C’è ancora chi pensa che bisogna rifare il Psi che come tutti i partiti della vecchia repubblica non c’è più da trent’anni. C’è ancora chi pensa che le organizzazioni socialiste di questi tre decenni abbiano qualcosa in comune col Psi, tranne i voti. C’è ancora chi pensa che il Psi sia finito perché i dirigenti e non la base abbiano tradito Craxi o, di converso, c’è ancora qualcuno che pensa che sia stato Craxi a tradire il Psi. E ci sono tanti che ritengono che il Psi non sia rinato perché Boselli, Nencini, Maraio non sono Craxi. Sarebbe come dire che il Pci non è rinato perché Occhetto, D’Alema e Veltroni non sono Berlinguer o che la Dc non é rinata perchè Martinazzoli, Buttiglione e Casini non sono Moro e Fanfani. In realtà tutte le sigle del vecchio sistema politico non sono oggi inesistenti. Di Pci ce ne sono due. Di Dc anche e perfino di Psdi ce ne sono almeno due. Di organizzazioni socialiste almeno quattro. Ma sommate tutte queste non si arriva al 2, 3 per cento. Cioè le sigle dell’intero vecchio sistema politico oggi non interessano il 97, 98 per cento degli elettori italiani. E quelli che tentano di rinverdire gli antichi fasti appartengono a una piccolissima frangia di sopravvissuti. C’è ancora chi pensa, insomma, che si possa costruire il futuro guardando al passato. Un conto è ricostruire le culture politiche, di queste sì c’è bisogno, soprattutto della nostra, quella socialista riformista e liberale, l’unico socialismo salvato dalla storia, altro conto è ricostruire il vecchio sistema dei partiti. E’ l’elettorato che, superate le contrapposizioni ideologiche, non vota più per affinità ideale, ma per chi ritiene più adatto o meno disadatto a governare il paese. E lo fa spesso cambiando partito e anche coalizione o rifugiandosi nel non voto. Dal 1994 é l’alternativa al governo che regolarmente vince e chi detiene il potere politico viene regolarmente accusato delle stesse colpe: di non aver rispettato le promesse, del livello di vita che é diminuito, delle tasse che sono aumentate eccetera eccetera. Colpe di governi di destra, di sinistra, di unità nazionale, non importa. Oggi contano i leader candidati a governare e le coalizioni che si ritiene possano vincere. Poi può essere valorizzato chi non vuole scegliere nessuno dei due rifugiandosi in una terza posizione. Che non è alternativa di governo, ma rifiuto dell’alternativa. Dunque c’è ancora chi pensa e potremmo essere noi che una cultura socialista riformista e liberale possa più adeguatamente vivere e proteggersi nel rifiuto dell’alternativa che in questo momento in Italia si annuncia come tra estrema destra ed estrema sinistra, mancando entrambi i poli di un centro. Di più il cosiddetto campo largo viene formato da una ampia maggioranza massimalista e populista (fondata sul rapporto tra Schlein, Fratoianni e Conte). E dove i riformisti sono una minoranza estrema, contestata e a volte mal sopportata. Se i riformisti sono una mosca bianca nel campo largo, i liberali sono una esigua minoranza nella destra. Parliamo di Forza Italia e dei tentativi di Marina Berlusconi di fare acquisire al partito fondato dal padre i caratteri originari. Evidente che lo sforzo di un bilanciamento vada incontro anche alla dura legge dei numeri. Forza Italia berlusconiana era largamente superiore alla somma di Lega e Alleanza nazionale. Oggi rappresenta solo un quarto della percentuale del partito della Meloni. Si può dunque non essere ostili al bipolarismo in sè, ma essere contrari a questo bipolarismo ove i riformisti sono clandestini nell’un polo e i liberali marginali nell’altro. E lavorare per mettere insieme partiti, movimenti, associazioni, personalità che vogliono battersi contro un bipolarismo non riformista e non liberale. Può darsi che il ritorno alla politica dei giovani, soprattutto mossi dalla solidarietà verso il popolo palestinese, muova