Cattolica. Fino alle otto di sera lo sono ancora, poi non più» .
In secondo luogo, quando Benedetto nel libro scrive di annuncio di dimissioni dal “ministero” del successore di Pietro, sarebbe interessante capirequale parola tedesca egli abbia usato per indicare la parola “ministero”.
Avrà scritto “Als ich am 11. Februar 2013 meinen Rücktritt vom Amt (= Munus) des Nachfolgers Petri bekannt gab”?
Oppure avrà scritto: “Als ich am 11. Februar 2013 meinen Rücktritt vom Dienst (=Ministerium) des Nachfolgers Petri bekannt gab”?
Forse non lo sapremo mai, perché qui rispunta il prof. Ratzinger e con lui il mistero che si è portato nella tomba: “Questo volume – scrive nella Prefazione – che raccoglie gli scritti da me composti nel monastero Mater Ecclesiae, deve essere pubblicato dopo la mia morte. La curatela l’ho affidata al dottor Elio Guerriero, che ha scritto una mia biografia in lingua italiana ed è da me conosciuto per la sua competenza teologica. Per questo gli affido volentieri questa mia ultima opera”.
Ma il dottor Elio Guerriero a sua volta precisa: “Come è noto, papa Benedetto scriveva in tedesco. Le traduzioni dei testi sono state effettuate da Pierluca Azzaro e da me stesso. Inoltre, papa Benedetto decise che l’edizione di riferimento della presente opera doveva essere quella italiana”.
Avrebbe potuto, almeno da morto, chiarire una volta per tutte la “magna quaestio”?
Sì, avrebbe potuto farlo, ma non lo ha fatto, non lo ha voluto fare.
Amst (cioè Munus) o Dienst (vale a dire Ministerium)? Niente! Usa un termine, ministero per l’appunto, che in italiano può fare riferimento ad entrambi i termini tedeschi.
Se avessimo il testo originale in tedesco scritto da Ratzinger, forse avremmo la prova-provata che la traduzione in tedesco della sua Declaratio, presente sul sito ufficiale del Vaticano, è autentica, oppure al contrario è un falso, ma …. niente da fare!
Sia quel che sia, il tema centrale è che per un certo periodo di tempo la Chiesa ha avuto due Papi contemporaneamente, pure se il Papa non può che essere uno solo.
Scriveva Sandro Magister: “Già due giorni dopo l’annuncio dell’abdicazione, Manuel Jesus Arroba, docente di diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense, mise in guardia dall’uso dell’appellativo: “Giuridicamente di papa ce n’è soltanto uno. Un ‘papa emerito’ non può esistere. Ma è stato soprattutto un luminare del diritto canonico come il gesuita Gianfranco Ghirlanda, già rettore della Pontificia Università Gregoriana, a confutare la fondatezza della figura del “papa emerito” in un lungo e argomentatissimo saggio pubblicato il 2 marzo 2013 su “La Civiltà Cattolica” e quindi – come per tutti gli articoli di questa rivista – stampato con il previo controllo e l’autorizzazione della segreteria di Stato vaticana”.
Al termine del suo saggio padre Ghirlanda tirava questa conclusione: “L’esserci soffermati abbastanza a lungo sulla questione della relazione tra l’accettazione della legittima elezione e la consacrazione episcopale, quindi dell’origine della potestà del romano pontefice, è stato necessario proprio per comprendere più a fondo che colui che cessa dal ministero pontificio non a causa di morte, pur evidentemente rimanendo vescovo, non è più papa, in quanto perde tutta la potestà primaziale, perché essa non gli era venuta dalla consacrazione episcopale, ma direttamente da Cristo tramite l’accettazione della legittima elezione”.
E quindi escludeva che il dimissionario potesse continuare a fregiarsi del nome di “Papa”, sia pure emerito: “È evidente che il papa che si è dimesso non è più papa, quindi non ha più alcuna potestà nella Chiesa e non può intromettersi in alcun affare di governo. Ci si può chiedere che titolo conserverà Benedetto XVI. Pensiamo che gli dovrebbe essere attribuito il titolo di vescovo emerito di Roma, come ogni altro vescovo diocesano che cessa”. https://www.laciviltacattolica.it/articolo/cessazione-dallufficio-di-romano-pontefice/
Mons. Sciacca, già segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, era più perentorio. Secondo lui dopo la rinuncia Benedetto XVI non avrebbe più potuto definirsi neppure Vescovo emerito: “Papa, Pontefice o vescovo di Roma sono infatti sostanzialmente sinonimi. Il problema non è il sostantivo, “papa” o “vescovo di Roma”, ma l’aggettivo “emerito”, che porta a una sorta di duplicazione dell’immagine papale”.
Poi, però, fu lo stesso Ratzinger ad attribuirsi comunque la qualifica di “Papa emerito” e a portarne le insegne, continuando a vestire l’abito bianco anche dopo il 28 febbraio 2013.
Un vezzo? Un abuso? O cosa? O meglio perché?
Scriveva Ratzinger proprio al card. Brandmüller, che aveva preso malissimo la sua rinunzia, ma più ancora quella di rifugiarsi nella dimensione inesplorata del “Papato emerito”: “Nel mio caso sicuramente non avrebbe avuto senso affermare semplicemente un ritorno al Cardinalato. Allora sarei stato costantemente esposto al pubblico nel modo in cui un Cardinale è – anzi, ancor di più – perché in quel Cardinale si sarebbe visto l’ex Papa. Questo avrebbe potuto portare, volontariamente o involontariamente, a conseguenze difficili, soprattutto nel contesto della situazione attuale. Con il Papa Emerito ho cercato di creare una situazione in cui sono assolutamente inaccessibile ai media e in cui è del tutto chiaro che c’è un solo Papa”.
