Siamo abituati da secoli a considerare la retorica agli antipodi della verità. E la colpa, se di colpa vogliamo parlare, va imputata a Platone: fu lui, nel Fedro, ad attaccare la retorica definendola come “concentrato di falsità“. Per bocca di Socrate, protagonista dei suoi scritti, sostenne che “i retori se ne infischiano della verità“. I retori preferiscono l’Eikos, il verosimile.
In tutta la storia della filosofia sarà poi difficile confutare queste convinzioni platoniche. Eppure il primo a tentare di farlo fu proprio il suo discepolo Aristotele. Partendo dalla constatazione che tutto ciò che rientra nel dominio dell’Umano è instabile, allora anche l’etica e la politica lo sono, e quindi non esiste una sola verità. Ne consegue che la retorica è l’arte di scegliere cosa fare, sulle basi di una verità incerta. Per Aristotele, quindi, l’Eikos è una verità ipotetica su cui possiamo però concordare. E per farlo, dobbiamo discutere. La retorica, attraverso l’uso della parola, cerca dunque la verità.
Eppure, se si tratta di ricercare questa verità, la retorica può diventare arte di manipolare le masse? E qui entra in ballo la funzione politica della retorica, che nacque proprio in Grecia nell’era democratica. Anzi, furono proprio Demostene, Tucidide e Isocrate, a teorizzarla come vero e proprio modello democratico. Anche per Aristotele l’atto stesso di deliberare è nella natura dell’uomo, e il risultato è espressione del buon senso del popolo. Concetti poi ripresi da Jurgen Habermas e Hannah Arendt: entrambi, infatti, sostengono che lo Spazio Aperto della democrazia comporta l’uso della retorica. La convivenza sociale presuppone un ambiente pubblico di discussione, che a sua volta comporta un dibattito razionale. Retorico, appunto.
Ma siamo certi che i retori siano poi così razionali?
A dirla tutta, e considerando ciò che accade ormai diffusamente, sembra che i migliori utilizzatori di retorica siano proprio quelli più capaci di appellarsi all’impulso. Quelli che parlano “alla pancia” della gente. Altro che razionalità!
Thomas Hobbes suggerì che alla base c’è sempre e comunque l’eloquenza: quando parte da principi veri è Logica, e quando parte da mere opinioni è Retorica.
Viviamo nell’era della Post-Verità. E lo dice anche la Treccani ormai, che la definisce “Argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica“. E mai come prima si studiano le passioni umane, nella convinzione che le parole possano manipolare perfino le emozioni.
Del resto lo stesso Aristotele non ha mai contrapposto parte emotiva e parte cognitiva, perché l’uomo è un animale razionale, sì, ma solo con il Logos non va da nessuna parte. È il Pathos, invece, che spinge l’uomo a volere e a fare. Perciò nel suo tomo di 12 capitoli tutti dedicati alla Retorica giunse perfino a catalogare le emozioni in base a origine e intensità. Perché razionale non significa affatto “freddo”: la buona retorica è razionale nel senso di ragionevole.
E bisogna essere molto ragionevoli per destreggiarsi col principio fondamentale della retorica: il sottinteso. È qui che si svelano i retori migliori. È questo il terreno di sfida aperta dei politici: sottintendere è la metodologia tipica della politica. Lo sostenne anche Louis Aragon nel racconto “Il contrabbando”: “il sottinteso è quella cosa capace di suscitare comportamenti vietati con parole autorizzate“. E lo realizzò Tolstoj scrivendo quel geniale romanzo breve “Storia della giornata di ieri”, in cui i due protagonisti intrecciano la storia di fatto narrata alla storia che vorrebbero invece pronunciare. Sottintendere vuol dire trasmettere, enunciando, un senso volutamente differente dai vocaboli espressi. Quintiliano arrivò perfino a categorizzare progressivi livelli di sottinteso, sulla base dello scarto crescente tra enunciato e senso sottinteso.
Di certo, chi disse che “uccide più la lingua della spada” fu senza dubbio il re dei retori. Il campione della logica. L’imperatore del sottinteso. Il paladino del convincimento. In breve: fu un sommo politico.
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