Parliamo di scuola, la Cenerentola della politica italiana, insieme alla Sanità.
Abbiamo intervistato il professor Leonardo Mizzi, docente di ruolo dal 2015 e oggi attivo nelle aule dell‘Istituto Tecnico Tecnologico “Panetti – Pitagora” di Bari. Quello che ci riferisce ha il sapore strano di certi piatti che sarebbero stati ottimi, rispettando la ricetta. Ma così com’è, a nessuno può piacere ‘sta minestra. Andiamoci a fondo:
– Professore, questa autonomia scolastica funziona?
Tutto iniziò con la legge 59/1997 e successivi adeguamenti, meglio nota come riforma Bassanini. Legge che conferì al Governo il potere di riorganizzare il “Servizio Istruzione” attraverso il potenziamento dell’autonomia intestata alle istituzioni scolastiche ed educative. Parliamo di una legge in vigore da 28 anni. Allora vi si opposero soltanto i sindacati. Doveva migliorare la gestione “democratica” della scuola, dicevano, superando e integrando i decreti delegati del ’73 e del ’74. Ne è passata di acqua e di ulteriore normativa sotto i ponti. Tant’è che dal 2000 il capo d’istituto è diventato un vero e proprio dirigente scolastico. Se le parole sono importanti, già definire “dirigente” quello che prima chiamavano “preside” ha il suo bel perché. E le differenze sono pratiche: in passato il preside sceglieva il suo Vice e altre figure tra quelle proposte dal collegio docenti. Ora invece il dirigente scolastico fa tutto da solo, in autonomia. I docenti di sentono sempre più sudditi del dirigente scolastico. E questo sentimento si è acuito con gli altri interventi normativi introdotti dal governo Renzi. Il dirigente scolastico, ad esempio, ha un’area contrattuale separata, con benefici economici ben superiori a quelli dei docenti. Da quest’anno un DS guadagnerà 9000 Euro lordi all’anno in più, circa 400 Euro netti al mese in più. E in tutta l’area dei paesi OCSE quelli italiani sono i dirigenti scolastici meglio pagati.
Vale esattamente il contrario per i docenti italiani: i meno retribuiti dell’intera area OCSE.
Nonostante il ricco curriculum, la responsabilità civile e penale, e il carico di lavoro sempre crescente, i professori italiani sono pagati meno di tutti i colleghi europei, e meno di tutti gli altri laureati italiani.
Ancora meno guadagnano i soggetti inquadrati nel personale ATA: circa 5000€ in meno rispetto agli occupati con pari mansioni in altre aree (non strettamente scolastiche).
– E finora la politica cosa ha fatto?
Tutti i ministri e i governi che abbiamo avuto finora hanno deciso, già da trent’anni fa, che la scuola non dovesse contare granché. Siamo un diplomificio. Perfino i DS sono controllati dai direttori amministrativi del ministero, che potrebbero sanzionarli (anche se finora mai nessuno è stato sanzionato). Dal 1997 l’autonomia scolastica è solo autonomia dei decreti delegati, con unica supervisione da parte del DS.
L’imperativo categorico è uno solo: bisogna accaparrarsi quanti più iscritti possibili, per avere più FIS (Fondo Integrativo d’Istruzione) che costituisce l’insieme di risorse finanziarie che arrivano alla scuola per retribuire attività aggiuntive, e riguarda sia docenti che personale ATA. Quindi più iscrizioni, più fondi per la scuola. Ne consegue che l’alunno è un cliente. Se non lo promuovi, se non lo tratti bene, il cliente cambia scuola e la scuola ottiene meno fondi. Alla luce dei fatti, quindi, si è tolta ogni autonomia alla scuola. Oggi non può più accadere che si parta con 32 alunni iscritti in terza superiore di un Istituto Tecnico Tecnologico, come quello dove oggi insegno e dove sono stato anche alunno fino al 1981, e si arrivi in 16 al diploma: è praticamente impossibile.
– La differenza tra pubblico e privato si sente?
Per chi insegna nel privato e poi transita di ruolo nel pubblico è uno choc: nel privato si cresce professionalmente, l’ambiente è stimolante e si è gratificati. Nel pubblico ho invece rilevato, appena nominato “in ruolo”, quindi con contratto a tempo indeterminato, una totale sensazione di appiattimento. Se vuoi guadagnare qualcosa di più devi proporti per altri ruoli amministrativi o tecnici, con compensi che sono poi tassati in maniera pesante. Se un docente entra nello Staff operativo del dirigente scolastico, ha ancora qualcosa in più.
Ma lo stress che ci si accolla non è sostenuto né ricompensato da quei pochi euro super tassati che ci si ritrova a fine anno.
– In tutto ciò, i sindacati vi supportano e tutelano realmente?
