Delle reazioni italiane alla aggressione e alla morte dell’on Giacomo Matteotti sappiamo ormai tutto. Conosciamo lo sdegno popolare, la condanna delle maggiori testate giornalistiche, le reazioni politiche dell’opposizione che misero in grave difficoltà il Duce e il fascismo, ma poco conosciute o spesso ignorate restano quelle registrate all’estero. Eppure le notizie sulla sorte del segretario del PSU fecero subito il giro del mondo.
Senza soffermarci sulle scontate condanne apparse su tutti i giornali antifascisti italiani stampati all’estero e sulle manifestazioni di protesta da loro organizzate, vediamo di fare una succinta, anche se significativa panoramica, di quanto accadde nei vari paesi europei e americani.
In Francia sia il governo, sia l’Assemblea nazionale, non esitarono a ritenere Mussolini e i suoi uomini di fiducia responsabili dell’omicidio, costringendo il duce a correre ai ripari.
Per rassicurare l’opinione pubblica internazionale e i loro governi, nell’intento anche di evitare sanzioni o la perdita di credito finanziario e diplomatico, fu diramato un telegramma a tutte le ambasciate per far sapere che la polizia era intervenuta e aveva già individuale e arrestato quasi tutti gli indiziati e che anche i giudici erano al lavoro e non trascuravano alcun indizio per assicurare alla giustizia i responsabili.
Ma ciò non bastò a evitare i violenti attacchi della stampa estera. Dalla Germania alla Spagna, dall’Austria alla Svezia e al Belgio, da Rio de Janeiro a Tokio, dagli USA all’America Latina, si levò un coro di proteste e richieste di chiarimento per conoscere la verità di quanto accaduto.
In Inghilterra, dove poche settimane prima Matteotti si era recato per stringere ulteriormente i rapporti con i dirigenti laburisti e per acquisire informazioni su alcuni aspetti economico-finanziari mai chiariti tra lo Stato italiano e la compagnia petrolifera americana Sinclair Oil, ed era venuto in possesso, forse da ambienti massonici, di documenti segreti circa i finanziamenti occulti e le tangenti pagate dalla società petrolifera ai fascisti, in particolare Arnaldo Mussolini e, forse, addirittura a Casa Savoia, la reazione fu immediata, popolare e particolarmente ostile al fascismo.
Gli esuli antifascisti italiani di tutte le tendenze politiche organizzarono ovunque nel mondo cortei e manifestazioni di protesta per sensibilizzare i governi e la popolazione sulla natura liberticida del regime fascista italiano e la necessità di isolare e bandire l’Italia dal consesso dei paesi democratici.
L’internazionale Operaia e Socialista emise dure note di condanna, invitando i partiti socialisti europei a denunciare la soppressione delle libertà politiche in Italia e la fine dello Stato di diritto.
Per l’Italia si trattò di un tracollo diplomatico di dimensioni inaudite, che vide Mussolini accusare il colpo e minacciare severe ritorsioni dalle pagine del suo quotidiano Il Popolo d’Italia.
Dal coro generale d’indignazione si discostò solamente l’Unione Sovietica. Stando a quanto riferito dall’ambasciatore italiano a Mosca “la stampa si è limitata a riprodurre brevi telegrafiche da Roma senza alcun commento” tanto che “da parte di governo e opinione pubblica russa finora non si è avuta nessuna manifestazione”. Forse il riconoscimento ufficiale dell’URSS da parte del governo italiano avvenuto il 7 febbraio precedente, pesò nell’attenuare quanto accaduto per non inficiare i rapporti diplomatici appena instaurati.
Il Pcus e il Comintern, nel segreto dei loro consessi, giudicarono l’assassinio di Matteotti semplicemente come il naturale e scontato sbocco terroristico della reazione borghese, come da loro previsto da tempo. Il popolo russo quasi ignorò quanto accaduto a Roma.
Anche gli ambienti finanziari americani non apparvero particolarmente turbati e non cambiarono i giudizi favorevoli al duce manifestati fin dalla sua presa del potere.
Le responsabilità del delitto vennero attribuite a fascisti fuori controllo, mentre a Mussolini si riconosceva la volontà di smascherare gli assassini e sottoporli alla giustizia.
In generale il delitto non fu sufficiente a far dimenticare ai conservatori il merito del duce d’aver sbarrato la strada alle sinistre, tenendole fuori dal governo.
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Fabrizio Montanari
Autore. Fabrizio Montanari è nato a Reggio Emilia nel 1951 e ha svolto per molti anni attività lavorativa come Dirigente cooperativo. Socialista autonomista, è stato dirigente provinciale del PSI reggiano e regionale, segretario provinciale (1975) e membro della segreteria nazionale della FGSI (1976-77). Giornalista pubblicista, collabora a diverse riviste storiche (Ricerche Storiche, L’Almanacco socialista, Reggio Storia), e ai giornali 24Emilia e La Giustizia. È inoltre autore di diversi libri e saggi storici sul movimento socialista e libertario italiano.

