Le analisi si fanno a freddo che le emozioni della immediata conquaestio fanno dire sempre fesserie.
Non so se il day after è sufficiente a raffreddare gli animi ma la notte ha sicuramente portato consiglio.
Dunque ha vinto il No.
Evidentemente l’equazione (tot voti alle politiche = tot voti al referendum) non ha funzionato.
E così mentre nel 2022 la valanga di voti per la Meloni ha dato più la sensazione di un voto contro (la sinistra) che a favore (della destra) questa volta la sensazione è che gli italiani abbiano votato più contro (la Meloni) che a favore del mantenimento dell’attuale assetto del comparto giurisdizione.
Insomma di voto organizzato non se n’e parlato. Nessun esercito gioioso a sostenere fascismi di maniera, ex, post, past, vetero che siano.
Questo è uno dei pochissimi aspetti positivi della vicenda.
Resta la delusione che una scelta su un tema così importante, come la reale terzietà del giudice di fronte ad accusa e difesa, è stata orientata dalle partigianerie e condizionata dai pregiudizi.
La sensazione è che sul fronte del no la gente, più che a Conte e a Schlein, sia stata a sentire personaggi come Gratteri o Travaglio che di contenuti ne han portati pochi, di menzogne a valanga.
Dalla falsa intervista a Falcone al voto (per il sì) di mafiosi e criminali, alle minacce ai giornalisti del Foglio.
Dalle fesserie sulla indipendenza della magistratura agli ipocriti cambi di idea sul sorteggio.
E poi una categoria professionale che attraverso la sua associazione, quella Nazionale dei Magistrati, si è mossa come un partito (quando non dovrebbe esserlo), ha fatto una campagna a trippa bassa, ha confermato in pieno una delle ragioni che sostenevano questa riforma e cioè che i magistrati sono fortemente, fortissimamente, politicizzati.
Del resto dall’altro fronte non è che si siano impegnati molto. Ricorderemo gli scivoloni di Nordio, le gaffes della Matone e le figuracce di merda della Bartolozzi.
Degli altri, di Bocchino, Capezzone non parlo, tanto ormai appartengono più alla sfera della comicità che a quella della politica.
Ovviamente con un fronte così sbrindellato, dalle parti di Atreju, non è che potessero pretendere molto da un elettorato che di tutto aveva voglia tranne che di approfondire il tema.
Quindi è stato un voto di pancia e non di testa che ci ha fatto perdere un’occasione unica.
E già perché per il futuro non è da pensare che la destra ci rimetta mano e tantomeno sperare che quando (appunto quando) la sinistra andrà al governo provveda a separare le carriere.
Sarebbe un atto di coerenza con la sé stessa di qualche anno fa ma ovviamente, dopo aver guerreggiato questa volta per il no, a riproporre lo stesso tema nell’arco dei prossimi vent’anni rischierebbe la fucilazione per incoerenza.
Quindi per quelli come noi, che hanno guardato a questa riforma come un balzo in avanti negli equilibri del processo a garanzia dei cittadini, non resta che rassegnarci a portare fiori su quella lapide che recita:
“Qui giace la separazione delle carriere
uccisa dal pregiudizio degli italiani”.
Il futuro sarà quello dei PM, i veri vincitori del referendum, e di personaggi come Gratteri sempre più seduti nelle tribune della politica piuttosto che negli uffici delle procure e questo la dice lunga sulla forza del potere mediatico che costruisce personaggi sul nulla, degli eroi di cartapesta e poi gli consente di condizionare la coscienza dei popoli.
Eppure Di Pietro avrebbe dovuto fare scuola con la sua parabola dalla toga al parlamento e con il fallimento misero del suo movimento ridottosi a un bancomat di famiglia.
Il day after sarà Gratteri candidato nel Campo Largo e, se vincono, ministro di Grazia e Giustizia.
Italiani! A quel punto saranno cazzi vostri.


4 commenti
L’esito del, referendum è tutta responsabilità del governo Meloni. Ha voluto fare tutto da sé, in un tempo ristretto, senza voler sentire nessun altro. Si è meritata la sconfitta. Personalmente mi auguro che sia l’inizio dello stop al “rifascio”.
Caro Massimo è la vittoria dell’ignoranza, intesa nel senso etimologico del termine cioè colui che ignora. Il movimento per il SI’ non ha fatto molto per spiegare il vero senso della riforma che è rimasta per i più semisconosciuta, e si sa che quando si deve scegliere tra una cosa certa ed una dubbia la scelta ricade sempre sulla prima. A ciò si aggiunga che l’altra parte ha avuto buon gioco nei confronti delle fasce più ignoranti (under 25) facilmente influenzabili con la Costituzione in pericolo. Sommiamo ancora il particolare momento di politica estera e ti ritrovi con la tempesta perfetta.
C’è poco da fare: questo è un Paese che rimane conservatore e reazionario. In sintesi anti riformista.
Un substrato identitario/culturale millenario dovuto al potere clericale, antiliberale e verticista, su cui si sono innestati poteri e culture che possono apparire solo superficialmente diversi, ma che nei punti cardine ne sono copia e continuazione.
Chiesa, fascismo e comunismo, stringono ancora la morsa su questo paese, non con questi nomi e spesso neanche nei simboli, ma nella sostanza si, poiché non sono altro che la manifestazione dell’ avversione per la società aperta.
Il riformismo è l’unica filosofia politica vincitrice del “secolo breve”, moralmente e praticamente.
Ma non in Italia, in cui qualsiasi riforma incisiva si trova ormai nelle nebbie dei tempi passati, anche lì raggiunte probabilmente solo a causa delle circostanze geopolitiche del secondo dopoguerra.
Anche lì comunque, riforme raggiunte al prezzo di insulti, sputi, minacce e chi più ne ha…
Eccola la società chiusa. Vince la corporazione tecno/burocratica più intoccabile d’Italia, senza contrappesi, senza responsabilità, libera dal giudizio dei cittadini. Anzi no, legittimata da una parte dei cittadini, praticamente come una forza politica.
Mi permetto di obiettare a Pietro, laddove scrive di un Paese anti-riformista, che sarebbe forse più realistico il far valere tale concetto per il centrodestra, perché ogni qualvolta vi provasse, a cambiare qualcosa, rischia di sollevare proteste e venir accusato di propositi autoritari e antidemocratici, tanto dal desistervi, mentre alla sinistra non tocca detta sorte, come riprova la riforma del Titolo V della Costituzione risalente al 2001.
Paolo Bolognesi 26.03.2026