di Vicky Amendolia (Socialdemocrazia SD) e Letterio Grasso (Azione)
L’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato, con voto segreto e contro il parere del Governo regionale, un ordine del giorno che invita la Regione a chiedere la riprogrammazione di 1,3 miliardi di euro del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2021-2027, previsti come cofinanziamento regionale del Ponte sullo Stretto, per fronteggiare i danni causati dal ciclone Harry e dalla frana di Niscemi.
Letta in superficie, la notizia potrebbe sembrare un atto di responsabilità: la politica che, finalmente, si occupa delle emergenze reali. Ma, come accade sempre più spesso – non solo in Sicilia – dietro la narrazione emotiva si cela una realtà normativa e finanziaria ben più complessa, che rende questo voto più vicino al teatro politico che alla gestione concreta di un’emergenza.
Il teatro dell’“apparente possibile”
Occorre essere chiari: le risorse FSC 2021-2027 non sono esclusivamente “nazionali”, ma in parte regionalizzate e assegnate alla Sicilia nell’ambito dell’Accordo per la Coesione Stato-Regione.
Ed è proprio qui che nasce l’equivoco – alimentato consapevolmente – su cui si regge l’intera operazione politica.
La Regione non può disporre unilateralmente di quelle risorse, ma può chiedere una riprogrammazione, che tuttavia:
-. non è automatica,
-. non è immediata,
-. non dipende da un voto dell’ARS,
richiede un’intesa formale con lo Stato e una nuova delibera del CIPESS, oltre alla modifica dell’Accordo per la Coesione e dei relativi cronoprogrammi.
Chi ha promosso l’ordine del giorno conosce perfettamente questo meccanismo. Sa che la riprogrammazione è giuridicamente possibile solo in astratto, ma politicamente e procedimentalmente lunga, incerta e complessa, incompatibile con la gestione di un’emergenza che richiede risposte immediate.
Eppure lo spettacolo funziona: il cittadino medio non è tenuto a conoscere il d.lgs. n. 88/2011, la legge n. 196/2009, le delibere CIPESS o la struttura degli Accordi di coesione. Così il voto simbolico diventa titolo di giornale, il fumo prende il posto dell’arrosto e i venditori di illusioni vengono applauditi come salvatori.
Norme, contabilità e realtà (che non fanno audience)
Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione è uno strumento di programmazione pluriennale, sottoposto a regole stringenti di monitoraggio, rendicontazione e copertura finanziaria.
La legge n. 196/2009 impone il rispetto degli equilibri di finanza pubblica; le risorse FSC incidono sui saldi complessivi dello Stato e non possono essere spostate con un atto politico privo di effetti giuridici.
Nel caso specifico, i fondi destinati al Ponte sono già inseriti in cronoprogrammi, atti di programmazione e – in parte – obbligazioni giuridiche. Qualsiasi modifica richiederebbe:
revisione dell’Accordo Stato-Regione,
nuova delibera CIPESS,
verifiche della Ragioneria generale dello Stato,
aggiornamento dei sistemi di monitoraggio.
Un percorso lungo e tecnicamente delicato, che rende illusorio presentare quella riprogrammazione come risposta all’emergenza.
Il finale è scontato: quando la procedura si arena – perché non può che farlo – il “no” verrà raccontato come l’ennesima prova di insensibilità di Roma verso la Sicilia. Un copione già visto, con i “buoni” in Aula e i “cattivi” a Palazzo Chigi.
Le emergenze vere hanno strumenti veri
Ed è qui che emerge il vero paradosso.
Per affrontare eventi come il ciclone Harry o le frane, gli strumenti esistono davvero:
il Fondo per le emergenze nazionali previsto dal Codice della Protezione Civile (d.lgs. n. 1/2018);
i decreti-legge emergenziali;
le anticipazioni di cassa ex art. 42 del d.lgs. n. 118/2011;
la rimodulazione di risorse non vincolate.
Strade complesse, certo. Ma realistiche. Strade che, però, richiedono competenza, capacità tecnica e assunzione di responsabilità. Molto meno scenografiche di un voto simbolico.
Ed è qui che la domanda diventa inevitabile: perché nessuno ha parlato seriamente di RESTORE EU?
Il programma RESTORE (Regional Emergency Support to Reconstruction), approvato dal Parlamento europeo nel 2024, nasce esattamente per rispondere all’intensificarsi degli eventi climatici estremi. Non è propaganda: è uno strumento operativo.
RESTORE consente di mobilitare rapidamente le risorse non ancora spese dei fondi di coesione, in particolare FESR, attraverso:
prefinanziamento immediato fino al 25%,
procedure semplificate,
flessibilità nell’uso delle risorse, con possibilità di stornarle verso infrastrutture danneggiate e imprese colpite.
Questa sarebbe stata una battaglia politica seria: incalzare il Governo nazionale perché attivasse RESTORE, coinvolgere la Commissione europea, costruire un dossier tecnico credibile.
Meno titoli roboanti, forse.
Meno applausi facili.
Ma più risultati concreti.
Il Ponte come bancomat simbolico
Invece si è scelta la scorciatoia più logora: trasformare il Ponte sullo Stretto nel bancomat simbolico di ogni emergenza, perfetto per la retorica populistica dei Masaniello di turno.
Si promette ciò che non si può garantire nei tempi e nei modi necessari, si alza il vessillo della “volontà politica” e si scarica altrove la responsabilità del fallimento annunciato.
Questo non è coraggio. È cinismo istituzionale.
In Conclusione, l’ordine del giorno approvato dall’ARS non mette in sicurezza i territori, non ricostruisce strade, non risarcisce cittadini e imprese. Produce applausi, dichiarazioni trionfanti e qualche titolo di giornale. Poi cala il sipario e restano i danni da riparare.
La politica siciliana, ancora una volta, ha dimostrato di saper recitare molto bene.
Ma governare un’emergenza richiede meno teatro e più competenza, e soprattutto la capacità di usare gli strumenti giusti, invece di agitare simbolicamente quelli sbagliati.