La storia dei sindacati è lunga. Tutti i docenti sono iscritti a qualche sindacato. Più che altro è una sorta di consulenza retribuita che l’iscritto si garantisce con un obolo mensile, che tanto economico non è. Quando si chiede al sindacato di essere riconosciuto per le proprie competenze, lauree, master, corsi di aggiornamento, facendo notare che siamo pagati troppo poco, i sindacati rispondono che come categoria non possiamo fare scioperi seri perché siamo equiparati al settore del pubblico impiego in toto.
Anche noi docenti siamo contrari agli scioperi di venerdì 4 ore, che sembrano fatti solo per allungarsi il weekend. L’ultima cosa che hanno ottenuto i sindacati sono stati aumenti, nell’ultimo contratto firmato, di circa 50€ lordi per i docenti. Consideriamo che quando si parla di “ultimo contratto firmato” ci riferiamo a quello del 18 gennaio 2024, quando è stato siglato il rinnovo del CCNL scuola 2019-2021, un contratto scaduto il 31 dicembre 2021 e che comunque è stato definito ben oltre due anni oltre la sua effettiva scadenza. La mia impressione è di una quasi totale “inutilità” dei sindacati, almeno nella scuola.
Quelli che, nelle organizzazioni sindacali rappresentative, ricoprono cariche previste dallo Statuto hanno diritto al distacco sindacale (o aspettativa retribuita), nei limiti del contingente complessivo spettante alla propria organizzazione sindacale: si tratta di agevolazioni rilevanti, che consentono loro di lavorare meno a scuola, se sono già docenti. Perché avere incarichi sindacali gli permette di trascorrere parecchie ore in meno a insegnare. L’ultimo sciopero serio è stato quello del 2015 contro il governo e la legge Renzi. Risultato: entrarono nella scuola migliaia di nuovi insegnanti. E basta.
Molti docenti sono favorevoli allo sciopero ad oltranza, come fanno i francesi. Ma a quanto pare non possiamo farlo.
Nel corpo docenti c’è una critica spietata al sindacato della scuola: siamo servizio pubblico? E basta questo a convincerci che dobbiamo vivere piegati?
– Almeno le modalità per diventare docenti sono migliorate?
Per diventare insegnanti di scuole superiori adesso bisogna avere una laurea qualunque, e un’abilitazione che costa circa 2000 euro. Una manna per i centri che erogano questi titoli, soprattutto le stesse università. Poi fai il concorso, e aspetti la chiamata. Intanto puoi fare supplenze, se sei almeno tra gli idonei. Graduatoria che scade dopo due anni, e quindi deve rifare tutto. Che senso ha?
– E per quanto riguarda il rapporto scuola-famiglie, lei pensa che i genitori sostengano gli insegnanti?
I genitori non sempre remano a favore degli insegnanti. E non solo per quanto riguarda il sempre minor rispetto che portano verso l’istituzione dell’insegnamento. Basta proporre un piano studi dove il sabato non si va a scuola e il numero degli iscritti aumenta sensibilmente. C’è da dire però che oggi finalmente aumentano gli iscritti agli istituti tecnici perché i ragazzi, eventualmente, dopo due anni di specializzazione negli ITS (molto sponsorizzati sia dalle industrie che dal governo Draghi) ottengono un posto fisso nelle aziende che richiedono operatori, appunto, tecnici. Questo le famiglie lo hanno capito bene.
– Allora niente più guerra intestina tra chi insegna nei licei e chi insegna negli istituti tecnici?
Non possiamo farci la guerra tra poveri. Anche perché è evidente che la discrepanza tra licei e istituti tecnici crescerà nel tempo. Un diplomato liceale dovrà per forza fare l’università. Un diplomato tecnico ha invece molta più garanzia di iniziare a lavorare prima. Inoltre, se il trend sociale e demografico continua così, la disponibilità economica delle famiglie sarà sempre più ridotta: sostenere un figlio all’università sarà sempre più gravoso, a parità di ricchezza nei nuclei familiari. Anche gli stessi genitori hanno capito che avere un figlio al liceo non può più essere uno status symbol. E questo lo stanno comprendendo anche i docenti, che se prima si dividevano una torta golosa della quale le fette migliori erano quelle marchiate “Liceo”, oggi non hanno più le basi per sostenerlo ancora.
– Cosa deve offrire un buon insegnante oggi, ai suoi studenti?
Noi sappiamo cosa la società lavorativa chiede a questi ragazzi. Ce ne accorgiamo quando accompagniamo le classi terminali (le quinte dei diplomandi) agli incontri di orientamento con le aziende. Queste sempre più chiedono una preparazione trasversale: una buona base di inglese, una solida capacità informatica e una concreta abilità personale pratica (saper parlare, saper collaborare e lavorare in team, e saper fare).
È questo che dobbiamo dare ai nostri ragazzi. E per farlo, nelle condizioni odierne, dobbiamo essere rivalutati e rimotivati sotto tutti i punti di vista, da quello economico a quello della crescita professionale.
C’è bisogno di un maggior riconoscimento del ruolo sociale della figura dell’insegnante, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria superiore, per contribuire davvero con il nostro lavoro, sempre più, alla crescita reale del paese futuro.