Sarà certamente colpa della mia limitata intelligenza, ma una sola cosa, invece, è stata chiarissima: che di Papa ce ne sarà stato anche uno solo, ma tutti ne vedevano due. E non credo sia colpa di uno strabismo collettivo.
Se la questione fosse stata davvero quella di rendersi “assolutamente inaccessibile ai media” Benedetto XVI avrebbe potuto fare la stessa vita che ha fatto nel Monastero Domus Mariae in Vaticano, vestendosi da Vescovo, anziché di bianco e facendosi chiamare semplicemente S. E. Mons. Joseph Ratzinger, vescovo emerito di Roma, declinando con cortesia richieste, inviti ed altre forme di socialità mass-mediatica diretta o indiretta.
E infine, non volendo essere più nemmeno Cardinale, avrebbe potuto optare, ai sensi degli articoli 349, 353, 356 e ss del Codice di diritto canonico, per la rinuncia alle funzioni cardinalizie, che il nuovo Pontefice, una volta eletto legittimamente, sarebbe stato chiamato ad accettare o meno.
Al contrario, se c’è stato un modo per non scomparire agli occhi del Mondo, quello è stato proprio di continuare a vestire di bianco, a farsi chiamare Papa, ad impartire benedizioni apostoliche, a rilasciare interviste e autorizzazioni a biografie autorizzate di mille pagine o quasi.
Volendo cavillare sul proprio destino dopo la rinunzia al ministero di Vescovo di Roma, la strada naturale da percorrere, quella più semplice, sarebbe stata quella indicata dal Codice di Diritto Canonico, che recita al Can. 401 – §2: “Il Vescovo diocesano che per infermità o altra grave causa risultasse meno idoneo all’adempimento del suo ufficio (officium), è vivamente invitato a presentare la rinuncia all’ufficio. Il Vescovo, la cui rinuncia all’ufficio sia stata accettata (ma per il Vescovo di Roma, che è Papa, non serve), mantiene il titolo di emerito della sua diocesi e, se lo desidera, può conservare l’abitazione nella stessa diocesi, a meno che in casi determinati, per speciali circostanze, la Sede Apostolica non provveda diversamente”.
A me pare che dal suo punto di vista la scelta di Benedetto possa essere conforme a quella parte del Catechismo, da lui – pare – personalmente scritta, quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cioè questa: “Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il «mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne. Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico….La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male che farà discendere dal cielo la sua Sposa”.
Agli occhi del Mondo la sua “declaratio renuntiationis” sarebbe apparsa dunque come uno scandalo, una sconfitta, al pari della morte in Croce di Gesù nel Venerdì santo. Ma è stato proprio attraverso la Resurrezione – come canta l’Exultet pasquale – che Cristo poté definitivamente trionfare sulla morte: “Haec nox est, in qua destructis vincolis mortis, Christus ab inferis victor ascendit”.
Questo sarebbe stato il senso del suo Ausnahmeponfikat, ovvero del suo “Pontificato d’eccezione”, di cui ha parlato Gaenswein con queste parole: “Dall’11 febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel suo pontificato d’eccezione”.
Questo “Pontificato d’eccezione” avrebbe avuto lo scopo di continuare ad affermare l’indefettibilità della Chiesa, secondo la versione “ratzingeriana” della collegialità ecclesiale uscita dal Vaticano II, fondata però sull’ “ermeneutica della riforma […] nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa” (quella da lui stesso sostenuta) contro quella “progressista” (di cui era esponente soprattutto il card. Martini e che si è inverata in Bergoglio).
Riguardo a quest’ultima Benedetto XVI scriveva: “Un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna”.
Nel Discorso alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi del 22 dicembre 2005 egli aveva affermato che “l’ermeneutica del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa è conforme al Concilio Vaticano II, che aveva il compito di ridefinire il rapporto tra Chiesa e modernità, ed è perciò il metodo corretto di interpretazione. Sono però state necessarie grandi riforme, e dunque anche grandi cambiamenti, per dare vita a questa ridefinizione”. Benedetto XVI metteva espressamente in luce tre nuovi posizionamenti della Chiesa: il rapporto della fede e della Chiesa con le scienze naturali, quello con lo Stato liberale e quello con le altre religioni: “È chiaro – scriveva – che in tutti questi settori, che nel loro insieme formano un unico problema, poteva emergere una qualche forma di discontinuità e che, in un certo senso, si era manifestata di fatto una discontinuità, nella quale tuttavia, fatte le diverse distinzioni tra le concrete situazioni storiche e le loro esigenze, risultava non abbandonata la continuità nei principi. […]. Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità”.
Questo era il programma del suo Pontificato (ad un tempo antimodernista e antitradizionalista), che è rimasto identico nel suo “Pontificato d’eccezione”, quello di Papa emerito, come si evince dal suo “quasi-testamento spirituale”, contenuto nel libro “Cos’è il Cristianesimo”, cui abbiamo accennato sopra.
Dunque per Benedetto XVI la Verità della Fede andava difesa “all’interno dell’unico soggetto-Chiesa”, “patiendo et orando”, attraverso un lento processo dialogico, se non addirittura dialettico con gli esponenti dell’ “ermeneutica della discontinuità e della rottura” (in primo luogo Bergoglio), certo col rischio di essere accusato di modernismo implicito, collegialismo timido ed irenismo ecclesiale. E certo questa posizione può apparire contro ogni Rivelazione, Tradizione e regola canonistica.
