di Vicky Amendolia
Un uomo massacra l’ex compagna e il giudice lo “comprende”. Non è giustizia, è barbarie con il timbro dello Stato: dal caso di Lucia Regna ad altre sentenze “incomprensibili”, un filo rosso di pregiudizi sessisti e culturali che umiliano le vittime e legittimano i carnefici. È tempo che CSM e Parlamento intervengano.
C’è una differenza enorme tra comprendere il dolore umano e legittimare la barbarie. Eppure, leggendo la sentenza che ha assolto quasi completamente l’uomo che ha massacrato Lucia Regna, sembra che un giudice abbia scambiato la toga con la mise dello psicologo da quattro soldi, pronto a “capire” il povero maschio ferito nell’onore. L’uomo le ha frantumato il volto, accecato un occhio, insultata e pestata per sette minuti con la furia di un animale, eppure il Tribunale lo manda a casa: un anno e mezzo, pena sospesa. La motivazione è da manuale dell’orrore giuridico: “Va compreso, lei distrusse il matrimonio”. Dunque, se una donna decide di lasciare, magari perfino di tradire, di ricostruirsi una vita, diventa corresponsabile del pestaggio subito. Una sentenza che non è solo un insulto al diritto: è un manifesto di barbarie. Confesso che se fossi nei panni della compagna o moglie di questo giudice (ammesso che ne abbia una) qualche riflessione della durata di due secondi me la farei e mi darei alla fuga a gambe levate.
Dal punto di vista psicologico, un simile ragionamento denota non solo un deficit professionale, ma un atteggiamento che potremmo definire “proiettivamente identificatorio”: il giudice sembra riconoscersi più nell’aggressore che nella vittima. Una forma di distorsione empatica selettiva, che gli studiosi di psicologia giuridica hanno descritto come tipica di chi interiorizza inconsciamente stereotipi patriarcali. Non è un dettaglio: è la spia di una cultura maschilista interiorizzata che porta un magistrato a considerare la violenza come “umana” e la libertà femminile come “provocazione”. È il sintomo di un’autorità che abdica al suo ruolo e scambia la neutralità per giustificazione del più forte.
Il nostro codice penale parla di attenuanti, non di indulgenza culturale. L’attenuante serve a modulare, non a giustificare. Ma quando un giudice usa la parola “comprendere” davanti a un uomo che massacra senza pietà, sta di fatto dichiarando che esistono situazioni in cui la violenza può essere socialmente accettabile. È un’operazione che sovverte i principi stessi della Costituzione: non più responsabilità individuale, ma empatia selettiva per il carnefice. Non più vittima da tutelare, ma vittima da processare moralmente.
E non si tratta di un caso isolato, bensì di una cultura giuridica che spesso produce mostri. Ricordiamo qualche esempio: a Perugia una ragazza fu definita “troppo poco avvenente” per essere credibile come vittima di stupro. A Genova, una Corte arrivò a sostenere che se una donna resta passiva per venti secondi durante un’aggressione sessuale, quella passività equivale a consenso. Ad Ancona due imputati furono assolti perché la ragazza peruviana che li accusava era “mascolina” e quindi, secondo i giudici, difficilmente oggetto di desiderio. A Torino, nel celebre caso dei jeans, si scrisse nero su bianco che non si poteva trattare di stupro perché i pantaloni erano troppo stretti per essere tolti contro la volontà della donna. Sentenze, purtroppo, per nulla isolate, poi annullate, certo, ma che intanto hanno inciso il veleno culturale nel corpo vivo della giustizia italiana.
E ancora: ci sono stati processi in cui si è tentato di invocare la cosiddetta “scriminante culturale” per imputati extracomunitari, come se bastasse provenire da un Paese dove la donna è merce per giustificare lo stupro in Italia. La Cassazione – sentenza 29613/2018 – ha dovuto ribadire l’ovvio: le leggi italiane valgono per tutti. Ma che sia stato necessario chiarirlo fa rabbrividire. Perché il solo fatto che difensori e giudici abbiano potuto concepire un simile argomento dimostra quanto sia profondo l’inquinamento culturale che affligge la giustizia.
Il punto è che così facendo non si giudicano i fatti: si giudica la vita privata delle vittime. Si indaga se era traditrice, se era “avvenente”, se era “passiva”, se l’imputato apparteneva a una diversa cultura, se la vittima “se l’andava a cercare”. E si sposta l’attenzione dal carnefice al contesto, come se ridurre in fin di vita, spaccare ossa, violentare, umiliare potesse diventare un atto “umanamente comprensibile”. È la giustizia del pregiudizio, non del diritto.
Le conseguenze sociali sono devastanti. Differenza Donna ha ricordato più volte che sentenze come queste hanno un effetto immediato: scoraggiano le denunce, perché ogni donna sa che oltre al trauma dovrà affrontare il rischio di essere umiliata in aula e, perfino, derisa. Telefono Rosa parla apertamente di un “effetto emulativo”: se il messaggio che passa è che un uomo ferito nell’orgoglio può essere compreso, allora altri uomini frustrati si sentiranno legittimati a sfogare la propria rabbia. Amnesty International Italia ha denunciato l’uso sistemico di stereotipi sessisti nelle aule giudiziarie come una violazione dei diritti umani fondamentali, invitando lo Stato a formare i magistrati su genere e diritti.
Anche la dottrina si è espressa. La professoressa Tamar Pitch, giurista e criminologa, scrive che “il diritto penale non è mai neutro: riflette i pregiudizi di chi lo applica”. Stefano Rodotà ammoniva già vent’anni fa: “Il diritto, se non presidia la dignità, diventa strumento di oppressione”. E la Cassazione stessa, con più di una pronuncia, ha richiamato i giudici a un uso rigoroso del principio di eguaglianza, stigmatizzando motivazioni “intrise di stereotipi e pregiudizi sessisti”.
La Costituzione non lascia margini: l’articolo 3 proclama la pari dignità sociale di tutti; l’articolo 27 stabilisce la responsabilità penale personale e vieta trattamenti contrari al senso di umanità. Eppure, quando un giudice preferisce “comprendere” un uomo che massacra la sua compagna invece di condannarlo severamente, tradisce non solo la donna, ma lo Stato stesso. Tradisce la democrazia, perché consegna alla società un messaggio chiaro: la violenza, in certi casi, si può capire.
Per questo occorre un’azione immediata. Il Consiglio Superiore della Magistratura non può più limitarsi a fare finta di nulla: servono ispezioni, richiami, sanzioni per i giudici che nelle loro motivazioni usano stereotipi sessisti o giustificazioni culturali aberranti. Allo stesso modo, il legislatore deve intervenire con una norma chiara: chi emette sentenze fondate su pregiudizi discriminatori o su giustificazioni che ribaltano il ruolo di vittima e carnefice deve risponderne davanti al CSM e, nei casi più gravi, essere rimosso dall’incarico. Perché la giustizia non è una palestra per sociologi improvvisati o moralisti patriarcali, ma il luogo dove lo Stato si fa garante dei diritti.
Se non ci sarà una presa di posizione netta, ogni donna che entrerà in un’aula di tribunale continuerà a chiedersi non se avrà giustizia, ma se sarà condannata una seconda volta, questa volta dal giudice. E allora sì, l’Italia avrà già perso.

