di Gandolfo Maurizio Ballistreri
Vóce del sén fuggita si potrebbe dire, citando Metastasio, a proposito delle dichiarazioni del Presidente del Senato Ignazio La Russa sulla riconduzione dei poteri del Capo dello Stato ad un’interpretazione letterale della Costituzione.
Nelle parole dell’esponente di Fratelli d’Italia, che non rinnegano la tradizione neofascista del Movimento Sociale Italiano, vi è tutta l’insofferenza per il bilanciamento tra i poteri istituzionali e il sistema dei controlli che segnano le costituzioni liberaldemocratiche, quel check balance, realizzato in Inghilterra a partire dal 17° sec. e teorizzato da Montesquieu nello Spirito delle leggi del 1748, il cui scopo è di evitare l’assolutismo e salvaguardare la libertà dei cittadini.
La Russa, inoltre, non tiene conto del rapporto tra Costituzione formale e Costituzione materiale, quale elemento coessenziale all’equilibrio tra stabilità e mutamento, come si è sviluppato dal 1948 in poi in Italia.
Del resto, nel nostro ordinamento costituzionale i poteri della presidenza della Repubblica sfuggono a una precisa configurazione. Nella realtà si dilatano allorquando l’impopolarità dei partiti e l’instabilità del sistema politico assume caratteristiche parossistiche, con la funzione di “supplenza attiva” esercitata dal Quirinale.
Già nella Prima Repubblica i presidenti hanno sovente assunto un forte ruolo di protagonismo politico: Einaudi fu il garante di politiche di stabilizzazione economica e di deflazione, nel quadro della ricostruzione del Paese dopo la fine della II guerra mondiale; Gronchi, durante il centrismo, sostenne l’apertura ai socialisti voluta da Fanfani e la “politica estera” di dialogo con l’Unione Sovietica e i Paesi arabi del presidente dell’Eni Enrico Mattei e dopo, di converso, Segni impegnato – secondo molti anche con ipotesi di svolta autoritaria – per assetti politici e sociali conservatori; Saragat, che dal Colle favorì il centrosinistra, la politica delle riforme e l’unificazione socialista tra la socialdemocrazia italiana da lui fondata e il Partito socialista guidato da Pietro Nenni; Pertini, succeduto a Leone (forse l’unico presidente “notaio” assieme al Capo provvisorio Enrico De Nicola), che negli anni bui del terrorismo e della sfiducia dei cittadini per le istituzioni costituì il punto di riferimento degli italiani, con uno straordinario consenso popolare, utilizzando il cosiddetto “potere di esternazione”. Per tacere di Cossiga, le cui “picconate” all’agonizzante sistema politico nato dal Comitato di Liberazione Nazionale gli valsero una richiesta di impeachment da parte del Partito comunista.
Nella c.d. “Seconda Repubblica”, Scalfaro, Ciampi, Napolitano e oggi Mattarella hanno dato vita al fenomeno della “presidenzializzazione” della Repubblica.
D’altronde, la popolarità dei Presidenti della Repubblica è stata conseguenza anche della crisi, di volta in volta, dei partiti nazionali esistenti e della loro delegittimazione popolare, sino allo stato attuale, ben descritto nel 2009 da uno dei più illustri politologi italiani, Giovanni Sartori: “Le cose che mi spaventano sono ormai parecchie; ma il livello di soggezione e di degrado intellettuale manifestato da una maggioranza dei nostri ‘onorevoli’ mi spaventa più di tutto. Altro che bipartitismo compiuto! Qui siamo al sultanato, alla peggiore delle corti”.
Invece che una riforma costituzionale – quella del c.d. “premierato” – balzana e finalizzata a dare primazia al Governo a scapito del Parlamento, espressione della sovranità popolare, con la compressione del ruolo della magistratura e delle istituzioni di garanzia e controllo, Capo dello Stato e Corte Costituzionale, sarebbe necessario attuare fino in fondo la nostra Carta fondamentale, quale elemento connettivo del nostro Paese e della sua convivenza democratica.


1 commento
Io non credo che la discussione sul premierato avanzato dalla Meloni debba essere condotta solamente dal punto di vista “costituzionale”. E’ un fatto politico “fondamentale” per gli eredi di Salò. Infatti il premierato si configura come la rinascita del “duce”, eletto si, ma duce egualmente. altro che saluto romano! Politicamente va detto che FdI rivuole il suo duce!!!