Dopo dozzine di manifestazioni -praticamente una ogni sabato- nelle quali centinaia di persone, anche se per lo più giovani arabi immigrati di seconda generazione, hanno sfilato per le vie del centro gridando slogan molto simili -quando non identici- a quelli dei terroristi di Hamas, urlando il loro odio implacabile contro Israele, che va cancellato da uno stato palestinese , dove si bruciavano bandiere, che va “dal fiume al mare”, si vandalizzavano negozi e si attaccavano le forze dell’ordine e dove mai si è spesa una parola per condannare l’orrendo e sadico pogrom del 7 ottobre, dove la ferocia dei miliziani di Hamas ha superato ogni limite, finalmente a Milano si è assistito a qualcosa di molto differente.
Nelle sale del teatro Franco Parenti, tempio della cultura non solo teatrale di Milano, la cui anima è la regista Andrée Ruth Shammah, si è svolta una manifestazione pubblica per chiedere pace, dialogo, la fine della violenza, e il rispetto reciproco tra i due popoli in lotta.
“Due popoli, due stati, un destino”, questo l’evocativo titolo della manifestazione, che ben rappresenta lo spirito dell’iniziativa.
La manifestazione, organizzata da Renzi con Italia Viva, da Carlo Calenda con Azione e da Sinistra per Israele, il cui presidente è l’ex deputato PD Lele Fiano, ha rappresentato un momento di riflessione, di analisi, e di speranza con l’appello a un futuro condiviso in Terra Santa, dove ebrei e arabi possano coesistere in pace, dove potrebbero e dovrebbero vivere come fratelli.
Una giornata in cui si è cercato di mostrare che un futuro di collaborazione, dialogo, comprensione fra i due popoli è una speranza possibile e in prospettiva, realistica.
Che la violenza non è un destino, già scritto, senza appello, e la convivenza e il progresso di entrambi i popoli può essere figlio solo del dialogo e della collaborazione, e non dello scontro.
Sui tavoli della presidenza erano stese le bandiere sia di Israele che della Palestina, e anche gli interventi, di alto livello, e a tratti commoventi, hanno ben rappresentato e incarnato la presenza di entrambi i popoli. Molto significativo, e anche emozionante, l’intervento di Aviva Siegel, accompagnata dalle due figlie, che è stata ostaggio di Hamas per 51 giorni insieme al marito Keith, che ha raccontato l’orrore e le sofferenze da lei patite, la fame, le torture, le botte, anche al marito, con lei costretta a guardare. “Ho provato molte volte la sensazione di voler morire”.
Ma Aviva non è qui per chiedere vendetta, o castigo per i suoi aguzzini, ma solo la fine della guerra e la liberazione degli ostaggi ancora in mano ad Hamas, e anche dei detenuti palestinesi in Israele. “Siamo qui – ha detto – perché non vogliamo che né dalla parte di Israele né da quella dei Palestinesi si soffra più.”
Nel teatro, talmente affollato da aver reso necessario l’allestimento di un ulteriore spazio fuori dalla grande sala, con sedie posizionate nel foyer, ha poi preso la parola un arabo palestinese, Hamza Howidi, in collegamento dalla Germania. Ha dovuto fuggire da Gaza dopo essere stato minacciato di morte e picchiato dai miliziani di Hamas a causa del suo essere “dissidente” e di opporsi sia ai bombardamenti di Israele che alle violenze di Hamas, che “non si cura assolutamente della popolazione civile e la trasforma in scudo umano” per causare morte e spargimento di sangue, confidando che tutto ciò produrrà odio contro Israele nella comunità internazionale.
Hamza ha offerto solidarietà alla signora Siegel, e ha chiesto con forza la liberazione sia degli ostaggi israeliani che dei detenuti palestinesi nelle carceri di Israele.
Enrico Mentana, poi, dal palco, ha condannato la reazione esagerazione esagerata di Israele, ma ha anche spiegato che è assolutamente sbagliato parlare di genocidio.
Renzi nel suo intervento, ha sostenuto che questa manifestazione, fortemente voluta sia da lui con Italia Viva che da Calenda con Azione, non è “una manifestazione contro un’altra manifestazione” (alludendo ovviamente a quella di Roma, organizzata da PD, 5 Stelle e Verdi sinistra). Manifestazione a cui peraltro avrebbe anche potuto aderire se solo gli organizzatori avessero modificato in parte la loro piattaforma, cosa che hanno rifiutato di fare.
Per il PD era comunque presente una folta delegazione di “riformisti”. Fra gli altro Giorgio Gori, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Graziano del Rio e Pina Picierno, oltre naturalmente a Lele Fiano. La giornata è stata conclusa dall’intervento di Carlo Calenda, il cui punto chiave, nel suo discorso, è stato quando ha affermato “questa è una manifestazione dove sventolano insieme la bandiera palestinese e israeliana. Qui teniamo lontane tutte le intolleranze e gli estremismi: quelli di chi vagheggia una grande Palestina dal fiume al mare, che significa cancellare Israele, e quelli di chi pensa che bombardando Gaza e bloccando gli aiuti si possa ottenere qualcosa. Noi vogliamo dal voce a chi cerca comprensione e non vendetta.” Circa la mancata partecipazione di Azione alla manifestazione romana, ha affermato “noi avevamo proposto una cosa semplice: escludere chi chiede la distruzione di Israele. La Schlein sarebbe stata d’accordo, ma M5S e AVS hanno voluto prendersi tutta la scena.”
Sia Renzi che Calenda hanno voluto chiarire che lo scopo di questa manifestazione al Franco Parenti di Milano, da loro organizzata insieme, non era quello di ricreare alleanze di stampo terzopoliste, già naufragate nel passato.
Ma una considerazione si può comunque fare, dal momento che questa è stata la prima volta che i leader delle due formazioni, Italia Viva e Azione, si sono “riparlati” costruttivamente e hanno preso la parola dallo stesso palco, sostenendo posizioni politiche sovrapponibili.
Nel futuro si vedrà, perché, benché Renzi abbia ormai traslocato compiutamente nel cosiddetto campo largo, la politica italiana e lo stesso Matteo Renzi ci abituato a tali giravolte da non poter escludere niente al 100%.
Resta comunque la speranza che la giornata di dialogo e la ricerca di un terreno comune di pace in Medio Oriente, lontano dal tifo da stadio e da esasperazioni ideologiche, costituisca una prima pietra, su cui poi iniziare a costruire la casa della pace.

