Sembra incredibile, ma la spesa pubblica per l’istruzione in Italia raggiunse picchi fino al 19% del PIL. Negli Anni 60.
Quello che negli Anni 30 si chiamava Ministero dell’educazione nazionale, poi diventato “della pubblica istruzione” nella seconda metà degli Anni 40, è attualmente noto come Ministero dell’istruzione e del merito, ma davvero non si capisce perché.
Dalle ricerche effettuate, assorbiva fino all’8,6% negli Anni 20 e ottenne addirittura il 19,8% negli Anni 60. Dal 2000 il Ministero assorbe circa il 12% della spesa corrente dello Stato, con alti e bassi. Fino al delirio attuale.
La storia è maestra, e sul tema và di certo ascoltata.
Il fascismo, che nei suoi censimenti elimina le domande sulle capacità di lettura e scrittura dei cittadini, lasciò un’Italia con oltre il 59% di persone prive della licenza elementare. Il tema dell’istruzione si affermò già nella Costituente, dove i relatori degli articoli 33 e 34 della nostra Carta furono due figure del calibro di Concetto Marchesi, che pochi anni prima aveva invitato gli studenti dell’Università di Padova all’insurrezione contro il nazi-fascismo, e Aldo Moro.
In quegli anni Piero Calamandrei immaginava la scuola come organo costituzionale, affermando che «non si ha vera democrazia là dove l’accesso all’istruzione non è garantito in misura pari a tutti». E alla scuola Calamandrei dedicò molte riflessioni e discorsi, oggi riuniti nel saggio “Per la scuola“, edito da Sellerio. Grazie all’impegno dei socialisti nacquero molte esperienze sul campo che promuovevano l’accesso dei meno abbienti all’università.
E oggi? Vale ancora la pena imbracciare i libri per un futuro migliore? Partiamo dai dati.
La percentuale della spesa pubblica per l’istruzione è calata all’attuale 7,9%. Secondo Eurostat, nel 2017 l’Italia ha speso il 3,8% del suo Pil per l’istruzione, contro una media europea del 4,6%. Peggio di noi facevano solo Bulgaria, Irlanda e Romania. E i risultati si vedono. Allora eravamo quartultimi in Europa per investimenti nell’istruzione in rapporto al PIL. Come se non bastasse, con la legge di bilancio del 2019 il governo varo’ tagli per 4 miliardi nel successivo triennio.
Dai 60 miliardi di euro stanziati per la scuola nel 2020, negli anni successivi si è scesi a 58,7 del 2021 e a 56,6 del 2022. Nella finanziaria 2019-2021 si stabilì una decurtazione annuale di oltre due miliardi di euro. E così fu.
La capacità di un paese di offrire ai suoi cittadini un buon apparato educativo è un elemento fondamentale per la salute tanto della propria economia che della propria democrazia. Molto di tutto ciò passa per la questione degli investimenti: difficilmente un sistema pubblico scarsamente finanziato riuscirà a mantenere alti livelli di efficienza.
Và detto che a partire dalla crisi economia internazionale del 2008 quasi tutti gli Stati europei hanno visto calare progressivamente la percentuale del PIL destinata al settore educativo, e l’Italia ha seguito questo trend negativo. E lo ha fatto in modo peggiore rispetto agli altri membri UE.
Che l’Italia abbia subito gli effetti della recessione più di altri Stati non è una novità, ma che il governo di turno decida di far pagare le conseguenze della crisi in maniera così decisa al sistema educativo statale non è altrettanto scontato.
La Grecia, il paese più gravemente colpito dalla recessione di allora, ridusse i finanziamenti all’istruzione di soli 0,2 punti percentuali tra il 2009 e il 2017, registrando addirittura un aumento tra il 2009 e il 2013. Quindi, dati alla mano, la scelta è solo puramente politica.
Anche se alcuni governi (Bulgaria, Romania) hanno tagliato di più rispetto all’Italia, il nostro rimane uno dei paesi europei che punta meno sul sistema educativo. E anche quando la spesa italiana era più consistente, nel 2009, solo 5 paesi investivano sull’istruzione meno di noi.