Ma per “l’agostiniano” Joseph Ratzinger chi è “divenuto discepolo del regno dei cieli – come lo scriba evangelico – è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”. Il motto, che egli aveva scelto fin da quando era Vescovo, è lì a spiegare ogni sua scelta: “Cooperatores veritatis”.
Paradossalmente l’unico che teoricamente avrebbe potuto “salvare” il Vaticano II dalla sua carica autodemolitoria, celandone (e forse correggendone, casomai fosse possibile) l’aspetto intrinsecamente rivoluzionario che Bergoglio ha invece smascherato, (aprendo così gli occhi a molti su quello che la retorica conciliarista aveva definito ”l’evento di grazia del ventesimo secolo”), era Ratzinger, il più conservatore dei riformisti, il più tradizionale dei modernisti.
Un riformista così convinto, da pensare – per salvare “l’unico soggetto-Chiesa” – di dover portare la riforma fin dentro il Pontificato con un unico scopo: continuare a rammentare contro l’ermeneutica della discontinuità quella del rinnovamento nella Tradizione.
Ora tutto ciò è a suo modo molto ardito, perché – metodo dialettico a parte – alla base di questa posizione c’è l’idea di “riformare” in qualche modo (casomai fosse possibile) il Papato stesso.
Inutilmente mons. Gaenswein deve avere provato a convincerlo della impossibilità della sua rinunzia formulata in quei termini: “Santità non è possibile”.
La risposta di Ratzinger è stata perentoria: “Non est quaestio disputandam” (non è una questione che deve essere oggetto di dibattito).
“Decuit, potuit, fecit” (decise, poteva farlo, lo fece), ha commentato Gaenswein.

Personalmente dubito che “potuit”, certo “decuit et fecit”.
E lo fece con quella strana Declaratio: “Declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet”.
Ratzinger, dopo la rinunzia, dialogando col giornalista Seewald e protestando contro l’idea che fossero gli studiosi a dover definire se fosse ammissibile il “Papa emerito”, concludeva: “Non si capisce perché questa figura giuridica non debba essere applicata anche al Vescovo di Roma” (attenzione, al Vescovo di Roma!).
E proseguiva: “La formula riesce a rendere conto di entrambi gli aspetti: da un lato nessun mandato giuridico concreto, dall’altro un incarico spirituale che si mantiene, seppure invisibile. Proprio la figura giuridica e spirituale dell’emerito consente di scongiurare anche solo l’idea della convivenza di due papi, dato che una sede vescovile può avere un solo detentore”.
Dunque Ratzinger cosa ha fatto?
Lo dice lui stesso: ha rinunciato al “mandato giuridico concreto” di Vescovo di Roma, ma ha mantenuto “un incarico spirituale, seppure invisibile”. Non sono io che interpreto, sono le sue parole.
Ma se ha mantenuto un incarico spirituale di Vescovo di Roma, poiché secondo i canonisti il Vescovo di Roma coincide con il Papa, egli conserva altresì tale incarico spirituale come Papa.
Ma un Vescovo di Roma che mantiene – secondo le parole dello stesso Ratzinger – un incarico spirituale in quanto Vescovo emerito, è anche Papa spirituale, seppure invisibile (ma mica tanto!), tantopiù che al munus di Papa non ha mai rinunziato.
E allora cosa intende Benedetto XVI quando afferma: “Proprio la figura giuridica e spirituale dell’emerito consente di scongiurare anche solo l’idea della convivenza di due papi, dato che una sede vescovile può avere un solo detentore”?
Intendeva dire che con la Declaratio egli dichiarava di rinunciare al “potere di giurisdizione” del Vescovo di Roma (e questo è il “mandato giuridico concreto”, quello cioè di governo concreto della Chiesa), ma poi specifica di aver mantenuto un incarico spirituale, seppure invisibile, implicito nel suo “potere d’ordine” in quanto Vescovo.
E infatti, dopo la sua rinunzia al “ministero attivo” di Vescovo di Roma, successore di San Pietro, si è avvalso dei suoi diritti di Vescovo emerito.
In primo luogo ha continuato ad abitare in Vaticano, alla Domus Mariae, come prescrive il Can. 402 – §1 del Codice di Diritto canonico: “Il Vescovo la cui rinuncia all’ufficio sia stata accettata (ma in quanto Papa, Benedetto XVI non ne aveva bisogno), mantiene il titolo di emerito della sua diocesi e, se lo desidera, può conservare l’abitazione nella stessa diocesi, a meno che in casi determinati, per speciali circostanze, la Sede Apostolica non provveda diversamente. La Santa Sede, cioè Bergoglio, non solo non ha provveduto altrimenti, ma gli ha consentito di rimanere entro le mura petrine col titolo di Papa emerito, mentre avrebbe ben potuto – forse dovuto – revocargli quel titolo, assegnandogli casomai solo quello, assai meno ambiguo, di Vescovo emerito.
In secondo luogo, avendo rinunciando al mandato giuridico concreto di Vescovo di Roma, ma avendo mantenuto il “potere d’ordine”, ottenuto con la Consacrazione episcopale fino alla morte, egli è rimasto “maestro di dottrina”, come tutti i vescovi, ai sensi del Can. 375 del codice, che stabilisce: “I Vescovi […] sono costituiti Pastori nella Chiesa, perché siano anch’essi maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto e ministri del governo”, con la specificazione che “gli uffici di insegnare e governare, tuttavia, per loro natura, non possono essere esercitati se non nella comunione gerarchica col Capo e con le membra del Collegio”.