ancora più a sinistra il panorama italiano. Bisognerà però verificare se quel che avviene nelle piazze avverrà anche nelle urne. E se, da un lato, il movimento Propal e dall’altro quello reazionario di Vannacci produrrano un ulteriore irrigidimento estremistico di entrambi i poli. A maggior ragione l’alternativa del rifiuto di questo bipolarismo potrebbe farsi strada. Il problema nasce quando la politica esaurisce il suo compito e sorgono i problemi che derivano dai caratteri degli uomini (vedasi la rottura tra Calenda e Renzi dopo che la loro lista aveva sfiorato l’8 per cento fuori dai poli), ma anche una certa qual diffidenza degli uni e degli altri, nonchè la difficile conciliabilità delle aspettative di tutti. Questo provoca incomprensibili ritardi e possibili retromarce. Ecco quel che manca oggi alla classe politica. La capacità di superare gli scogli personali nuotando nel mare aperto della politica. Questo sì del passato dovrebbe essere recuperato per guardare con più fiducia al futuro.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


5 commenti
Hai ragione in toto, caro Mauro. Il punto vero, che troppo spesso si finge di non vedere, è che non si ricostruisce il futuro riesumando sigle, liturgie e nostalgie di un mondo politico che la storia ha già consegnato agli archivi. Si può — e si deve — recuperare una cultura: quella socialista, riformista, liberale, garantista, europeista ma non subalterna, sociale ma non massimalista, laica ma non ideologica. Ma altra cosa è illudersi che basti rimettere in piedi vecchie insegne per restituire rappresentanza a un Paese profondamente mutato.
La questione, oggi, non è rifare il PSI come reperto sentimentale, né accontentarsi di testimonianze identitarie destinate all’irrilevanza. La questione è costruire uno spazio politico serio per chi non si riconosce in un bipolarismo sempre più povero di cultura di governo: da una parte un campo largo dove i riformisti rischiano di essere ospiti tollerati e spesso mal sopportati; dall’altra una destra nella quale la componente liberale appare numericamente e politicamente minoritaria.
Per questo il tema non è il rifiuto del bipolarismo in astratto, ma il rifiuto di questo bipolarismo: scomposto, urlato, radicalizzato, incapace di offrire una vera casa politica a chi crede nelle riforme, nella responsabilità, nella libertà economica temperata dalla giustizia sociale, nello Stato di diritto e nella serietà delle istituzioni.
E hai perfettamente ragione quando individui il nodo più difficile: non mancano soltanto le idee, spesso mancano il coraggio e la maturità degli uomini. Manca la capacità di mettere da parte personalismi, diffidenze, piccoli calcoli di bottega e rendite di posizione per affrontare, finalmente, il mare aperto della politica.
Se qualcosa del passato va recuperato, non sono le bandiere consunte né le sigle svuotate: è quella statura politica che sapeva distinguere tra ambizione personale e progetto storico. Ed è proprio da lì che una nuova area socialista, riformista e liberale dovrebbe ripartire.
Un’ alternativa provvisoria sarebbe quella di avere due aree politiche di tendenza e valori socialisti in entrambi gli schieramenti.
Se l componenti di quelle aree fossero capaci di proporre programmi ed idee valide ed innovative ma sempre con la stessa base valoriale, poi ci sarebbe una vera probabilità di unione e di confluire in un unico movimento o partito.
Ci sarebbe uno spazio enorme oggi soffocato dal clientelismo civico confluito nei partiti.
In pratica chi ha soldi e tempo oggi detta legge in politica da ambo le parti e specie nelle politiche locali.
Non è certo un civismo dal basso ma dall’ alto “pur che sia” e con lo scotto di pagare dazio a chi ti ha fatto portare voti in qualche modo.
Speriamo almeno che qualcuno un po’ bravo esisti ancora e che qualche idea socialista venga attuata.
