Il 19 gennaio 1919 Prampolini rispose a un articolo apparso su La Giustizia a firma di Alberto Simonini, esponente della frazione massimalista provinciale, nel quale il giovane operaio, già segretario della Federazione giovanile socialista reggiana, evidenziava una profonda insofferenza per gli attendismi dei socialisti di fronte a una situazione politica generale rivoluzionaria.
L’infatuazione e la idealizzazione della rivoluzione bolscevica aveva acceso gli animi della classe operaia, che per Simonini, seppur senza inseguire facili estremismi e ricorrere alla violenza, esigeva un’azione ferma, coordinata e rapida. Il proletariato non poteva e non voleva attendere oltre.
La risposta di Prampolini non fu polemica, ma assunse il carattere didascalico di una lezione politico-sociale.
Per Prampolini non bisognava innanzitutto confondere la rivoluzione sociale con la rivolta. A suo parere due erano le condizioni necessarie perché la rivoluzione sociale potesse avverarsi: “possedere la forza per abbattere coloro che difendono questo ordinamento e quindi possedere la forza, gli organi, i mezzi materiali e morali per sostituirvi l’ordinamento nuovo, l’organizzazione socialista”.
Spiegò anche che quanto maggiore era la forza, tanto minore sarebbe stata la violenza per compiere la rivoluzione. A ben guardare la situazione i socialisti non avevano ancora raccolto la forza e dimostrata la maturità sufficiente per assumere una simile decisione.
Lo stesso Simonini d’altronde lo ammetteva nel suo articolo, soprattutto per quanto riguardava la scarsa adesione dei solati al partito. Non avendo ancora la forza sufficiente ma solamente una modesta adesione dei reduci della guerra, dei malcontenti in genere e dei contadini, Prampolini concluse che la rivoluzione era al momento del tutta immatura e, volendo perseguirla ad ogni costo, si sarebbe fatalmente caduti nella violenza fine a se stessa. Da qui dunque la sua opposizione alla rivoluzione, che si sarebbe ridotta solo a tumulto e a rivolta. La trasformazione sociale-secondo Prampolini- andava preparata e organizzata nel lavoro quotidiano, sfruttando al meglio tutto il tempo necessario.
Il compito dei socialisti restava quindi quello di “proseguire con la massima attività questo indispensabile e fecondo lavoro di preparazione e di conquista. “Guardiamoci dalle illusioni e dalla speranza nei terni al lotto; molto più che fra poco anche in Italia avremo le elezioni e potremo conoscere lo stato d’animo delle masse e misurare la forza dei vari partiti”.
Quello e solo quello (il responso elettorale) doveva essere considerato il riscontro effettivo della loro maturità rivoluzionaria.
Il giovane Simonini in seguito aderirà alla frazione riformista, diventandone uno dei massimi rappresentanti. Nel 1922 aderì al PSU di Matteotti e nel 1947 al PSDI di Saragat. Nel dopoguerra sarà deputato, membro della Costituente, ministro e membro del Consiglio d’Europa.
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Fabrizio Montanari
Autore. Fabrizio Montanari è nato a Reggio Emilia nel 1951 e ha svolto per molti anni attività lavorativa come Dirigente cooperativo. Socialista autonomista, è stato dirigente provinciale del PSI reggiano e regionale, segretario provinciale (1975) e membro della segreteria nazionale della FGSI (1976-77). Giornalista pubblicista, collabora a diverse riviste storiche (Ricerche Storiche, L’Almanacco socialista, Reggio Storia), e ai giornali 24Emilia e La Giustizia. È inoltre autore di diversi libri e saggi storici sul movimento socialista e libertario italiano.

