Ogni notizia proveniente dalla Russia dei soviet era attentamente valutata dai socialisti italiani, interessati a capire quale tipo di società i bolscevichi stavano creando. Quando si seppe che Trotsky era stato messo in minoranza dal trio Stalin, Zinoviev, Kamenev e obbligato a lasciare l’incarico di commissario per la Guerra e di presidente del Consiglio rivoluzionario militare e a prendere, con la scusa di doversi curare in Caucaso, la via dell’esilio, il quadro politico sovietico apparve in tutta la sua drammaticità e il suo spietato settarismo. Quelle notizie non facevano altro che confermare il giudizio più volte espresso dai riformisti sulla natura dittatoriale del regime imposto da Lenin e successivamente da Stalin. Il trattamento subito dal mitico capo della Armata Rossa era la dimostrazione di quanto fosse capace l’oligarchia stalinista. Chiunque avesse voluto democratizzare il Partito e lo Stato sovietico sarebbe stato messo in minoranza e cacciato, quando non eliminato.
La dittatura del proletariato dimostrava d’essere sempre di più nient’altro che la dittatura di un ristretto nucleo di capi comunisti contro la maggioranza del proletariato e dello stesso partito comunista. Prampolini era convinto che non fosse possibile passare da un’economia feudale quale quella russa a un’economia comunista senza passare attraverso una fase intermedia dello sviluppo produttivo, la quale avrebbe creato la nascita di una classe proletaria cosciente e democratica, l’unica in grado di costruire la futura società socialista.
In URSS anche il tentativo della Nep (nuova politica economica) voluta da Lenin nel 1921 per introdurre qualche spazio di economia privata aveva ceduto il passo agli staliniani Piani quinquennali, che, interpretati e applicati senza alcuna nozione economica e tecnica produssero solo fame, repressione e morte.
Prampolini era convinto e lo scrisse su La Giustizia il 15 febbraio 1925, che “…In realtà la sedicente dittatura del proletariato appare ormai soltanto la dittatura di una ristretta cerchia di capi comunisti non solo contro la borghesia, contro i contadini e contro lo stesso proletariato; ma persino contro la massa del partito comunista russo…e più cresce l’ostilità contro questo sistema, più la dittatura si serra in sé medesima ed aumenta la compressione, le misure terroristiche e liberticide…gradualità e libertà sono mezzo e condizione indispensabili al trionfo della rivoluzione proletaria”. Si trattò di una severa analisi rivolta ai compagni massimalisti che ancora credevano nella capacità salvifica del comunismo e dell’esperienza sovietica.
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Fabrizio Montanari
Autore. Fabrizio Montanari è nato a Reggio Emilia nel 1951 e ha svolto per molti anni attività lavorativa come Dirigente cooperativo. Socialista autonomista, è stato dirigente provinciale del PSI reggiano e regionale, segretario provinciale (1975) e membro della segreteria nazionale della FGSI (1976-77). Giornalista pubblicista, collabora a diverse riviste storiche (Ricerche Storiche, L’Almanacco socialista, Reggio Storia), e ai giornali 24Emilia e La Giustizia. È inoltre autore di diversi libri e saggi storici sul movimento socialista e libertario italiano.