ALCUNI APPUNTI PER UN DIBATTITO SUL FUTURO DEI RIFORMISTI
L’ obiettivo di una nuova Casa per tutti i riformisti costituirà non solo un momento utile per riflettere sul ruolo che abbiamo avuto per il passato, ma anche e soprattutto occasione per delineare i cambiamenti necessari per fare fronte alle sfide che i mutamenti profondi della realtà politica, sociale, culturale e istituzionale, oggi ci propongono.
Non dobbiamo ridurre il nostro ruolo a testimoni della storia del Paese, ma vogliamo tener vivo e permanente il legame che ha unito i riformisti durante la loro militanza. Per questa ragione il Movimento Socialista Liberale deve accrescere la sua capacità di dialogo, di confronto e di iniziativa con le nuove generazioni
Da questa capacità dipende in larga parte la nostra possibilità di contribuire ad arricchire l’esperienza delle nuove generazioni e di esserne, a sua volta arricchita.
Il terreno fondamentale su cui occorre sviluppare il dialogo, è il confronto e la nostra iniziativa sul ruolo del Parlamento, sulla sua centralità nell’architettura istituzionale italiana, sulla sua efficace rappresentatività della sovranità popolare, sul suo essere garante della dignità, del rispetto, della autonomia e della libertà della funzione parlamentare.
Perché ciò sia possibile, è necessaria, innanzitutto, una forte iniziativa politica e culturale per sgombrare il campo del confronto dall’idea che la passata storia politico-parlamentare italiana possa essere ridotta a storia di una “casta” preoccupata soltanto di garantirsi privilegi e prebende, addirittura a fenomeno di corruzione.
Dobbiamo far crescere la consapevolezza che confondere responsabilità penali individuali della classe dirigente, pur sempre molto marginali, e responsabilità politiche, ha come unica conseguenza un grave indebolimento della legittimità del Parlamento e quindi del suo ruolo e della sua funzione attuale.
Altrettanta consapevolezza e altrettanta capacità di iniziativa e di proposta, dobbiamo avere di fronte a tutto ciò che insidia il ruolo dell’istituzione parlamentare e dei parlamentari.
L’impossibilità dei cittadini di scegliersi direttamente i propri rappresentanti; la riduzione del numero dei parlamentari tale da introdurre eccessive e incostituzionali soglie di sbarramento che escludano dalla rappresentanza milioni di cittadini; l’introduzione di forme di democrazia diretta in aperta contrapposizione al Parlamento ( il Premierato ); l’indebolimento delle garanzie costituzionali ed economiche poste a presidio della funzione parlamentare; lo stravolgimento degli equilibri istituzionali attraverso la lesione dei principi di autonomia e indipendenza del potere legislativo, esecutivo e giudiziario; le oscure manipolazioni dell’opinione pubblica rese possibili da piattaforme informatiche prive di qualunque forma di controllo democratico; costituiscono pericoli nei confronti dei quali il nostro Movimento deve reagire con iniziative e proposte concrete sulle quali sviluppare il dialogo, e il confronto.
Altrettanta attenzione deve essere posta al rapporto tra Parlamento e sistema delle autonomie regionali e locali, da un lato e, dall’altro, al ruolo del Parlamento nella prospettiva del processo di costruzione dell’Unità europea.
Lo sviluppo e il rafforzamento delle Autonomie regionali e locali non possono andare a detrimento della coesione e dell’unità nazionale, né possono essere fonte di discriminazione tra i cittadini di diverse Regioni nell’accesso e nell’esercizio di diritti fondamentali.
La crisi della democrazia europea e la crisi della democrazia italiana rendono difficile il rapporto tra le rispettive istituzioni e la reciproca sussidiarietà, che è la condizione per la loro efficienza.
Per questo è necessaria una espansione della democrazia politica oltre i confini dello Stato nazionale, superando il deficit di legittimazione democratica che oggi caratterizza le istituzioni europee.
