No, non siamo agli inizi anni ’70 e non siamo neanche nel clima incandescente nel quale le prime proteste studentesche del ’68 italiano si mescolavano con le forti rivendicazioni operaie che portarono grandissime tensioni nelle fabbriche.
Il periodo è più recente e il quadro politico è più mesto.
E già perché si tratta del Partito Socialista Italiano, del segretario Enzo Maraio, e di Progetto Civico Italiano di Alessandro Onorato.
PSI-PCI.
Nulla in comune tra i due.
Di grande tradizione politica la storia dell’ambiente in cui galleggia il primo, un patetico progetto civico fatto di amministratori il secondo.
Eppure si sono ritrovati insieme, grandi abbracci e intensi amori, alla recente festa socialista di Campobasso illuminati dallo sguardo amorevole di Giuseppe Conte.
Nulla di nobile nei loro orizzonti, entrambi alla disperata ricerca di un posto da parlamentare (Maraio è al secondo tentativo), la loro linea calpesta la coerenza della politica.
A dispetto della sedicente matrice riformista (dubito che conoscano il significato autentico del termine specie Onorato), invece di collocarsi distanti dai poli, sono schieratissimi a sinistra.
Ma sono figli entrambi di Goffredo Bettini.
Sì proprio lui, quello che, a dispetto delle origini aristocratiche della sua famiglia (ha un cognome che per pronunciarlo tutto ci vuole un quarto d’ora: Rocchi Bettini Camerata Passionei Mazzoleni) già nel 1966 a 14 anni brillava nella federazione giovanile del PCI.
Nulla di immeritato, anzi.
Uomo politico di grandissima intelligenza, in quel partito fece una carriera dirigenziale di grande rilievo e ancora oggi è il sommo ideologo e stratega del PD.
Sebbene comunista viscerale ed espressione della ortodossia sovietica, Bettini ha capito però che mettere avanti solo Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli non rende.
C’è da recuperare il voto moderato ed ecco la facciata riformista.
Più disciplinati di Renzi, ma anche più ossequiosi, la coppia Maraio – Onorato è l’ideale.
Salvano le faccia ma non sono fastidiosi, prenderanno voti quanto basta per essere funzionali alla colazione ma non per raccogliere frutti.
Il primo orbita nell’aura bettiniana da tempo, dalla sua prima elezione a segretario nazionale quando lo accolse con tutti gli onori alla festa socialista di Napoli, il secondo è in maniera conclamata il suo prodotto politico più recente.
Certo, per un socialista riformista, vedere il segretario del PSI che si pomicia Conte e fa comunella con uno giovanottone che non ha né cultura né storia politica, fa strano.
Ma due giorni fa erano insieme in piazza a Roma con megafoni e cartelli.
Non per protestare per il caro benzina, non per denunciare che le famiglie non ce la fanno per l’aumento dei prezzi, non per un fine nobile come la pace in Ucraina o in Palestina.
No nulla di tutto questo.
Erano in piazza per l’eccessivo numero di firme stabilito per presentare liste alle prossime elezioni politiche.
D’accordo queste sono misure discriminanti che limitano la partecipazione e svendono la democrazia.
Ma confrontati con le piazze degli anni ‘70 e con le rivendicazioni di quei periodi la iniziativa di questi giorni di PSI e PCI appare francamente patetica.
Collocamento innaturale con la sinistra radicale, iniziative inopportune, i sedicenti riformisti del Campo (Santo) Largo riusciranno nella impresa che gli ha assegnato Bettini?
C’è da restare perplessi.
Del resto non sarà un caso se, nei sondaggi attuali, in due insieme non arrivano all’1,5%


1 commento
Condivido pienamente la riflessione di Massimo Carugno, che pone una questione assai più generale dei singoli protagonisti citati.
Il problema, ormai, non è soltanto con chi ci si allea, ma perché ci si allea.
Un tempo le alleanze politiche, giuste o sbagliate che fossero, nascevano dall’incontro fra idee, programmi, interessi sociali da rappresentare e, soprattutto, da una qualche visione del Paese. Oggi troppo spesso sembrano nascere con la calcolatrice in mano: uno 0,5% qui, uno 0,3% là, magari uno 0,1% raccattato altrove. Si sommano sigle sperando che la somma dei decimali produca, per miracolo, un progetto politico.
Ma la politica non è aritmetica. E soprattutto non basta mettere insieme le debolezze per ottenere una forza.
Il fenomeno diventa persino più evidente nei partiti di piccolo cabotaggio, dove talvolta il personalismo di leader senza un vero seguito finisce per prevalere su identità, storia, valori e coerenza. Il partito si restringe, il progetto scompare, ma l’aspirazione alla poltrona resta sorprendentemente in ottima salute.
Ed è questo, a mio avviso, l’aspetto più malinconico: non il compromesso, che appartiene alla politica ed è spesso necessario, ma il compromesso senza una ragione politica riconoscibile. Perché mediare tra idee diverse è politica; rinunciare alle proprie idee pur di trovare una collocazione elettorale è un’altra cosa.
Per chi proviene dalla cultura socialista e riformista, poi, la questione pesa ancora di più. Il riformismo non è una parola da aggiungere al simbolo o da esibire nelle feste di partito: è una cultura politica, una concezione della società, dello Stato, delle libertà e della giustizia sociale. Se può essere collocato indifferentemente ovunque convenga, allora non è più riformismo: è arredamento elettorale.
Forse è proprio questo uno dei mali della politica italiana contemporanea: abbiamo sempre più contenitori e sempre meno contenuti, sempre più leader e sempre meno leadership, sempre più alleanze e sempre meno ragioni per stare insieme.
E alla fine resta una domanda molto semplice: se per conquistare un seggio bisogna rinunciare a ciò che si è, una volta conquistato quel seggio, che cosa si andrà a rappresentare?