Caritas ha presentato, nella Sala San Francesco della CEI, il Report statistico nazionale 2026 sulla povertà in Italia. Basato sui dati 2025 della rete di centri di ascolto, servizi e opere presenti in 206 diocesi, descrive una situazione sempre più grave: la povertà non è più eccezione temporanea, ma “normalità strutturale”. Rispetto al 2024 aumenta il numero di persone sostenute, senza flessioni rispetto al periodo ante-Covid.
Cresce soprattutto la componente anziana: gli over 65 assistiti aumentano del 191% in dieci anni (da 14.689 nel 2015 a 42.775 nel 2025), con un +48% complessivo dell’utenza. L’incremento è marcato nel Nord (+61,8%). I dati sono coerenti con Istat: le famiglie in povertà assoluta crescono del 50%, oltre il 90% nel Nord.
Il report mostra l’intreccio tra povertà economica, invecchiamento, fragilità sanitaria, indebolimento delle reti familiari e isolamento. In parallelo aumenta la solitudine: le persone sole passano dal 23,8% al 32,9% in dieci anni, spesso per lutti, separazioni o licenziamenti che riducono risorse economiche, relazionali e sociali.
Circa il genere, prevale un equilibrio nazionale (donne 49,3%, uomini 50,7%), ma con differenze regionali: nel Sud la presenza femminile resta più alta, mentre il Nord-Est ha la quota più bassa. Delle oltre 282mila persone accompagnate il 56,7% sono straniere, 41,6% italiane (oltre a una piccola quota di apolidi o doppia cittadinanza). L’incidenza di cittadini stranieri è maggiore al Nord, mentre nel Mezzogiorno prevale quella italiana.

Aumentano anche i bisogni sanitari (+69%), inclusi quelli psicologici, e i “lavoratori poveri”, fino al 31% tra i 45 e i 54 anni. Le principali criticità riguardano soprattutto le famiglie con figli: il 52% delle persone seguite convive con minori. Particolare allarme anche sul disagio abitativo: oltre 24mila persone “senza casa” e “senza tetto” assistite nell’ultimo anno, e crescenti difficoltà per affitti, utenze, spese e condizioni abitative precarie o inadeguate.
Emergono livelli elevati di povertà cronica: oggi il lavoro non protegge più automaticamente dal rischio povertà. La diffusione del lavoro povero (salari bassi, precarietà, part-time involontario, discontinuità) rende sempre più frequenti redditi insufficienti. In parallelo cresce l’ISEE medio familiare (da 4.315 a 4.974 euro), ma ciò non indica un reale miglioramento: aumenta la platea di famiglie con risorse leggermente superiori comunque in fragilità economica e bisognose di sostegno.
Quando povertà, malattia, solitudine ed esclusione sociale si combinano con sofferenza mentale, aumenta il rischio di accumulare svantaggi e rendere più difficile seguire percorsi terapeutici e migliorare la qualità di vita. Ridurre disuguaglianze e inequità sanitarie richiede sia più servizi sanitari sia interventi sui determinanti sociali. Servono politiche di prossimità, accompagnamento e inclusione per raggiungere anche le persone più fragili ed emarginate, così il contrasto alla povertà diventa una strategia concreta di promozione della salute e del benessere collettivo.

