Vannacci, il Colosseo e la politica trasformata in pantomima imperiale.
C’è un momento, nella vita pubblica di un Paese, in cui il confine tra propaganda, narcisismo e caricatura smette di essere sottile e diventa semplicemente inesistente. Questa volta tocca a Roberto Vannacci, vestito da imperatore romano.
La scena è nel Colosseo quando decide di mettere in atto la condanna a morte dei suoi avversari politici, come se il dibattito democratico fosse un’arena e la pluralità delle idee un difetto di sceneggiatura.
Il risultato non è forza, non è ironia, non è nemmeno provocazione intelligente: è una grottesca recita del potere, in cui il simbolo della leadership si traveste da farsa e la farsa pretende di passare per messaggio politico.
Nel video, che porta all’estremo l’estetica dell’onnipotenza, Vannacci non si limita a insultare gli avversari: li processa, li condanna, li espone alla morte simbolica con la complicità di un immaginario che mescola Roma antica, arena, pollice verso e una comicità da impero di cartapesta. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini diventano bersagli di una scenografia digitale che non ha nulla di satirico e molto di rivelatore.
Perché quando la politica ricorre alla rappresentazione dell’eliminazione dell’avversario, il problema non è più il cattivo gusto: è la concezione stessa del confronto democratico.
La cosa, in sé, sarebbe quasi banale se non fosse così istruttiva. Da anni una certa destra politica vive di un culto muscolare della comunicazione, dove l’eccesso sostituisce l’argomento e la provocazione viene confusa con il consenso. Ma qui si fa un passo ulteriore: non si inscena soltanto la superiorità dell’avversario, si inscena la sua soppressione. E lo si fa con la pompa di un imperatore da videogame con il diritto di decidere chi merita di restare in campo e chi no. Un’idea che fa sorridere, finché non ci si accorge che il riso è quello amaro di chi vede degradare la discussione pubblica in un carnevale autoritario.
Vannacci, naturalmente, potrà sempre invocare la satira, l’iperbole, la libertà espressiva, perfino la leggerezza. Ma la satira, quando è tale, colpisce il potere; non ne imita i riti più brutali. L’iperbole, quando funziona, svela l’assurdo; non lo abbraccia come forma mentis. Qui, invece, l’assurdo è la sostanza stessa del messaggio: l’avversario non è confutato, è sacrificato; non è contestato, è eliminato; non è ridicolizzato, è consegnato a una liturgia di morte che il linguaggio visivo rende quasi festosa. Ed è proprio questa allegria del disprezzo a rendere il tutto più inquietante che comico.
C’è poi un dettaglio che merita attenzione: il video non appare come un incidente, ma come una precisa grammatica politica. È la grammatica di chi ha capito che l’indignazione produce visibilità e che la visibilità, oggi, vale più della coerenza. In questo senso l’operazione è perfetta: chi guarda si scandalizza, chi approva si galvanizza, e chi la subisce viene trascinato in una sceneggiatura scritta per dividere, non per convincere. La politica, ridotta a format, diventa così una gara a chi riesce a sembrare più invulnerabile, più aggressivo, più impermeabile alla decenza.
Eppure la questione non riguarda solo Vannacci. Riguarda il livello generale di assuefazione che si è creato attorno ai linguaggi della sopraffazione. Oggi basta un effetto speciale per far passare un messaggio indecente come una goliardata; basta una cornice storica per mascherare la brutalità del contenuto; basta un po’ di ironia apparente per chiedere al pubblico di non prendere sul serio ciò che, invece, va preso molto sul serio. Perché quando si scherza con la morte politica dell’avversario, il passo successivo è sempre quello di considerare l’avversario non più come interlocutore, ma come nemico assoluto.
Ed è qui che il video mostra il suo vero volto: non quello dell’imperatore, ma quello del dilettante del potere. Un dilettante che scambia l’alzata di voce per autorità, il costume per autorevolezza, il pollice verso per leadership. Il problema, allora, non è soltanto l’ennesima uscita sopra le righe. Il problema è che questo tipo di rappresentazione impoverisce il linguaggio democratico fino a renderlo irriconoscibile. Se la politica si fa arena, alla fine non resta più nulla da governare: solo spettatori, gladiatori di plastica e un pubblico chiamato ad applaudire la decadenza.


2 commenti
Vannacci vestito da imperatore romano è già, da solo, un programma politico: molta stoffa, pochissima sostanza.
Vorrebbe sembrare Cesare, ma ricorda piuttosto il figurante rimasto sul set dopo la fine delle riprese.
Nel Colosseo digitale alza il pollice verso contro gli avversari, perché confutarli richiederebbe argomenti.
La forza che ostenta è quella tipica di chi scambia il costume per l’autorevolezza e il rumore per il consenso.
Più che Marco Aurelio, sembra Caligola dopo un corso accelerato di comunicazione sui social.
Condanna tutti, elimina tutti, domina tutti: naturalmente soltanto dentro un video.
Nella realtà resta un politico che usa Roma antica come altri usano i filtri per sembrare migliori.
Il suo impero dura quanto un reel, la sua corona quanto l’attenzione dell’algoritmo.
Alla fine, nell’arena, l’unico davvero sconfitto è il buon gusto.
Roma non è caduta per colpa sua, ma vedendolo così conciato potrebbe perfino pentirsi di essere esistita.
Per me non è questione di “buongusto”: mi ha ricordato l’assassinio di Matteotti.