Nonostante la ripresa economica, del resto, la spesa assoluta sostenuta dalle istituzioni italiane comunque non ha subito grandi variazioni dal 2011 in poi. Dopo tre anni di recessione nel periodo 2011-2013 il PIL italiano è tornato a crescere ma il rapporto spesa per educazione-PIL ha continuato a diminuire. Riassumiamo:
- dal 2000 al 2008 la spesa in istruzione cresce costantemente, raggiungendo un picco nel 2009 – questo periodo coincide con un’epoca di crescita economica e di relativa stabilità politica;
- dal 2009 al 2014 la spesa in istruzione crolla drasticamente, con una leggera ripresa nel 2015 – era il periodo della grande crisi finanziaria globale e dell’instabilità politica che caratterizzò l’Italia in quegli anni;
- dal 2016 al 2022 la spesa in istruzione si stabilizza su un livello inferiore a quello pre-crisi, con una leggera crescita nel 2022, e il crollo che viviamo oggi.
Il declino della spesa in istruzione in Italia è avvenuto in modo più repentino rispetto ai cambiamenti demografici. Che significa? Gli investimenti nell’istruzione sono calati di un buon 14%, in rapporto alla ricchezza pro-capite, ma la popolazione degli studenti si è contratta solo del solo 2,3%: ciò dimostra che i minori soldi investiti non sono giustificati dal calo delle nascite e del numero degli iscritti.
Questo favorisce sia il fenomeno dei cervelli in fuga sia l’abbandono scolastico, specie a Sud. Ogni anno circa 30.000 laureati hanno difficoltà a passare dal mondo dell’istruzione a quello del lavoro: ciò provoca non solo una fuga all’estero, ma anche un buco di oltre 3,5 miliardi annuo allo Stato italiano.
Per ogni cervello in fuga, il sistema italiano perde complessivamente circa 138.000 euro di quanto speso nella formazione.
E, crisi economiche a parte, dalla scuola primaria a quella universitaria l’Italia non ha mai vantato un buon primato nel panorama dell’Unione Europea. La sua spesa per l’istruzione rimane tutt’oggi tra le più basse, sia in rapporto alla spesa pubblica totale sia in proporzione alla ricchezza locale.
Se poi confrontiamo gli investimenti in rapporto al pil, anche questo indicatore conferma la scarsa attenzione del sistema Italia alla crescita culturale del paese (Italia: 4%, UE: 4,7%), ora come venti anni fa.
L’Italia nel 2020 spendeva circa 8.514 euro per studente, a fronte di un investimento medio delle grandi nazioni europee di quasi 10.000 euro a studente. In Europa siamo davanti solo alla Romania per numero di laureati.
Morale: spendiamo poco nella crescita culturale e occupazionale del Paese, lasciando che la povertà educativa prevalga e che le disuguaglianze sociali non frenino la crescita dell’abbandono scolastico.
Il taglio delle risorse ha avuto un impatto negativo anche sulla qualità dell’istruzione italiana. Le classi sono più numerose, i docenti sottopagati e le infrastrutture scolastiche obsolete.
L’Italia è sempre più scesa in classifica nei confronti degli altri paesi OCSE. Il nostro sistema scolastico non è più in grado di competere con quelli dei paesi più avanzati.
Le disuguaglianze educative sono aumentate. I figli delle famiglie più abbienti hanno accesso a un’istruzione migliore rispetto ai figli delle famiglie più povere.
Solo da noi, inoltre, la spesa per studente diminuisce all’aumentare del livello di istruzione, diversamente da quanto accade in altri Paesi. Assurdo.
Poche settimane fa il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha detto:
“l’Italia è l’unico paese dell’area dell’euro in cui la spesa pubblica per interessi sul debito è pressoché equivalente a quella per l’istruzione”.
L’allarme del banchiere centrale trova una chiara raffigurazione in due dati: la spesa per l’istruzione nel 2022 è stata di circa 79 miliardi di euro, mentre la spesa per interessi passivi delle pubbliche amministrazioni (sempre nel 2022) è stata di 82,9 miliardi di euro.
Oggi la spesa annua per studente è di 8.200 euro. Trecento euro in meno rispetto a 5 anni fa.
Dati più aggiornati non ne abbiamo, ma c’è da scommettere che il “merito” tanto voluto dall’attuale governo non si sia affatto tradotto in “denaro”.
PS: se qualcuno volesse approfondire consultando la banca dati del MIM può farlo dal sito web istituzionale del Ministero. Attenzione però, i link agli Open Data si aprono sul nulla. Appunto.