Inoltre secondo quanto è previsto nel “Direttorio per il Ministero Pastorale dei Vescovi – Apostolorum Successores” occorre ricordare che “il Vescovo emerito continua ad essere membro del Collegio episcopale in virtù della consacrazione episcopale e mediante la comunione gerarchica con il Capo e con i membri del Collegio. Ha quindi diritto di assistere il Romano Pontefice e di collaborare con lui per il bene di tutta la Chiesa”.
Mai quindi Benedetto XVI si sarebbe posto in contrapposizione aperta con Bergoglio, ma solo in “comunione dialettica”.
Per usare esattamente le sue parole, in quanto Vescovo emerito di Roma ha mantenuto “un incarico spirituale, seppure invisibile”, ma con l’introduzione della figura del “Papa emerito” ha reso in qualche modo visibile il fatto che egli non rinunciava completamente al munus petrino, ma solo “all’esercizio attivo del ministero” ed alla “potestà dell’officio per il governo della Chiesa”.
Per questo motivo nell’ultimo discorso prima della rinunzia del 2013, parlando della sua accettazione della nomina a Papa nel 2005 , ha potuto ricordare che da quel momento in poi era “impegnato sempre e per sempre dal Signore” e che “per sempre” significa che “non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio”.
Ora tutto ciò riflette esattamente ciò che – almeno apparentemente – è stata la seconda parte del Pontificato di Benedetto XVI: un Pontificato “sottovoce”, come è richiesto peraltro a tutti i vescovi emeriti (e quindi anche al Vescovo di Roma), secondo quanto è previsto nel “Direttorio per il Ministero Pastorale dei Vescovi – Apostolorum Successores”, che prevede tra l’altro: “Il Vescovo diocesano apprezzerà il bene che il Vescovo emerito compie nella Chiesa in genere, ed in particolare nella diocesi, con la preghiera, a volte con la sofferenza accettata per amore, con l’esempio della vita sacerdotale e con il consiglio, quando viene richiesto. A sua volta il Vescovo emerito avrà cura di non interferire in nulla né direttamente né indirettamente nella guida della diocesi ed eviterà ogni atteggiamento ed ogni rapporto che potrebbe dare anche solo l’impressione di costituire quasi una autorità parallela a quella del Vescovo diocesano, con conseguente pregiudizio per la vita e l’unità pastorale della comunità diocesana. A questo fine il Vescovo emerito svolgerà la sua attività sempre in pieno accordo ed in dipendenza dal Vescovo diocesano, in modo che tutti comprendano chiaramente che solo quest’ultimo è il capo e il primo responsabile del governo della diocesi”.
“Il Papa è uno solo” – amava ripetere Benedetto XVI, ma tutti ne vedevano due …
Anche il Card. Müller, molto critico verso Bergoglio, ha ripetuto che Francesco è il Papa legittimo, precisando però anche che “le dimissioni di Papa Benedetto nel 2013 hanno introdotto una tensione nel principio petrino dell’unità della fede e della comunione della Chiesa che non ha eguali nella storia e che non è ancora stata affrontata dogmaticamente”.
E nel volume uscito nel 2022 (dal titolo “In buona fede. La religione nel XXI secolo”) ammetteva: “Abbiamo già tanti problemi evidenti, una parte della Chiesa si identifica con Benedetto e un’altra con Francesco. E poi il testo della rinuncia di Benedetto XVI a mio parere contiene persino una sfumatura sbagliata, visto che sono stati tenuti distinti i due aspetti della figura papale, il munus e il ministerium, mentre invece dovevano essere associati, uniti. Sono inscindibili”.
Ma al munus, Benedetto XVI non ha mai esplicitamente rinunciato.
Per questo Ratzinger specificherà successivamente alla rinunzia che “la situazione di Celestino V non poteva in alcun modo essere invocata come precedente della sua Declaratio”.
Per questo motivo ha detto che dal momento della rinuncia non sarebbe più stato il “Pontefice sommo” (ma Pontefice sì!) e per questo così ha continuato a vestire di bianco.
Per questo ha continuato a firmarsi “P.P.”, ovvero Pater Patrum ed a impartire la sua benedizione apostolica, proprio mentre rimproverava il Card. Brandmüller di avere pubblicamente contestato il suo ruolo di Papa emerito. In particolare, rispondendo piccato ad un’intervista rilasciata dal Cardinale tedesco alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, con una lettera del 9 novembre 2017, Benedetto XVI concludeva con un invito perentorio ad evitare polemiche pubbliche: “Se Lei conosce un modo migliore e quindi ritiene di poter censurare quello che ho scelto, La prego di parlarmene”.
