di Vicky Amendolia
“Il potere produce realtà” e la realtà prodotta da questi branchi virtuali è la normalizzazione della violenza.
Un tempo gli uomini si vantavano al bar delle conquiste, gonfiando il petto come galli da cortile. Oggi il bar si chiama Facebook, e i galli sono diventati gallinacci da tastiera: trentaduemila esemplari riuniti in un gruppo chiamato “Mia moglie”, dove il gioco consisteva nel postare foto intime delle proprie compagne “a loro insaputa”. L’eros trasformato in esibizione da pollaio: più che maschi alfa, sembrano adolescenti repressi in cerca di un applauso virtuale. Sul fronte parallelo, Phica.eu, un sito che da anni collezionava immagini di donne famose, manipolate e catalogate come figurine Panini: dalle politiche alle influencer, dalle attrici alle giornaliste. Persino la Premier è finita in questa galleria degli orrori, a dimostrazione che la misoginia digitale non guarda in faccia nessuno e che, almeno in questo, l’Italia si dimostra davvero “unita”.
Chi sono questi eroi del clic? Uomini che hanno scambiato l’intimità per un trofeo, la complicità di coppia per un contenuto da forum. Freud li avrebbe diagnosticati in cinque minuti: “L’uomo è meno padrone nella propria casa di quanto crede” e qui il padrone di casa sembra aver perso anche il buon senso. Veblen li avrebbe etichettati come consumatori compulsivi di status simbolici, con l’unica differenza che invece di una Ferrari parcheggiano sul web la pelle delle loro compagne. È la solita storia del gallo che canta solo se c’è un pubblico a dire “bravo”. Ma qui il pubblico non è la donna, bensì il branco maschile. Perché il vero feticcio non è il corpo femminile, ma l’approvazione del compagno di branco: più sei volgare, più sei applaudito; più umili la tua compagna, più ti senti “maschio”. Il godimento non sta nel corpo femminile, ma nel commento osceno che ricevi da un altro uomo. Altro che pornografia: è psicologia da spogliatoio, sociologia da basso impero. Hannah Arendt, parlando della banalità del male, ci avvertiva che “le azioni più terribili possono essere compiute da uomini ordinari”. Qui non servono tiranni: basta un like.
E non mancano, ça va sans dire, le complici: quelle donne che si prestano a farsi mettere in vetrina come souvenir erotici. Sarebbe bello parlare di libertà sessuale, ma qui non c’è nulla di liberatorio: è solo l’ennesima declinazione dell’“esserci per piacere al maschio”, spacciata per emancipazione. È il femminismo ridotto a reality, la libertà di scelta trasformata in performance da palcoscenico digitale. Libertà e complicità non sono la stessa cosa: la prima è un diritto, la seconda è un inganno.
Le conseguenze, però, non fanno ridere affatto: ansia, vergogna, isolamento, perdita del lavoro. Gli psicologi parlano di trauma secondario: non solo subisci l’abuso, ma sei costretta a riviverlo ogni volta che la tua immagine compare in un nuovo sito, in un nuovo gruppo, in un nuovo archivio digitale. La rete non dimentica e il dolore diventa eterno. Alcune vittime arrivano persino a pensieri estremi, mentre i galli da tastiera ridacchiano tra un like e un commento osceno. E la società, intanto, minimizza, riducendo tutto a “goliardia”.
Ma la legge? L’articolo 612-ter del codice penale, il cosiddetto “revenge porn”, punisce queste condotte ma solo a querela della persona offesa. Tradotto: se non denunci, i signori del clic se la cavano. Come se il danno alla dignità fosse un optional, da difendere solo se hai la forza di reggere lo tsunami mediatico. È come dire che lo stupro va punito solo se la vittima trova il coraggio di raccontarlo davanti a una platea. Una civiltà giuridica che si rispetti questo lusso non può permetterselo: urge una modifica di questo articolo, rendendo il reato perseguibile d’ufficio.
Non è solo questione di colpire chi diffonde, ma anche di responsabilizzare le piattaforme che permettono questa pornografia della stupidità. Se Facebook o Telegram possono oscurare in pochi secondi un contenuto scomodo per motivi politici, allora possono – e devono – fare lo stesso per proteggere la dignità delle persone. Questi scandali sono lo specchio di un Paese che deve ancora imparare che il consenso è tutto. Non è questione di pudore, ma di civiltà. La libertà non è libertà di umiliare: la libertà è che ciascuno decida del proprio corpo, di come e con chi mostrarlo. Il resto è patriarcato travestito da goliardia, un’eiaculazione digitale che sporca tutto e non lascia nulla. Bauman parlava della modernità liquida, e scriveva che “la precarietà è l’unica certezza”: noi italiani siamo riusciti a inventarci la virilità liquida, evaporata nel voyeurismo online, svuotata di sostanza, ridotta a un rutto collettivo nel vuoto cosmico della rete.
C’è un aspetto che pochi hanno il coraggio di dire: queste pratiche non nascono dal nulla, ma da una cultura diffusa che ancora oggi tollera la battuta sessista, la barzelletta da caserma, la mentalità del “lei non lo sa ma le piace”. Quello che emerge online è solo la versione amplificata di una mentalità che circola nei bar, negli uffici, persino nelle famiglie. È il patriarcato che resiste, che cambia forma, che si aggiorna, ma che resta sempre lo stesso: un potere che si misura con la capacità di umiliare l’altro sesso.
Se non vogliamo che la rete diventi il nuovo Colosseo dove i corpi delle donne vengono gettati in pasto al pubblico, dobbiamo smettere di ridere sotto i baffi e cominciare a reagire. La legge va cambiata, le piattaforme vanno responsabilizzate, la società deve educarsi al consenso e al rispetto. Perché, al netto di tutta l’ironia che possiamo usare, la verità è una sola: questo fenomeno non è un vizietto privato, è un problema pubblico. Non è un gioco erotico, è un reato. Non è una goliardata, è violenza. E la violenza, in qualunque forma, non si combatte con le pacche sulle spalle o i like, ma con la giustizia, la cultura e la dignità.
E se poi qualcuno di questi galli da tastiera si sente offeso, peggio per lui: l’offesa se l’è già procurata da solo, rendendosi pubblico buffone nella piazza globale. Perché, diciamocelo, non c’è nulla di virile nel mostrare la propria compagna come si fa con l’ultimo modello di trapano a batteria. Non è eros, è bricolage dell’ego. E se davvero pensano di essere uomini, allora che abbiano il coraggio di guardare le proprie mogli negli occhi e dire: “Cara, ti ho usata come biglietto da visita per il mio branco”. Ma non lo faranno mai, perché dietro la tastiera si è leoni, nella vita reale si resta polli.

