Ho molto insistito nel mio intervento, e col documento da me presentato al convegno dell’Associazione socialista liberale, perché il processo costituente, che si avvierà il 13 luglio a Roma, sia aperto a tutte le forze politiche, sociali e sindacali dell’area riformista “senza personalismi e veti”. Non che sia semplice tornare al passato, né che siano esattamente sommabili i voti ottenuti dalle due liste di Stati uniti d’Europa e di Azione alle elezioni europee. Ma la separazione, rispetto alla quale Carlo Calenda ha avuto una responsabilità, non ha certo favorito per entrambe il superamento dello sbarramento elettorale. Con i partiti delle monarchie assolute sarà impossibile per una componente socialista abituata alle discussioni e al confronto congressuale (anche in epoca craxiana) convivere. Il compagno Crema, lo stesso Mario Raffaelli, uno dei massimi esponenti di Azione, lo hanno fatto presente alla luce della recente esperienza elettorale. Che la Costituente sia aperta a tutti e concordata con tutti e che il nuovo partito sia contendibile democraticamente, sono dunque premesse necessarie e non negoziabili. Poi c’é la politica che si porta seco il nome. Come si diceva al tempo del superamento del Pci “nomina sunt consequentia rerum”. E allora diciamo subito che dobbiamo costruire l’area del terzo polo. Un bipolarismo Meloni-Schlein non é utile non solo al Paese, ma nemmeno alla sinistra, perché contrapporre alla destra una sinistra radicale (vedremo cosa succederà in Francia al secondo turno e se davvero Melenchon farà votare i candidati macronisti) é solo funzionale alla destra. Saragat ebbe modo di rispondere così alla domanda se preferisse votare fascista o comunista: “Voterei comunista ma poi mi sparerei”. Non siamo più nella fase dei suicidi esistenzial-politici. E il fascismo e il comunismo non esistono più. Ma c’é una destra maggioritaria che in Italia non é mai esistita e una sinistra radicale che punta all’alleanza con Fratoianni e i Cinque stelle, che tentenna sull’appoggio alla resistenza ucraina e si oppone alla separazione delle carriere dei magistrati (leggete l’intervista a Dini sul Corriere a proposito del veto di Scalfaro a trattare l’argomento già nel 1995 e al voto di sfiducia al ministro Mancuso che voleva inviare gli ispettori al Tribunale di Milano). Un’area riformista politica, sociale, culturale esiste e va organizzata e interpretata. Non sappiamo ancora se si voterà con l’attuale legge elettorale o se passerà la riforma del premierato che si porta seco un’altra legge. Sappiamo che abbiamo tre anni di tempo per far decollare il progetto. E che nasca un partito che si chiami proprio così, e cioè Partito riformista, capace di mettere insieme l’identità socialista riformista e liberale, quella liberaldemocratica e quella cattolica popolare é quel che serve al paese. La possibile vittoria di Trump negli Usa e della Le Pen in Francia potrebbero stravolgere il quadro internazionale e fare avanzare una concezione illiberale della democrazia e un nazionalismo menefreghista delle istanze di libertà e di indipendenza dei popoli. Questa tendenza che trova molto spazio anche a sinistra, anche in Italia, é il vero obiettivo da battere. Il bipopulismo é un mostro che si nutre di anti semitismo, di verticismo, di negazione dei diritti civili, di supremazia dei poteri forti, finanziari, economici e giudiziari. Questo mostro non si batte facendolo proprio, come fa evidentemente Il Fatto quotidiano divenuto trumpista, come fanno il movimento Cinque stelle e Fratoianni, negando gli aiuti al popolo ucraino e mettendo in discussione, assieme all’indipendenza del popolo palestinese, l’esistenza stessa di Israele. Non si batte fotocopiandone taluni aspetti deteriori, come la subalternità al potere giudiziario, ma con un progetto di riformismo socialista e liberaldemocratico. Insisto su questo. Il socialismo per sopravvivere al fallimenti di molte sue versioni ha bisogno di contaminarsi. Meno male che é esistita la versione riformista e liberale, le sole che sono tuttora vive senza portarsi dietro i disastri della storia. Un generico, sempre più striminzito Psi non é in grado di guardare al futuro. E costruirlo é necessario e urgente. Noi tentiamo. Noi ci battiamo per questo.
- Associazione socialista liberale
- Cose di provincia
- Dai teatri e altro
- Dal mondo
- Economia e Lavoro
- Il Mondo è Bello perché è Avariato
- Giustizia
- Il Corriere della Pera
- In evidenza
- Istituzioni e territorio
- L’editoriale
- L’occhiodelbue
- Non menare il can che dorme
- Parliamo di noi
- Pillole di cultura
- Politica
- Politique d’abord
- Prampoliniana
- Prima pagina
- Redazione
- Route El Fawari
- Sanita
- Sport in pillole
- Storia socialista
- Suffrangetta
Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


2 commenti
Cosa c’è il 13 luglio? Costituente con chi?
Dentro e fuori i confini nazionali, più d’un segnale porta a trarne due indicazioni, di cui l’una starebbe in buona sostanza a dirci che le fortune di un partito sono sempre più legate alla personalità dei rispettivi “conducenti”, anche sul piano mediatico, mentre la seconda induce a ritenere che le rispettive posizioni siano destinate a radicalizzarsi, giacché vanno progressivamente scendendo i margini di mediazione in ordine a determinate questioni, vedi ad es. quelle di natura valoriale (in apparenza sempre più divisive).
Riguardo a quest’ultimo aspetto, mi sembra venirne una ulteriore comprova dall’elevata quota di preferenze, ossia dal livello di consenso riscosso, in occasione delle nostre recenti elezioni europee, da due candidati non “organici” ai partiti nelle cui fila si sono presentati al voto, e che hanno simboleggiato modi piuttosto diversi, se non opposti, di vedere le cose, nel senso che l’elettorato pare essersi orientato verso posizioni tra loro piuttosto divergenti, e difficilmente conciliabili (almeno questa è l’impressione che se ne ricava).
Se poi regge la tesi del ruolo trainante sull’elettorato da parte di chi guida i partiti, risulta abbastanza difficile, se non irrealistica, l’idea di una forza “sempre più striminzita” che si aggrega ad altre e volesse determinare, all’interno dello schieramento, la linea politica di formazioni maggiori, e che casomai esprimono anche la figura di vertice, e concepiscono semmai la “versione riformista e liberale” in maniera diversa da quella figlia della cultura socialista (io credo doverosa questa consapevolezza, pena l’incorrere in spiacevoli delusioni).
Circa il “Terzo Polo”, c’è chi ragionevolmente lo vede come un’area politica connaturata, se non congeniale, alla italica sensibilità politica, nonché come elemento di garanzia e contrappeso, giustappunto in ragione della sua “terzietà”, e propende per l’insistere, ma c’è pure chi parla di “centrismo di sinistra”, una “direzione” che a mio vedere si addice abbastanza poco ai socialisti, specie alla luce di quanto va emergendo sugli anni di Tangentopoli e dintorni (che ci mostra una sinistra poco amica dei socialisti, per usare un eufemismo).
Paolo Bolognesi 02.07.2024