E sempre al Card. Brandmüller (il porporato che era sempre stato un suo grande estimatore), destinava parole ultimative in una successiva lettera del 23 Novembre 2017: “Eminenza! Dalla tua gentile lettera del 15 novembre suppongo di poter concludere che in futuro non farai più commenti pubblici sulla questione delle mie dimissioni, e per questo ti ringrazio. Il dolore profondamente radicato che la fine del mio pontificato ha causato in te, come in molti altri, posso capirlo molto bene. Ma il dolore in alcuni – e mi sembra anche in te – si è trasformato in rabbia, che non riguarda più solo la rassegnazione, ma si sta espandendo sempre più verso la mia persona e il mio pontificato nel suo insieme. In questo modo un pontificato viene svalutato e sciolto nella tristezza per la situazione della Chiesa oggi. Da questa fusione emerge gradualmente un nuovo tipo di agitazione, per il quale il piccolo libro di Fabrizio Grasso, La Rinuncia (Algra Editore, Viagrande / Catania 2017), potrebbe diventare emblematico. Tutto questo mi riempie di preoccupazione e, proprio per questo motivo, la fine della tua intervista alla FAZ [Frankfurter Allgemeine Zeitung. ndr] mi ha lasciato molto turbato, perché alla fine può solo promuovere lo stesso tipo di atmosfera. Preghiamo, come hai fatto alla fine della tua lettera, che il Signore possa venire in aiuto della sua Chiesa”.
La preoccupazione principale di Benedetto XVI, dopo averne creato le premesse, sembra essere stata quella di non rompere l’unità dell’ “unico-soggetto Chiesa“, nella convinzione che nel “processo dialettico” la Rivoluzione avrebbe avuto il suo Termidoro.
Per il riformista Ratzinger, paradossalmente, l’alleato migliore della “guardia rossa” sarebbe stata proprio un’ “armata bianca”, desiderosa di combattere una sorta di “guerra civile aperta all’interno della Chiesa”. Da questa stratgia egli sembra chiamarsene fuori, per scegliere una sorta di silenziosa “resistenza asimmetrica”, capace di logorare la controparte, proprio mentre questa portava a termine la “rivoluzione”, esaurendo in un processo di autodissoluzione la “spinta propulsiva” del proprio furore giacobino.
Quando zittisce Brandmüller, sembra dirgli: “Non confondete il mio Pontificato con la tristezza per la Chiesa d’oggi!”
La scelta è sembrata essere quella di nascondere la Corona (il munus) nell’indeterminatezza del suo possesso, proprio mentre si posava la scettro e la spada (ministerium).
Una beffa politica o un atto di Fede? Di fatto come Gesù intima, mentre lo stanno arrestando, di riporre la spada, così Benedetto diffida Brandmüller a non alimentare “un nuovo tipo di agitazione, per il quale il piccolo libro di Fabrizio Grasso, La Rinuncia (Algra Editore, Viagrande / Catania 2017), potrebbe diventare emblematico”.
Chi è costui, che Ratzinger cita come emblema di qualcosa che non vuole venga alimentato? “Giornalista e fannullone” si definisce Grasso nella copertina del libro.
Ma cosa ha scritto questo semisconosciuto “fannullone”, di così acuto da dover essere citato da Benedetto XVI?
Ha posto un dubbio, che Ratzinger ha diffidato a non alimentare: “Dio è stato sconfitto”?

Fabio Adernò nella Prefazione al piccolo volume di Grasso spiega come Papa Ratzinger ha innovato l’istituto della Renuntiatio, trasferendolo dal piano giuridico di abbandono della “potestas regendi et gubernandi Ecclesiae” al piano mistico di servizio pro salutis Ecclesiae (al genitivo, come nella Declaratio!), così identificando l’essenza del Pontificato non tanto con la “ plenitudo potestatis” (pienezza del potere), ma con la “plenitudo caritatis”. La sua sarebbe stata dunque una “renuntiatio mystica”.
In questo modo il “munus mysticum”, che Benedetto XVI avrebbe “estratto” e trattenuto per sé, non scomporrebbe l’unità dei “Tria munera” papali (cioè orandi, sanctificandi, regendi), in capo al Pontefice eletto (Francesco), ma la integrerebbe.
Ciò significa che mentre l’esercizio concreto dei tria munera, cioè la “plenitudo potestatis” convergerebbe nel Pontefice regnante (Francesco), l’Emerito (Benedetto), pure disgiunto dalla Vicarìa (rappresentazione) di Cristo da un punto di vista giuridico (cioè dell’esercizio del potere, quindi il ministerium, cui avrebbe rinunziato), vi sarebbe rimasto misticamente congiunto da un punto di vista “iconico” non avendo rinunciato al munus.
Si potrebbe così dire che il Pontificato di Benedetto XVI all’atto della rinuncia sarebbe giuridicamente concluso, ma spiritualmente (o misticamente) non ancora compiuto. La Renuntiatio, che appare politicamente una sconfitta di Benedetto, teologicamente sarebbe da interpretare come invece un atto di “imitazione di Cristo”: una via Crucis.
Ma questo non risolve, complica.
Scrive Fabrizio Grasso: “La rinuncia di Benedetto ha messo in crisi il “concetto di rappresentazione” su cui, secondo Carl Schmitt, la Chiesa ha poggiato per due millenni la sua potenza, la sua autorità e ovviamente la sua sacralità”.
Spieghiamo.
Dalla protostoria fino all’età moderna il fondamento del potere temporale era – a ben vedere – quello spirituale (“così in Basso come in Alto” – si diceva) e, anzi in epoca primordiale, potere spirituale e regale coincidevano: erano i tempi del Re-saecerdote. A Roma l’Imperatore era Pontifex maximus.
Fu con il Cristianesimo e con Carlo Magno che il Papa impose la corona sul capo dell’Imperatore, legittimandone la potestas, ma durò poco.
