dall’On. Giovanni Crema
Lo scorso 12 aprile l’Onorevole Luigi D’Agrò ha tenuto una relazione sulla situazione socio-economica del Veneto a Verona, in occasione dell’Assemblea regionale veneta degli ex parlamentari. Di seguito se ne riportano gli spunti salienti.
Il sottotitolo di una recente notizia televisiva, di dieci giorni fa, riportava l’allarme dell’Istat sul calo delle nascite in Italia: “fecondità ai minimi storici” (1,18 di fertilità per donna).
Il Veneto non si sottrae a questa tendenza (1,21 nel 2023).
Nonostante il fenomeno fosse già iniziato nel 2009, solo dal 2014 tale dinamica non è stata più compensata dall’immigrazione straniera, quest’ultima, peraltro, in crescita fino al 2011, per poi stabilizzarsi.
Si tratta del primo calo registrato nella nostra regione, dopo quello riscontrato negli anni Cinquanta, allora causato dalle forti emigrazioni verso paesi europei, Stati Uniti e Sud America.
Alla recente diminuzione della popolazione veneta – attualmente attestata attorno ai 4.800.000 abitanti, di cui 500.000 circa stranieri (10,3%) – ha contribuito un progressivo deterioramento del saldo naturale legato alla flessione della natalità e accompagnato dall’aumento dei decessi, caratteristico di una popolazione sempre più anziana.
Pertanto, il combinato disposto di contrazione delle nascite e la crescente longevità hanno inciso notevolmente sulla struttura per età della popolazione, cosicché, se nel 2002 – in Veneto – erano presenti 136 anziani con 65 anni ed oltre ogni 100 giovani fino ai 14 anni, a distanza di vent’anni se ne contavano 195, nonostante l’apporto della immigrazione interna e, in maggiore misura, di quella estera.
Infatti, nel 2023, gran parte della popolazione straniera (76,3%) era prevalentemente costituita da persone in età da lavoro (15-60 anni) e la restante quota riguardava soggetti appartenenti alla classe di età da 0 a 14 anni.
Nel 2002, i giovani con meno di 15 anni , risultavano essere , sempre nella regione, di sei punti percentuali in meno rispetto all’ analoga quota media delle regioni europee di riferimento (quelle oggetto di confronto statistico per analoga struttura economica, dimensione della popolazione, vocazione manifatturiera e ampio grado di internazionalizzazione).
Nel 2023, a distanza di vent’anni, tale divario si presenta con valori simili nella popolazione in età lavorativa, tra i 15 e 39 anni, sì da determinare una ricomposizione della popolazione lavorativa veneta attualmente più vecchia rispetto alle analoghe Regioni che competono nel mercato europeo.
Va da sé che questo aspetto (popolazione lavorativa anziana) lascia il segno sulla velocità e qualità dell’apprendimento, nonché nell’utilizzo di nuovi strumenti e tecnologie lavorative (digitale, informatica e AI) e, conseguentemente, incide sulla variazione della produttività nella crescita economica del territorio.
Ebbene, nel periodo che va dal 2002 al 2022, la produttività – calcolata come Pil a valori reali per occupato – è diminuita nella nostra regione dell’1,8% (-1,4 % in Italia) mentre, nelle altre regioni europee additate a confronto, ha registrato una crescita media del 14,2%.
A dire il vero, l’andamento complessivo della produttività veneta è stato assai condizionato dal calo di resa registrato nei servizi da cui deriva (nella media del periodo) il 65% del valore aggiunto regionale (banche popolari venete, disorganizzazione dei servizi pubblici e alto tasso di Covid).
Nel settore dei servizi, la produttività, calcolata come rapporto fra valore aggiunto e ore lavorate, è diminuita dello 0,1% in media d’anno, di molto inferiore non solo rispetto alle regioni europee consorelle, ma anche alla Lombardia e all’Emilia Romagna.