A causa dei processi di globalizzazione che hanno spostato la ricchezza mondiale verso i gruppi dominanti del lontano Oriente e fatto crescere in Occidente disuguaglianze a danno delle classi lavoratrici e delle classi medie, il nesso tra democrazia e sviluppo economico e sociale si è fortemente indebolito.
Per raggiungere questi scopi dobbiamo avere una forte interlocuzione con gli eletti delle istituzioni regionali e locali, e con le forze economiche, sociali e culturali del Paese.
Per svolgere le funzioni delineate, il nostro Movimento Socialista deve accrescere la sua capacità di comunicazione verso l’esterno, potenziando gli strumenti di cui dispone ( “La Giustizia” e le chat ufficiali) e offrendo, al tempo stesso, all’opinione pubblica progetti e proposte concrete, collegati ai principali temi di attualità.
A questo scopo, alcuni temi su cui impegnarsi:
L’attuazione dell’Articolo 49 della Costituzione sulla disciplina dei partiti politici e del loro finanziamento, affrontando senza reticenze di convenienza o falsi pudori la “vexata quaestio” della distinzione tra costi della politica e costi della democrazia.
Il lavoro per i giovani, l’ aumento dei salari, la lotta alle nuove povertà, la difesa e il miglioramento del Servizio sanitario nazionale per citarne alcuni.
Il rafforzamento della democrazia rappresentativa attraverso la regolamentazione dei nuovi strumenti offerti dalla rete alla partecipazione politica dei cittadini per esaltare le potenzialità e contrastare i pericoli di manipolazione.
La definizione di principi generali e di proposte per una legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliersi i loro rappresentanti.
Una riflessione sul ruolo del Parlamento nella definizione della legislazione europea.
Con un programma di lungo respiro possiamo contribuire a dare vita a una nuova Casa per i socialisti, una Casa che non sarà quella di prima, non sarà un SI, uno SDI o un ex Psi allargato ma sarà un partito dei socialisti democratici, dei cattolici democratici, dei liberali riformisti e dei nuovi repubblicani, moderno e libertario dove una nuova classe dirigente potrà contribuire alla crescita del nostro Paese.
E questo con l’indispensabile contributo di tutti i vecchi compagni che ora debbono avere il coraggio di accettare questa dura ma entusiasmante sfida, contro la destra autoritaria e la sinistra massimalista e conservatrice.
On Giovanni Crema
Da tempo ormai una cultura politica che abbia tuti i crismi di un cambiamento epocale ai populismi, ai massimalismi, al bipolarismo imperante è di difficile attuazione per proporla agli italiani, che salvo alcune frange, non riesce a sfondare. Dare per scontato che riesumare il passato con i suoi partiti è ancora più utopistico. Purtroppo siamo sempre più vicini ai programmi fantastici alle promesse tipo “La qualunque”, ai personalismi che ben si conoscono grazie ai mass media e tv che danno una scorciatoia a chi di politica capisce poco o non vuol capire, ma che molte persone per scorciatoia sono attratti dal presenzialismo dei candidati da scegliere, al di là di ogni base di una politica riformista e liberale. Nenni diceva “piazze piene e urne vuote”. Che fare dunque? Facile domanda e difficile la risposta. Certo che sarebbe utile scendere dai palchetti di propaganda e lavorare vicino alla gente magari in equipe, finire di essere una classe di privilegiati dalla sorte e non dalle capacità e da una visione localistica. Una aggregazione di persone adatte a superare i personalismi o arrivismi che sappiano trovare empatie con le persone per risolvere non solo i problemi di vita attuale, ma avere una visione di futuro senza dimenticare LA POLITICA che sia seria e convincente quale è la social democrazia liberale e riformista come in altri paesi europei.
Fischia il vento e urla la bufera.
Tutto dipende dalla base sociale dalla quale sviluppare una via di impegno per difenderla e per fondare la politica su principi di progresso e solidarietà.