L’Impero tendeva sistematicamente a rivendicare l’autonomia del potere politico e fu con la lotta per le investiture che la Chiesa provò di nuovo a ribadire la propria supremazia. Ma era un equilibrio precario e, infatti, con la rivolta luterana i Principi tedeschi appoggiarono il monaco ribelle e si schierarono contro Roma.
In Inghilterra, intanto, contro Roma il Re si era già fatto capo della Chiesa Anglicana.
L’età moderna segnerà via via la progressiva divaricazione del potere temporale da quello spirituale: la Monarchia, dove sopravvivarà, resterà solo un’istituzione di rappresentanza vuota di potere reale (“il Re regna, ma non governa”).
Al Re che vorrà ancora governare verrà tagliata la testa.
La teofobia illuminista porta alla decapitazione del Re. Così la Monarchia sarà sostituita dalla Repubblica.
Ma la nuova potestas, rifiutata quella dall’Alto, doveva trovare una nuova legittimazione dal Basso. Tolto di mezzo Dio, non vi è altra auctoritas che quella derivante dalla “volontà generale”: la sovranità risiede nel popolo.
Scrive Grasso: “Ma questa altro non è che una nuova mitologia che sostituisce Dio. Per parafrasare Baudelaire il popolo è salito al cielo e ha gettato Dio sulla terra mettendosi al suo posto”.
E ricorda quanto diceva Proudon: “E’ sorprendente che in fondo alla nostra politica noi dobbiamo trovare sempre la teologia”.
Ora in Occidente, solo nella monoliticità della Chiesa cattolica e fino alla rinuncia di Benedetto, il potere spirituale e quello temporale, cioè auctoritas e potestas, rimanevano ancora e per l’ultima volta unificati ed inscindibili, grazie al loro comune fondamento teocratico, che è Cristo, di cui il Papa è il Vicario in terra.
Dotato di giurisdizione piena e assoluta, il Papa non poteva tuttavia essere un despota che delibera e legifera a capriccio, avendo sopra di sé la legge divina e quella di natura, iscritta da Dio nella Creazione.
A seguito della rinuncia di Benedetto – secondo Grasso – è come se anche nella Chiesa cattolica il potere spirituale e quello temporale si siano separati ed è come se il “munus mysticum” (il potere spirituale), che anima quello temporale (la potestas gubernandi et regendi), abbia sottratto il fondamento su cui tale potestà si fonda.
La conseguenza è la perdita di legittimazione dall’Alto dell’esercizio del potere, in questo caso anche papale.
Ciò determina la necessità di trovarne un sostituto, che viene inevitabilmente dal Basso. Analogamente a quanto accaduto negli Stati moderni, si trasferisce al “Popolo” l’autorità che fino a poco tempo prima era stata attribuita Dio.
Me se l’autorità è nel Popolo, allora è quest’ultimo che fa la legge, senza limite divino o di natura. Tutta la modernità è segnata infatti – scrive Grasso – “da un’idea di legge, che è in mutazione permanente, perché deve accontentare una volontà generale mobilissima e in progresso continuo”.
Quando Bergoglio all’atto dell’elezione si affaccia al loggione di San Pietro come Vescovo di Roma e saluta la folla con un banale “Buonasera” (anziché con “Sia lodato Gesù Cristo”) manifesta quello che crede essere la radice del suo potere ed esplicita il proprio credo nella Chiesa intesa come “popolo di Dio” e non più come “Corpo mistico di Cristo”.
Ma il Bergoglio di quella sera è – come ogni capo di Governo – solo colui che è chiamato a dare attuazione al programma di governo dell’Assemblea che lo ha eletto: il Collegio cardinalizio.
Tale Collegio allora non è più sotto l’azione dello Spirito Santo, ma dello “spirito del tempo presente”, che invoca le “riforme”. Nel 2021 ad una radio spagnola Bergoglio confesserà: “La riforma è ciò che volevano i cardinali, dal conclave di marzo 2013. Non ho inventato nulla, la mia azione dall’inizio del pontificato consiste nel realizzare ciò che noi cardinali avevamo chiesto nelle riunioni pre-conclave per il futuro papa: “Il prossimo papa dovrà fare questo, quello e quell’altro…”. Ed è quello che ho iniziato a mettere in atto. Penso che ci siano ancora diverse cose da fare, ma non c’è nessuna invenzione da parte mia: obbedisco a quanto deciso a suo tempo.”
Scrive con straordinaria lucidità la Fraternità San Pio X, quella – per intendersi – dei lefebvriani: “Si entra così nella logica del partito: un uomo viene eletto sul programma che ottiene più voti, un programma che deve poi realizzare. Non si tratta più della Santa Chiesa, ma di un’organizzazione puramente umana, dimentica della missione divina che dovrebbe animarla”. https://fsspx.news/it/news/inquietanti-rivelazioni-di-francesco-sul-pre-conclave-del-2013-26747
Quindi il nuovo rapporto tra “Vescovo e popolo” (che richiama molto – da cripto- peronista quale Bergoglio è – l’ineffabile rapporto tra Capo e popolo di matrice fascista), legittima scelte morali che ne sono la conseguenza, perché esprimono la mutevole coscienza popolare e lo spirito del tempo presente.
Inutile ora lamentarsi della benedizione alle coppie irregolari, omosessuali o meno: “La fiducia supplicante del Popolo fedele di Dio – esordisce il documento “Fiducia Supplicans” – riceve il dono della benedizione che sgorga dal cuore di Cristo attraverso la sua Chiesa”.