Pure nel settore manifatturiero, non c’è stato alcun exploit veneto, con un aumento dell’1,1% sulla media annua, in linea con quello nazionale, ma ancora lontano dai riferimenti europei.
C’è un indicatore , chiamato Dividendo Demografico – pari alla differenza tra il tasso di crescita della popolazione in età lavorativa e quella della popolazione complessiva – che misura il contributo della demografia alla crescita del Pil.
Di converso, l’aumento del Pil pro-capite è legato, oltre che al diverso andamento della produttività, anche al cambiamento inverato nella struttura per età della popolazione.
Prendendo in considerazione un periodo ampio (2002/2022), in cui la popolazione è aumentata in tutte le regioni italiane ed europee messe a confronto, si riscontra che la quota in età da lavoro si è ovunque contratta e che il dividendo demografico è risultato negativo, in tutti i territori valutati.
In Veneto, in particolare , la variazione dell’indicatore risulta del -6,6%: solo il Piemonte e i Paesi Baschi hanno subito un calo maggiore.
In sostanza, la deriva verso una popolazione anziana è un grave pericolo per la tenuta del sistema. Come accaduto nelle altre regioni italiane, caratterizzate da una limitata crescita o contrazione della produttività, il dividendo demografico ha contribuito, anche da noi, in maniera significativa alla bassa crescita del Pil pro-capite registrata nel periodo. Utilizzando una diversa scomposizione di quest’ultimo (Pil pro-capite), è possibile evidenziare, in positivo, il contributo alla crescita economica innescato dalla componente femminile, pari a 3,1 punti percentuali, su 11,2 di crescita economica complessiva, dato da un forte aumento occupazionale di genere, anche se il grado di partecipazione delle donne al mercato del lavoro rimane ancora fra i più bassi a livello europeo (tasso di occupazione femminile nel 2023 al 62,8%).
Per inciso, si riporta il dato del Pil pro capite in Veneto nel 2023 attestato intorno ai 39.500 €, mentre il Pil complessivo assomma a 192 miliardi a prezzi correnti, corrispondenti a 166 miliardi reali (base di riferimento 2016), ponendosi al terzo posto di valore su scala 3 nazionale dopo Lombardia e Lazio, ma superato nel 2024 dall’Emilia-Romagna e con il manifatturiero in rallentamento dello 0,8 %, così come per l’export dello 0,3%.
Minore risulta essere anche la percentuale dei sotto inquadrati: secondo dati Istat, il 41% degli occupati universitari veneti svolge una professione per la quale è richiesto un titolo di studio meno elevato rispetto a quello posseduto, mentre per i laureati in materie scientifiche scende al 35%.
Per i laureati dell’area socio-economica e giuridica il sotto inquadramento supera invece il 50%.
Indicazioni chiarificatrici si ritrovano, inoltre, nelle opinioni dei laureati residenti in Veneto e che qui hanno ultimato il percorso di laurea, in merito alla loro disponibilità a spostarsi per il lavoro.
Il 37% valuta di cercare occupazione in altro Stato europeo e il 24% in uno Stato extraeuropeo.
Se nel complesso dei laureati veneti di secondo livello oltre la metà, nel 2022, occupa una professione intellettuale scientifica e di elevata specializzazione, questa quota varia del 53,7% di coloro che si sono fermati a lavorare in Veneto, al 56,9% di chi si è spostato in altra regione d’Italia, al 63% di chi vive all’estero.
All’estero sono anche impiegati maggiormente, con contratto a tempo indeterminato, il 50,4% tra chi espatria rispetto al 26,3% di chi resta in Veneto.
Le linee di tendenza sono perfettamente certificate: viene confermato che ad uscire dalla nostra regione – verso estero o altre regioni italiane – sono soprattutto giovani laureati con formazione scientifica che non trovano sufficiente attrattività nel (e dal) sistema produttivo regionale.
È un paradosso che la regione considerata traino per l’intera economia del Paese non riesca a trattenere e assorbire capitale lavorativo di alta ed innovativa specializzazione, soprattutto se esiste l’obbligo di trasformare il modello competitivo: dal prezzo alla qualità del prodotto.
