Subito dopo il famigerato 7 ottobre 2023 centinaia di esperti informatici si radunarono in un edificio abbandonato di Tel Aviv per identificare rapidamente le persone scomparse. Utilizzando il riconoscimento facciale e altri strumenti di intelligenza artificiale, rintracciarono centinaia di persone. Poi si sono concentrati su come liberare i 250 ostaggi rapiti da Hamas.
Ora gli ostaggi sono tornati a casa, ma molti di quegli stessi informatici stanno allestendo un’altra “war room”, stavolta puntando su Netanyahu.
Sperano che il 2026 sia finalmente l’anno della resa dei conti per il primo ministro, con il mandato del suo governo prossimo alla fine e Israele che si prepara ad andare alle urne. È un voto che molti definiscono “una battaglia per l’anima della nazione“. Il messaggio che manderanno gli oppositori di Bibi sarà molto semplice:
“Volete mantenere Israele come un paese ebraico e democratico? Oppure volete Israele come regime autoritario?”
Ora che gli Stati Uniti hanno mediato un precario cessate il fuoco per sedare la guerra tra Israele e Hamas a Gaza, l’attenzione si sta spostando sulla politica interna. Se il trauma provocato dal 7 ottobre ha risvegliato un senso di unità in una nazione di solito molto polarizzata, adesso le elezioni sono pronte a svelarne le profonde fratture.
Per chi sta dalla parte dell’opposizione, una vittoria della coalizione di Netanyahu (la più estrema destra nella storia di Israele) porterebbe a un’ulteriore erosione dei valori democratici del Paese.
È un processo che, a loro dire, è iniziato con la controversa spinta per le riforme giudiziarie nel 2023, definita dai critici un “colpo di stato giudiziario”, con proposte di legge che eserciterebbero un maggiore controllo sui media e limiterebbero i finanziamenti esteri alle ONG.
Si tratta di un programma che i membri dell’alleanza di Netanyahu porteranno avanti se otterranno un secondo mandato, sostenendo che la magistratura ha ampliato troppo i suoi poteri.
Eppure nessuno si fa illusioni su quanto sarà difficile spodestare Netanyahu.
I numeri dei sondaggi sul suo partito, il Likud, sono stabili. Nonostante la sua alleanza di estrema destra non abbia ancora raggiunto la maggioranza nella Knesset, composta da 120 membri, si prevede che il Likud otterrà più seggi di qualsiasi altro partito di opposizione.
I sei principali partiti che si coordineranno contro Netanyahu potrebbero avere difficoltà a ottenere la maggioranza, in un sistema politico che dipende dalla costruzione di coalizioni.
Inoltre, Bibi è una figura unica nel suo genere: ha dominato la politica israeliana per oltre 20 anni, superando spietatamente ogni avversario e sfidando chi scriveva prematuramente il suo necrologio politico.
Già prima del 7 ottobre 2023, Netanyahu e la sua coalizione, che comprende partiti nazionalisti intransigenti e ultra-ortodossi, erano scossi da proteste di massa contro la riforma dei tribunali. Accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia – che Netanyahu nega – sbocciavano.
Poi è arrivato l’attacco di Hamas, che è stato il più grande fallimento dell’intelligence israeliana degli ultimi decenni. Persino alcuni suoi sostenitori dubitavano che Bibi potesse sopravvivere.
Ma la crisi ha fatto emergere il suo istinto di sopravvivenza: ha scaricato la colpa sulle forze di sicurezza e ha lanciato una feroce offensiva di rappresaglia a Gaza con il sostegno di una popolazione ebraica traumatizzata.
Ha devastato la Striscia e ucciso oltre 71.000 abitanti di Gaza.
Ha respinto le critiche internazionali – e un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra – mentre la catastrofe umanitaria si aggravava, elevandosi a leader che combatte per la sua nazione.
Ha resistito alle pressioni interne e globali per concordare un cessate il fuoco e un accordo sulla presa degli ostaggi con Hamas. Il suo mantra era “vittoria totale”, anche se i critici israeliani e le famiglie degli ostaggi hanno iniziato ad accusarlo di anteporre i suoi interessi politici a quelli della nazione.
Ha poi intensificato una guerra latente con Hezbollah nel settembre 2024, che ha colpito duramente i terroristi libanesi, costringendoli a un cessate il fuoco alle condizioni di Israele. A giugno, rischiando, ha attaccato per 12 giorni l’Iran, uccidendo molti comandanti di alto rango e coinvolgendo gli Stati Uniti, che si sono uniti a Israele nel bombardamento dei siti nucleari iraniani.
Le drammatiche offensive sono viste, in tutti gli schieramenti politici di Israele, come enormi successi militari che, secondo Netanyahu, hanno cambiato gli equilibri di potere in Medio Oriente. Ora sono destinate a diventare strumenti vitali nel suo arsenale elettorale, in una nazione che ha virato ulteriormente a destra.
