Il futuro dell’ex ILVA è prima di tutto il destino di circa diecimila lavoratori nell’ acciaieria di Taranto, di circa ventimila lavoratori nell’indotto e di un territorio tanto ricco di risorse quanto mal amministrato da troppo tempo.
Palazzo Chigi, 11 gennaio: alle ore 10, il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha reso in’ informativa al Senato, prodroma all’incontro, previsto per la serata con le Parti sociali, sull’ annosa questione sul destino del grande polo siderurgico e sui suoi ultimi sviluppi critici.
“La crisi è grave, nel 2023 sono state prodotte meno di 3 milioni di tonnellate. Nulla di ciò che era programmato è stato realizzato. Intendiamo invertire la rotta cambiando equipaggio”, sono le parole di Urso.
“Abbiamo a più riprese chiarito al socio privato le necessità di investimento sugli impianti e per la decarbonizzazione. – continua Urso – Il socio privato lunedì scorso ha detto che non ha intenzione di mettere alcuna risorsa, anche se dovesse scendere al 34%. Mittal si è detta disponibile a scendere, chiedendo però di condividere la governance della società, così da condizionare qualsiasi decisione. Cosa che non è accettabile. Abbiamo dato mandato al team legale di valutare la situazione. Riteniamo importanti le indicazioni politiche che in questa sede emergeranno”.
All’ esito del suddetto incontro con i Sindacati, il Governo si è attivato al fine di conseguire un’uscita di scena concordata e senza strascichi legali dell’ArcelorMittal, raggiungendo un accordo entro mercoledì.
I Sindacati, che hanno evidenziato le priorità di garantire la continuità dell’attività lavorativa e degli impianti di Taranto come anche di Genova (dove lavorano alcune migliaia di dipendenti), a tutela dei dipendenti dell’ex ILVA e delle imprese dell’indotto, verranno aggiornati dei contenuti delle trattative correnti, il prossimo 18 gennaio.
“Finalmente il governo ha deciso di non tornare indietro e di procedere sulla strada di assumere la gestione dell’azienda”- ha detto il leader della Fiom, Michele De Palma. “Ora è il momento del coraggio, della responsabilità, delle scelte nette e definitive, di passare dalle parole ai fatti” – ha affermato il leader della Uilm Rocco Palombella, anche per il segretario Generale della Fim Roberto Benaglia è stato un incontro di rilievo. In queste ore i tecnici di Invitalia e di Mittal, oltre all’accordo da raggiungere, stanno lavorando anche sulla continuità aziendale e produttiva con il Governo che si è dichiarato pronto ad investire le risorse necessarie per il rilancio.
L’accordo fra Stato e la multinazionale franco-indiana ArcelorMittal, socio di maggioranza – al 62%- di “Acciaierie Italia”, che ha il suo fulcro proprio a Taranto, dove però, come è emerso dall’incontro dell’8 gennaio scorso, non intende investire nemmeno come socio di minoranza neanche dopo che il Governo ha proposto di aumentare la propria quota, detenuta tramite Invitalia, al 66% con un’iniezione di 320 milioni sufficienti a pagare i creditori e a non chiudere lo stabilimento. Pertanto, lo scenario più probabile appare il commissariamento: lo Stato potrebbe mettere in amministrazione straordinaria l’industria, facendo leva sulla rilevanza strategica degli impianti. L’operazione potrebbe richiedere oltre un miliardo di euro per l’altoforno e i stabilimenti, a cui andrebbero aggiunte risorse per garantire il futuro ossia la produzione e gli investimenti, per la sicurezza dei lavoratori, la tutela dell’ambiente, attraverso una riconversione della fabbrica. Per i lavoratori sta per partire un nuovo periodo di cassa integrazione, con ultimo termine a tutto l’anno 2024; già tremilacinquecento lavoratori hanno fruito del trattamento di cassa integrazione nell’ anno 2023; vi è, inoltre, la stretta sul credito bancario a favore di Acciaierie Italia, rispetto alla gestione delle fatture dei fornitori e dell’imprese dell’indotto.