Tolto di mezzo Dio, il popolo fa a suo comodo e piacere. La Chiesa non è più “docente”, ma deve mettersi in ascolto di ciò che il popolo chiede. Deve uscire da se stessa e diventare consustanziale al Mondo. La Chiesa smette di essere monarchia e diventa democrazia: cos’altro è il “percorso sinodale”, se non una “transizione” al Mondo?
Non esistono più leggi fondamentali, né principi non negoziabili. “Se l’essenza di una legge fondamentale – scrive Grasso – consiste nel fatto che nessuno ha diritto di abrogarla, come potrà una legge essere al di sopra di tutti, se qualcuno l’ha fatta? Risponde Grasso: “Nessuno può garantire più le leggi”.
Dunque in che cosa consiste la sovranità oggi?
E’ qui che Grasso cita Carl Schmitt, il geniale e sulfureo giurista tedesco del secolo scorso, che nel fulmineo esordio di uno dei suoi più celebri testi (“Teologia politica”) pronunciava una frase lapidaria: “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione“.
“Caratteristica della sovranità è quindi la capacità di decidere, di fare una scelta” – spiega Grasso.
Insomma la sovranità è di chi ha il potere di decidere… o se lo prende.
La legge conseguentemente coincide con il c.d. “diritto positivo”, cioè con la legge fatta dall’uomo.
Se non si riconosce una legge di Dio o una legge di natura, la legge è in ogni caso un “atto d’imperio” e ogni nuova Costituzione altro non è che un nuovo “atto d’imperio”, che sancisce i nuovi fondamenti ideologici o/o mitologici rispetto al “diritto preesistente”. E’ qui, nell’agone politico delimitato dal perimetro del diritto positivo vigente, che si scontrano “destre” e “sinistre” dell’unico Sistema.
Sicché – come rileva Grasso – la “sovranità moderna, rispetto a quella del monarca, che durava tutta la sua vita, è a tempo e difatti ha delle scadenze, scandite proprio dalle tornate elettorali … un potere che, oltre questo, pare non avere limiti, se non quelli posti dalla fantasia, perché nel mondo preparato dalla rivoluzione francese gli uomini hanno affilato le armi per uccidere definitivamente Dio, dopo averlo gettato sulla terra”.
Insomma una sovranità queer, transizionale, negoziale.
Ora questa logica secolaristica, cioè del Mondo, è entrata per la prima volta istituzionalmente – afferma Grasso – all’interno della Chiesa Cattolica a seguito della Declaratio di Benedetto XVI: due Papi, due successori di Gesù Cristo all’interno dell’ “unico-soggetto Chiesa”, che, a prescindere dalla loro stessa volontà, inevitabilmente sono divenuti antagonisti.
Infatti per Carl Schmitt, come ricorda Grasso, non c’è teologia politica se non c’è “nemico”: “Con la rinuncia di Ratzinger – scrive Grasso – si è attivato praticamente ed in automatico un dispositivo-teologico-politico. Gli scontri tra fazioni ecclesiastiche e laiche che vedono il loro Papa di riferimento in Benedetto, piuttosto che in Francesco, sono lì a dimostrarlo”.
Ma con la logica della “teologia politica”, che è logica di potere e contropotere (ed è logica secolare) è saltata anche la sacralità della rappresentazione politica, quella complexio oppositorum in base a cui nella Chiesa a trionfare non è mai stata la politica dell’aut-aut, ma quella dell’et-et, con esclusione solo delle eresie.
Carl Schmitt, in realtà, pensava che la logica dualistica mai sarebbe potuta penetrare nella Chiesa e invece così è stato. E invece…
Se il pontificato di Benedetto è un Ausnahmepontifikat (un “Pontificato d’eccezione”, inteso nel senso di Carl Schmitt), allora la sua Declaratio (e precisamente in quella forma) sarebbe la premessa della definitiva secolarizzazine ecclesiastica, nata da un atto d’imperio.
Infatti “Potuit, decuit, fecit”, come ha scritto Gaenswein.
Ma tale “atto d’imperio” era legittimo? Apparteneva, cioè, alla giurisdizione assoluta che spetta legittimamente al Pontefice o è intervenuta nell’ambito dell’istituzione papale che è di “diritto divino”?
Insomma per semplificare: poteva il Papa regnante creare la figura del Papa emerito o ha fatto un “atto d’imperio”? Questo è il dubbio e questo consente ora di capire meglio le parole del Card. Müller, quando dice: “Le dimissioni di Papa Benedetto nel 2013 hanno introdotto una tensione nel principio petrino dell’unità della fede e della comunione della Chiesa che non ha eguali nella storia e che non è ancora stata affrontata dogmaticamente”.
Abbiamo abitato il tempo del “Pontificato d’eccezione” di Benedetto e con Bergoglio siamo entrati nel tempo in cui la Chiesa rinuncia ad essere Corpo Mistico di Cristo, il tempo in cui la Chiesa esce da se stessa, si pone come rappresentante delle istanze del popolo di Dio ed in base a queste elabora “nuove teologie contestuali”, con un processo di autodeterminazione, di “presa di coscienza di sè” (che molto ricorda l’”autodeterminazione femminista”). E ogni autodetrminazione, in quanto tale, va contro ogni legge di natura e oltre la legge divina.
Non più “Sancta Mater Ecclesia”, ma “Io sono mia” – ripete la neo- Chiesa postconciliare, pronta a dissolversi in qualsiasi identità di genere, che – per dirla con Grasso – “pare non avere limiti, se non quelli posti dalla fantasia”: chiaro, allora che il sacerdozio femminile altro non sia che una conseguenza cui inesorabimente arrivare, così come ad una Papessa prima e poi un Papa/Mama/queer e, perchè no, ad un animal-Pope, secondo la tradizione sciamanica dell’animale totemico.
