“C’era una volta”, recita l’incipit di non so quante fiabe che a volte si adatta anche alla narrazione di vicende appartenenti alla storia della politica.
E già, “c’era una volta” la Prima Repubblica che, oltre a un casino di cose ben fatte, oltre ad aver portato il paese a essere la V potenza mondiale, oltre ad aver educato una società emancipata ed evoluta ai più alti livelli dei valori umani della libertà, della pace e della solidarietà, aveva anche, ma direi soprattutto, il suo stile, la sua rigida osservanza dell’etichetta e del politically correct.
C’erano regole sacre. Quella di non tradire gli ideali, e non si trattava di non cambiare partito (cosa insueta), ma non si abiurava la propria idea, non si diventava comunista se si era socialista, non si diventava socialista se si era democristiano.
Certo, allora era tutto più facile. C’erano in tutto otto partiti e ognuno con una sua impronta ideologica ben definita per cui era conseguenziale sovrapporre il recinto partitico a quello ideologico.
Oggi, con il caravanserraglio che c’è in giro, dove tutti si definiscono tutto, dove ci sono personaggi politici che nel parlamento europeo costituiscono il gruppo “Conservatori Riformisti” o che vogliono costruire in Forza Italia la “casa dei riformisti” calpestando nella melma storia, filosofia, dottrina politica, e facendo rivoltare nella tomba Turati, Matteotti, Nenni, Saragat e Craxi, è tutto più complicato per restare coerenti ma a maggior ragione è proprio lo “stile” che dovrebbe aiutare a tenere intatta la propria matrice ideologica.
E ancora, proseguendo nella narrazione, allora non si raccontavano fesserie alla gente.
Specie sui risultati elettorali che erano legati ai simboli dei partiti e siccome questi erano chiari tutto era sotto gli occhi di tutti.
E non si mentiva anche perché i numeri sono sempre inoppugnabili.
Ecco, nonostante questa sia storia passata, questo è quello che cerchiamo di fare noi, nella casa Socialista-Liberale.
In Sardegna non c’eravamo, non avevamo fatto a tempo a dare corso all’accordo federativo, stilato con Azione poco prima di Natale, e giammai abbiamo raccontato frottole appropriandoci per esempio del risultato di Azione schierato con Soro.
In Abruzzo c’eravamo, ma siamo stati chiari, scrivendo in maniera ben dettagliata, proprio da queste colonne, in quale lista eravamo schierati, sotto quale simbolo, come fossimo riconoscibili e con quanti e quali candidati e ieri, all’esito dello spoglio, anche se la lista con la quale eravamo schierati ha eletto un consigliere non abbiamo gridato “abbiamo eletto” semplicemente perché non era vero.
Ha eletto la lista nella quale eravamo, alla quale abbiamo dato un valido contributo, ma non spacciandola solo per roba nostra.
Non sembra siano stati altrettanto chiari dalle parti di Via Santa Caterina da Siena.

In un post, sulla pagina ufficiale del PSI, campeggia una foto del suo Segretario Nazionale, all’ombra di quella del segretario regionale, il mio amico Giorgio D’Ambrosio, mentre tengono un comizio a Ortona, in Abruzzo.
A corredo di tale foto la dichiarazione che segue: “In Abruzzo ha vinto il centro destra e noi abbiamo perso. Questo è oggettivo e chiaro. Come è evidente a noi che il recupero del divario tra le coalizioni rispetto a 5 anni fa e l’essere tornati competitivi nelle elezioni regionali ci indica che la strada intrapresa è quella giusta per il centrosinistra. Quanto al nostro partito, per il Psi un ulteriore dato positivo dopo quello della Sardegna, dove abbiamo eletto i nostri consiglieri con l’1,7%: in Abruzzo la nostra lista prende il 2,81%, e, con oltre 16000 voti, non eleggiamo per una manciata di voti. Un ringraziamento forte al segretario regionale Giorgio D’Ambrosio, ai nostri dirigenti e a tutte le candidate e ai candidati per l’impegno e per il risultato ottenuto, che costituisce per noi un solido punto di partenza.”
Roba da non credere. In Abruzzo gli attuali dirigenti del PSI, (dopo che a partire dal Consiglio Nazionale PSI di ottobre 2022, ci hanno criticato per un anno per la nostra posizione a favore del III Polo) fanno un accordo, per le regionali, con Italia Viva (evviva) e oltre al simbolo (messo a bicicletta con quello di Italia Viva) forniscono alcuni nomi per le candidature (magari Maraio specificasse quali e quanti sono – noi l’abbiamo fatto) in una lista, anzi 4 liste una per ogni provincia, composte prevalentemente (in alcuni collegi esclusivamente) da candidati di Italia Viva.
Oggi leggo, “in Abruzzo la nostra lista prende il 2,81%, e, con oltre 16.000 voti,” in un declinare tutto al singolare quasi la lista “Riformisti e Civici”, fosse una lista ufficiale PSI.
Affermazione al singolare che fa il paio con la frase precedente nella quale si dice “in Sardegna abbiamo eletto i nostri consiglieri”. Sic! (in Sardegna, con una lista composta assieme a delle storiche formazioni civiche non mi risulta siano stati eletti iscritti o militanti del PSI. Sarò lieto di essermi sbagliato.)
E a seguire da questi proclami, giù i commenti di compagni che, evidentemente disinformati, si sperticano a rilasciare commenti sull’Abruzzo in una sorta di hit-parade delle spara-cazzate di maniera.
Il tutto ha molto il sapore del leit-motiv di un’intero anno e spiccioli di vita e attivita politica in cui, dalle parti del Pantheon, si sono distribuite fantasie e immaginazioni illuse di essere realtà.
Il thema musicale di un film sulla storia di un partito povero di linea politica, ricco di disperazione personale alla ricerca di un riscatto.
È umanamente comprensibile ma è politicamente sbagliato perché nessun disegno personale ha senso se non è inserito in un più ampio disegno politico.
Disegno che sotto il garofano manca del tutto e non si intravvede neanche con l’aiuto della fantasia.
La fantasia è la carrozza migliore per intraprendere un viaggio a patto che non serva a inventarsi una meta.


1 commento
In queste giornate ho sentito ripetutamente “celebrare” Forza Italia, anche al di fuori delle sue fila, quale partito moderato, affidabile e rassicurante, e convinto europeista, nonché gradualista nel campo delle riforme, e dunque coi tratti distintivi che, se non erro, mi sembravano essere nei propositi del Terzo Polo, allorché ebbe a prendere corpo.
Il risultato ottenuto nel recente voto abruzzese pare altresì comprovare la tenuta di Forza Italia anche senza il suo fondatore, verosimilmente a dirci che la sua impronta ed eredità politica rappresenta tuttora un valore nel quale potersi riconoscere, e al quale guardare con fiducia (pur se bisognerà attendere l’esito di altre e successive urne).
Il condizionale è ovviamente d’obbligo, ma se le elezioni europee avessero a confermare detta tendenza, dando così un segno di coerente saldezza e stabilità, potrebbe casomai succedere che chi aveva guardato con simpatia la nascita del Terzo Polo ritrovi in Forza Italia la formazione politica in grado di corrispondere alle proprie aspettative.
Paolo Bolognesi 12.03.2024