Come presidente in carica, Netanyahu deve solo assicurarsi di non perdere. E se non ci sarà un netto vincitore, potrebbe restare Primo Ministro ad interim. Oppure, come ha già fatto in passato, potrebbe tentare di sbarazzarsi degli avversari per formare un governo. Ciò significa che solo una vittoria netta dell’opposizione, ottenuta solo una volta negli ultimi 17 anni di dominio di Netanyahu, lo detronizzerebbe.
Non è stata ancora fissata una data certa, ma si prevede la chiamata alle urne entro fine anno. Il mandato quadriennale del governo si conclude a ottobre e molti temono che il primo ministro israeliano più longevo di sempre cercherà di rinviare le elezioni.
Gli analisti scommettono su un voto in estate, ma potrebbe arrivare prima se la sua coalizione non riuscisse ad approvare il bilancio entro fine marzo, o si dividesse sull’esenzione dei giovani studenti religiosi ultra-ortodossi dal servizio militare.
Intanto gli attivisti anti-Netanyahu hanno già registrato oltre 25.000 israeliani per sostenere la “war room” elettorale, e sperano che il numero raddoppi nei prossimi mesi. Vogliono monitorare i social media per contrastare la disinformazione e le “calunnie”, promettendo azioni legali contro i trasgressori.
Condurranno campagne per convincere gli elettori a votare e incoraggeranno gli israeliani della diaspora – che non possono votare all’estero – a tornare per il giorno delle elezioni.
Sarà necessario garantire l’integrità del voto ed evitare gli errori delle elezioni del 2022, quando Netanyahu tornò al potere, allineandosi con gli estremisti, con gli ultranazionalisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che occuparono poi incarichi di alto livello.
All’epoca l’opposizione era frammentata. Ci fu un’impennata dell’affluenza alle urne nelle roccaforti del Likud, e fu stagnante nelle aree di centro-sinistra (come Tel Aviv e nei kibbutz). L’alleanza di Netanyahu allora ottenne solo 30.000 voti in più rispetto al blocco dell’opposizione, ma grazie al sistema proporzionale raggiunse una netta vittoria con 64 seggi.
Il problema per il cosiddetto “blocco del cambiamento” dell’opposizione è che molti partiti hanno in comune solo il desiderio di spodestare Netanyahu.
A destra ci sono Naftali Bennett e Avigdor Lieberman, entrambi ex alleati di Netanyahu. Al centro c’è Benny Gantz, in passato scaricato da Bibi proprio mentre stava per assumere la carica di primo ministro a rotazione; poi c’è Gadi Eisenkot, ex capo dell’esercito che ha lasciato il governo di “unità” formato da Netanyahu dopo il 7 ottobre; e c’è il Lapid.
Ben-Ari, esponente del Lapid, insiste sul fatto che “non sarà come il 2022”, aggiungendo “Non possiamo perdere voti. Se ci sedessimo tutti insieme in un governo, troveremmo un accordo sull’80-90% delle questioni”, afferma, e auspica:
“I leader devono restare uniti e spero lo capiscano, ma si tratta di uomini con un grande ego”.
A sinistra c’è Yair Golan, leader dei Democratici. È un ex vice capo dell’esercito, considerato un eroe del 7 ottobre. Ritiene che per sanare le divisioni sia necessario un “governo di unità nazionale“, che includa la destra, la sinistra e anche un partito arabo, ma nessuno della coalizione di Netanyahu.
Intanto Nadav Shtrauchler, celebre stratega politico che conosce bene Netanyahu, avverte che se l’opposizione non riesce a unirsi sotto un messaggio che vada oltre la mera derisione del primo ministro, non avrà successo. “Più prendono di mira Netanyahu, più mobilitano la sua base“, dice.
Un ex consigliere rivela che Bibi cercherà di deridere gli oppositori come deboli disfattisti. “Pubblicherà foto degli esponenti dell’opposizione che dicono: ‘Fate uscire gli ostaggi, raggiungete un accordo alle condizioni di Hamas’, e foto di lui e Trump, mentre lo definisce un ‘grande leader'”.
Il fattore Trump è un tema che preoccupa molto l’opposizione. Secondo Shtrauchler, Netanyahu ha iniziato la sua campagna proprio quando Trump nella Knesset ha definito il suo amico Bibi “uno dei più grandi leader in tempo di guerra”. Trump, elogiato in Israele per aver promosso l’accordo che ha finalmente riportato a casa gli ostaggi superstiti, ha persino esortato il presidente Herzog a graziare Netanyahu per le accuse di corruzione, cosa che il primo ministro stesso ha poi richiesto formalmente.
Ben Ari dice: “Trump è un problema in Israele. È molto imprevedibile e forse interferirà prima delle elezioni, parlando al popolo di Israele”.

