Per alcuni è il Grande Romanzo Americano, quello inseguito da Hemingway per tutta la vita. Per altri è una pietra miliare della letteratura mondiale. Per altri ancora è un potente manifesto comunista, e molto pericoloso.
Per me è stato un viaggio nella disperazione. Sfogli le pagine e ti ritrovi sporco, affamato, arrabbiato. La potenza della scrittura è, qui, ai suoi massimi livelli: del resto, è l’opera che ha valso prima il Pulitzer e poi il Nobel per la letteratura a John Steinbeck. Il perché lo si capisce fin dai primi capitoli. Ti si attacca alla pelle come un’ustione, e ti poni delle domande che vorresti (oh, quanto vorresti) che si facessero anche i governanti.
Perché la fame, la povertà e l’ingiustizia subite dalla famiglia Joad negli Anni ’30, (questo gruppo di persone che rappresenta in fondo l’intera umanità) nel suo viaggio dall’Oklahoma alla California, sono le stesse subìte dagli indigenti ancora oggi in tutto il mondo. Un romanzo che si sviluppa lungo le strade polverose della mitica Route 66, che di poetico qui non ha un bel niente. Un’odissea moderna, che diventa contemporanea se traslata sui barconi del Mediterraneo, quelli che arrivano ogni giorno sulle coste europee. Se, arrivano.
“The Grapes of wrath“: questo il titolo originale della prima edizione, pubblicata nel 1939. I grappoli dell’ira, potente rievocazione che già contiene tutto il senso dell’opera. Versetti presi da un passo dell’Apocalisse, già resi celebri dalla poetessa Julia Howe nel suo famoso The Battle Hymn of The Republic (1862, guerra civile americana).
Felice la traduzione italiana in Furore, scelta da Carlo Coardi e coraggiosamente data alle stampe da Valentino Bompiani nel 1940, in piena era fascista. Cosa che in effetti gli valse l’immancabile levata di scudi da parte del MinCulPop. Parimenti coraggiosa la coeva scelta di John Ford: fu lui, sempre nel ’40 a farne una pellicola cinematografica che ottenne ben 7 nomination all’Oscar, vincendone due (uno, ovviamente, per la miglior regia). Ma qui non voglio rievocare le felici vicende patinate del romanzo o del suo autore, perché sono i temi umani e politici trattati a meritare tutta l’attenzione possibile. Soprattutto adesso.
“Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo” scrive Steinbeck. E certo che poi lo accusano di comunismo, i miopi. Quando, invece, il suo è un assunto categorico cui dobbiamo tutti i passaggi fondamentali dell’evoluzione umana. Che, per opposizione, evidentemente oggi si è bloccata. E altri passaggi, nel suo romanzo, fanno paura perché scuotono i neuroni (di chi ne ha). Come l’affermazione dal sapore rivoluzionario: “Le leggi cambiano, ma le cose giuste restano uguali. Ognuno ha il diritto di fare quello ch’è giusto“. Ma c’è da chiedersi: parole rivoluzionarie, o semplicemente umane?
Un romanzo che è un costante richiamo ai pilastri morali della responsabilità condivisa: “Come facciamo a vivere senza le nostre vite? Come sapremo di essere noi senza il nostro passato?“. Chissà se ogni tanto se lo chiedono anche al Palazzo di Vetro, o anche solo a Montecitorio. E perché non leggere Furore nelle ultime classi della formazione dell’obbligo? Perché i nostri ragazzi è meglio che imparino ad essere gregge muto piuttosto che soggetti pensanti? Perché altrimenti gli sbarchi a Lampedusa sarebbero accolti a braccia aperte invece che a mitra spianati?
A proposito: “Ti odiano perché si spaventano. Sanno che quando uno ha fame, la roba da mangiare se la piglia a tutti costi. Sanno che lasciare quella terra incolta è una bestemmia e che qualcuno finirà per pigliarsela“. Quanta contemporaneità in queste parole. Eppure allora era il 1939. Oggi è il 2024, e nulla è cambiato. Vero, Salvini? Cambia solo chi cavalca la tigre della paura, chi trasforma le cabine elettorali in strumento di repulsione verso l’Altro, il povero, il disperato, dimenticando che decenni fa i nostri stessi antenati lo sono stati.
E molti altri sono i temi trattati in Furore, recinto immaginifico basato sulla vera storia dei migranti americani contadini dell’Ovest che, rimasti senza campi da coltivare a causa di una forte siccità, dovettero attraversare gli Stati Uniti fino alla California, ideale Terra Promessa e risoluzione alla propria miseria. Una soluzione che si rivelò ulteriore condanna. La storia si ripete, insomma. In altre epoche e in altri continenti. Ma il senso di smarrimento dell’umanità di fronte al capitalismo cannibale rimane intatto: “Gli uomini mangiavano ciò che non avevano coltivato, non avevano legami con il loro pane. La terra partoriva sotto il ferro, e sotto il ferro a poco a poco moriva, perché non era stata amata né odiata, non aveva attratto preghiere né maledizioni“, osserva Steinbeck. Come contraddirlo?
Altro tema profondo, tanto delicato quanto urticante (ora come allora), è quello che si traduce in un elogio viscerale alle Donne: alla loro forza, alla loro tempra, alla loro capacità innata di portare avanti – sulle proprie spalle e nelle loro braccia – intere Storie familiari. “Per l’uomo la vita è fatta a salti: se nasce tuo figlio e muore tuo padre, per l’uomo è un salto; se ti compri la terra e ti perdi la terra, per l’uomo è un salto. Per la donna invece è tutto come un fiume, (…) l’acqua continua a scorrere, va sempre dritta per la sua strada. La donna sa che invece la Storia fluisce come l’acqua, senza salti, e tutto avanza“.
E l’amore che Steinbeck ha per le Donne si concretizza nell’epilogo di Furore, in un momento inenarrabile di cui lascio a voi la curiosità, se non il dovere morale, di andare a vedere cos’è. Ne vale davvero la pena.