Un nuovo salvataggio pubblico si prospetta, in quanto l’ArcelorMittal rivendica di aver effettuato, negli anni interventi finalizzati alla decarbonizzazione degli impianti, a tutela dell’ambiente, e potrebbe pretendere persino onerosi risarcimenti.
La via della nazionalizzazione rievoca però vecchie esperienze rivelatesi fallimentari, risalenti all’ Italsider degli anni ’60 del ‘900: la misura dovrebbe essere di carattere temporaneo; il Governo starebbe creando un nuovo partner privato per dare un futuro all’acciaio in Italia.
La “questione ex ILVA” implica un sacrificio personale dei lavoratori e delle famiglie e un rilevante costo sociale da sostenere, in termini economici ma prima di tutto in termini di salute dei cittadini e di sostenibilità ambientale.
Prosegue, intanto, l’inchiesta giudiziaria sulle emissioni di benzene dallo stabilimento di Taranto: la polizia giudiziaria ha acquisito informazioni al vaglio dei magistrati.
Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, in un’intervista rilasciata al Secolo XIX, ha evidenziato la necessità di un piano industriale aperto a soci internazionali, patti parasociali non secretati e la necessità di riavviare gli investimenti sugli impianti oltre che sull’ambientalizzazione attraverso la decarbonizzazione.
Ma come interessare nuovi, adeguati investitori? Non è facile essere ottimisti, in assenza di un piano industriale nazionale.
Il sen. Carlo Calenda, leader del partito Azione – ex vice ministro dello sviluppo economico dal 2013 al 2016 e membro della commissione parlamentare industria dal 2022, intervistato sulla questione dal “Foglio”, ha dichiarato: “Nessuno può gestire una fabbrica così; siamo ancora qui a ricordare la storia, passaggio dopo passaggio, ma la questione è che l’ILVA chiuderà. Il ministro Urso non ha spiegato le modalità con cui garantire la continuità produttiva e per questo vanno conosciuti i patti parasociali che lasciano pochissimo spazio di manovra al socio pubblico. All’epoca dissi che far saltare l’accordo blindato con Mittal con pegno di 4,2 miliardi per farne un altro entrando in società in minoranza significava arrivare alla chiusura: è stato un lento suicidio, che si sta consumando sotto i nostri occhi”.
Il sen. Calenda ha osservato che “esistono accordi tra Mittal e Invitalia, come ha ricordato bene Urso, fatti in una condizione di assoluto svantaggio per lo Stato. Dopo aver tolto lo scudo penale, cambiando il quadro normativo, Mittal si ritirò e Conte minacciò la “madre di tutte le cause” ma, dopo la sparata, si rese conto che avrebbe perso la causa. A quel punto, o sei in grado di far rispettare l’accordo o rimetti l’ILVA in amministrazione straordinaria invece si è messo in società con quelli con cui voleva fare la causa del secolo e ArcelorMittal si è trovata col coltello dalla parte del manico. La questione ora è cosa fare: la mia posizione istintiva è metterla in amministrazione straordinaria e rifare una gara ma è una posizione teorica, in quanto non so se c’è una penale o se, ad esempio, il rimborso degli investimenti sostenuti. Mettere altri soldi con ArcelorMittal dentro ma senza un contratto blindato, com’era inizialmente, è una follia, visto che è un socio che ora non ha più alcun interesse a far funzionare l’impianto. Nessuno vuole assumersi la responsabilità di chiudere l’ILVA ma si fanno azioni che porteranno alla sua chiusura: così ci metteremo altri tre-quattro miliardi e, alla fine, Taranto avrà nel centro della città un enorme buco da bonificare, che costerà dieci miliardi; il rischio più grande è che non ci sarà più né produzione né ambientalizzazione.”
Attendiamo tutti il 18 gennaio, allora, per aggiornarci e riflettere sul destino di uno stabilimento siderurgico e di una “comunità”.

