di Alessandro Perelli
I nostri lettori sono già stati informati della lunga e intricata querelle che riguarda il nostro Paese e due Stati dell’ ex Jugoslavia , Croazia e Slovenia sulla denominazione di due prodotti, un vino e un suo derivato, il Prosecco e l’ Aceto Balsamico. Si tratta di una questione non da poco per gli enormi interessi economici in gioco oltreché per il rispetto delle norme legate alla tutela della qualità e della difesa del consumatore. Non a caso se ne e dovuta occupare la Commissione europea perché è alla UE che tutti i Paesi interessati hanno aderito e fanno riferimento e quindi è l’ unica istituzione al di sora delle parti a poter entrare in merito. Fino a pochi giorni fa’ sembrava una battaglia persa per l’ Italia nonostante l’ impegno comune di tutti i nostri parlamentari a Bruxelles : il Prosek croato e l’ Aceto Balsamico sloveno continuavano a poter utilizzare il loro nome a scapito dell’ esclusiva richiesta dai prodotti italiani. Ma il vento è cambiato lo scorso 28 febbraio, quando il Parlamento europeo ha approvato, con un’ ampia maggioranza superiore al 90%, il nuovo Regolamento sulle indicazioni geografiche per vini e prodotti agroalimentari che entrerà in vigore da aprile. La norma emanata da Bruxelles prevede , tra l’ altro, la fine delle registrazioni di menzioni tradizionali identiche o che richiamino nomi di Dop o IGP. Non sarà più possibile quindi lanciare sul mercato prodotti con nomi simili o succedanei che consentano di sfruttare la reputazione dei nostri. Un cambiamento di rotta fondamentale rispetto al passato che finalmente certifica, valorizza e tutela le indicazioni geografiche e mette ordine nella programmazione produttiva. Il voto del Parlamento europeo , che ha seguito dopo circa un anno l’ approvazione da parte della Commissione competente, ha anche rintuzzato l’ iniziativa della Croazia che con il suo rappresentante ,il deputato Ladislav Ilcic, con una interrogazione, aveva sostenuto che il Prosek non genererebbe confusione nei consumatori di Prosecco in quanto la produzione di questo vino sarebbe limitata ad alcune zone costiere della Croazia e ad uso prevalentemente interno. Quindi i viticoltori veneti e friulani e i produttori del pregiato aceto balsamico di Modena con, a livello politico, i governatori Zaia , Fedriga e Bonaccini, insieme all’ intero arco delle forze politiche italiane, possono cantare vittoria? Nemmeno per sogno. Hanno provveduto la Coldiretti, la Confagricoltura e le altre associazioni di categoria a raffreddare gli entusiasmi. Innanzitutto bisognerà verificare come la decisione presa a Bruxelles troverà applicazione per i casi precedenti all’ entrata in vigore del Regolamento. Ma un altro pericolo si prospetta all’ orizzonte: quello del Prosecco australiano. Si tratta di un vino prodotto dai migranti italiani giunti in quel Paese che, coltivando le uve , hanno assegnato il nome Presecco, sostenendo il loro diritto a riprodurre le loro tradizioni comprese le produzioni tipiche. A dar loro manforte ci hanno pensato le autorità di Canberra secondo le quali se uno emigra nel loro Stato ha tutto il diritto di poter produrre qualsiasi cosa che faccia parte del suo background culturale. Come uscirne? L’unica strada appare quella utilizzata in Nuova Zelanda per un caso analogo. E cioè un accordo con l’ Unione Europea che conceda ai produttori di Prosecco un limite di cinque anni per trovarsi un altro nome per il loro vino. Un lavoro ulteriore per la Commissione europea per garantire la massima operatività al nuovo Regolamento che dovrà fare i conti, utilizzando anche i rapporti diplomatici, con l’ l’atteggiamento finora non disponibile tenuto dall’ Australia. Sembrava tutto risolto, invece la battaglia continua e non è escluso che in qualche altra parte del mondo, oltreché in Australia , non si scoprano altre nominativi di bollicine che deturpino o rubino l’ unicità del nostro Prosecco.