A maggior ragione non si comprende come sia possibile che molti giovani espatriati lavorino in ruoli di cui le imprese venete (e italiane) denunciano carenza: c’è una evidente incomunicabilità ed incomprensibile adattabilità nell’incontro fra domanda ed offerta.
Una ulteriore motivazione, legata all’emigrazione, potrebbe essere tratta dall’indagine OCSE sulla variazione in percentuale fra la media degli stipendi del 1990 e quelli del 2020 in Europa, dove l’Italia risulta in coda al gruppo con addirittura un valore negativo del -2 90%.
In altre parole, è stato tolto potere d’acquisto a chi vive con proventi da reddito fisso, determinando un mercato di consumo interno asfittico e progressivamente regressivo.
Questo significa che le aziende del nostro Paese creano poco valore e pagano al minimo, mentre la ricchezza si concentra su poche persone e l’ascensore sociale si inceppa, togliendo ai giovani attese e concrete aspettative di miglioramento. Tutto ciò interroga ed investe le stesse imprese.
C’è, quindi, bisogno di una riflessione del sistema imprenditoriale italiano (e Veneto) in particolare al fine di creare una diversa cultura organizzativa, attrattiva per le competenze offerte dai giovani. D’altronde, c’è da rimarcare che oltre il 60% di coloro che hanno trovato occupazione all’estero, lavora in modalità smart, contro il solo 22,3% in Veneto e il 42,1% delle altre regioni.
Le differenze però più ampie si vedono nelle retribuzioni: rispetto alle nostre – in precedenza evidenziate – quelle estere offrono, a chi ha occupazione ad un anno dalla laurea, uno stipendio intorno ai 2200 euro.
Inoltre, a tre anni dalla laurea, è evidente e corposo l’aumento del salario (+ 400 €), come pure una maggiore capacità di cambiamento di impiego, mentre ,da noi, l’aumento si ferma a 100 € e la mobilità lavorativa risulta scarsa.
D’altronde, la pubblicazione di dati, attinenti all’anno 2022, della CGIA di Mestre, mostra che la retribuzione media lorda annua risulta essere ferma, in Veneto, a circa 24.000 €, quindi al 7° posto delle regioni italiane, lontano anni luce dai 72.000 € mediamente elargiti all’estero.
La provincia veneta meglio piazzata, in questa particolare graduatoria, risulta essere Vicenza che si aggiudica il 12° posto a livello nazionale, con una media annua di 24.800 € pro capite.
Anche nella classifica della produttività, la nostra regione mostra il fiato corto, piazzandosi al 9° posto con 38.600 € pro capite.
La mappa 2022 della competitività tra le regioni dell’Unione Europea, pubblicata nell’aprile del 2023, certifica che l’unica regione italiana inserita nei primi 100 posti è la Lombardia, seppur al 98° posto e in regressione rispetto alla precedente rilevazione.
Il fatto che ci riguarda è la mancata inclusione del Veneto – diversamente dalla precedente mappa – nello speciale elenco delle prime 100 regioni e, pertanto, retrocesso in un anonimo 150° posizionamento.
Per inciso, l’indice di competitività regionale misura la capacità di una regione ad offrire alle imprese e ai residenti un ambiente attraente e sostenibile in cui vivere e lavorare, alla ricerca di un equilibrio tra economia e benessere, superando il parametro Pil come unico indicatore di sviluppo. Insomma, il Veneto mostra cedimenti rispetto ad alcuni parametri inerenti allo sviluppo, la qualità di vita e del benessere, celebrati come indistruttibile marchio di fabbrica.
Dobbiamo essere realisti e non deviati da una narrazione autoreferenziale.
L’unica cosa da evitare, in via assoluta, è che il contenuto del libro di Gian Antonio Stella, “Schei”, assuma i connotati di una sfida persa.