D’altro canto non si parla forse già di un Dio Queer e non è già stata edita una Bibbia queer dalle Edizioni Dehoniane, acquistate dalla cordata guidata dal prof. Melloni, erede teologico di Dossetti & C.?

Ma ciò vuol dire che la Chiesa, rappresentando ormai anzitutto se stessa, smette di rappresentare Cristo.
Si domandava Fabrizio Grasso alla fine di quell’agile scritto di poche pagine (che tanto ha allarmato Ratzinger, da definirlo emblematico) cosa potrebbe succedere se un Pontefice rinunciasse definitivamente a rappresentare Cristo?
E rispondeva: “La chiesa smarrirebbe la propria identità… Una demolizione della fede diventa così una seria ipotesi con cui bisogna fare i conti. Essa diventa concreta e possibile nella misura in cui il successore di Benedetto XVI potrebbe sentirsi sciolto dal vincolo a rappresentare Cristo, proprio in forza dell’insolita e ambigua rinuncia che pone le basi per quel dualismo che incrina il pathos rappresentativo del pontefice, vicario di Cristo”.
Constato che dal 2020 nell’Annuario pontificio la qualifica di Vicario di Cristo sia stata relegata a mero “titolo storico” e non come coessenziale al ministero petrino, insieme – tra l’altro – a quella di Sommo Pontefice della Chiesa universale e alla pari di quello di sovrano della Città del Vaticano (si veda nella foto sottostante la differenza tra la vecchia dizione del 2013 e la nuova dl 2023: prima ciò che contava era rappresentare Gesù Cristo, ora celebrare se stesso, Jorge Mario Bergoglio).

Constato che dal 2023, in una data stranamente coincidente con la prima apparizione di Fatima, Bergoglio ha anche modificato la Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano, riprendendosi tutti i poteri e definendo quelli delegati ad altri semplici funzioni. E lo ha fatto invocando proprio quel munus, che qui non sarebbe neppure servito. Insomma un nuovo qualsiasi Re-Sole, gonfio di sè: “L’Eglise, c’est Moi!”.
Ma attenzione, la conseguenza dell’Assolutismo fu la Rivoluzione, la conseguenza della Rivoluzione il Terrore, la conseguenza del Terrore la ghigliottina, la conseguenza della ghigliottina Termidoro, la conseguenza di Termidoro l’Impero. Ma Napoleone non fu un novello Carlo Magno, la corona in testa se la mise da solo. Una Restaurazione fondata sulla Rivoluzione è solo un’altra Rivoluzione col vestito della Resturazione.
Insomma dissolta da secoli la societas christiana che ne è della Ecclesia una, sancta, catholica, apostolica? Che ne è della promessa di Cristo, secondo cui “le porte degli Inferi non prevarranno”? Scrive Grasso, concludendo i suo scritto: “La domanda che ha attravrsato emblematicamente e tragicamente il Novecento – “Dio è morto?” – dovrebbe essere quindi riformulata e potrebbe suonare così: “Dio è stato sconfitto”?
E’ contro questa nuova agitazione che Ratzinger rimprovera il card. Brandmüller? Che intendeva dire davvero Benedetto XVI?
Voleva ammonire i “fedelissimi” ad avere Fede nella Croce, “scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani”? O al contrario voleva silenziare ciò che è invece oramai manifesto, per illudere i fedeli che la Chiesa non è cambiata anche sotto Bergoglio?
Voleva sopire anche lui il “chiacchiericcio” e stroncare sul nascere “un nuovo tipo di agitazione”, per salvaguardare storicamente il profilo del proprio Pontificato? O voleva recuperare in silenzio per il prossimo conclave la “palude cardinalizia”, che si muove sempre dove il vento tira?
Voleva forse – attraverso il libretto di Fabrizio Grasso – mascherare/smascherandola la secolarizzazione del papato e quindi chiarire per interposta persona che in realtà la sua era per davvero una rinunzia al solo ministerium, ma non al munus, sicchè quello di Bergoglio è un “papato” senza legittimazione dall’Alto ed è “puro potere mondano”?
O voleva invitare a chinare il capo durante la tempesta, organizzando silenziosamente una resistenza latente e ramificata, perchè dopo il Venerdì santo viene la Pasqua?
E tra l’altro, dato che la Declaratio l’ha scritta in latino per non fare errori e ce ne sono almeno due, dato che la traduzione l’ha lasciata ad altri senza chiarirne il senso e le interpretazioni si moltiplicano, dato che se poteva complicare le cose tra munus e ministerium lo ha fatto e dato che il “chiacchiericcio” l’hanno alimentato – al pari della sua veste bianca – le sue interviste, le sue puntualizzazioni, le sue benedizioni apostoliche e i suoi scritti , mi sorge anche il dubbio se l’espressione “patiendo et orando” voleva dire davvero – come è stato tradotto ufficialmente – “soffrendo e pregando”, o invece , come ci spiega un buon vocabolario latino, essenzialmente, “resistendo e parlando”?
… eh sì, perchè non è stato zitto un attimo!

Ha parlato pure da morto!
In tedesco.
… ma ha deciso che l’edizione di riferimento del suo “quasi testamento spirituale” fosse in italiano.
Il Codice continua: semel Ratzinger, semper Ratzinger.

