Il tema della compatibilità o meno dell’adesione alla Massoneria da parte dei socialisti è stato uno dei temi più discussi nell’ambito dei congressi del PSI, almeno nei primi quindici anni del Novecento.
Lo è stato al Congresso di Reggio Emilia nel 1912, dove Bissolati e molti suoi compagni, poi espulsi dal partito per altri motivi, risultavano essere massoni da diversi anni, in quello di Milano del 1910 e in quello di Ancona nell’aprile del 1914, dal quale Camillo Prampolini era assente per motivi di salute.
Già alla fine del 1910 però aveva precisato il suo punto di vista sull’argomento con un articolo su La Giustizia e in alcune assemblee di partito. La sua opinione era nettamente contraria, anche se non auspicava l’espulsione degli iscritti alla Massoneria, alla doppia adesione non ritenendola né utile né opportuna. Anzi la giudicava in contrasto con l’etica socialista. Cinque anni prima, nel 1905, anche Turati in una intervista al Corriere della sera aveva già ribadito con forza che lui e il partito restavano estranei alla Massoneria.
In una cartolina scritta da Roma il 10 maggio 1914 a Zibordi, che aveva presentato con Mussolini un O.D.G., approvato dal Congresso nazionale di Ancona, che stabiliva la incompatibilità dell’iscrizione dei socialisti alla Massoneria e quindi la loro espulsione dal partito, scrisse: “Nei giorni scorsi lessi poco e male i giornali: abbastanza però per essere pienamente soddisfatto e orgoglioso (come socialista…reggiano!) della parte da te presa al Congresso! Bravissimo! Vedo che il Carlino (nel chiaro intento di infangare l’immagine di Prampolini presso i suoi compagni) mi ha elencato fra i socialisti massoni! Ti autorizzo a dichiarare che, malgrado parecchi inviti- il primo dei quali risale al 1891, poco dopo la mia elezione a Deputato- io non volli mai ascrivermi alla Massoneria: e ciò per i motivi che ora tu hai splendidamente svolti nella tua relazione al Congresso d’Ancona”. Tuo C. Prampolini
Prampolini, in sostanza, capisce la delicatezza dell’argomento e, nell’intento d’allontanare da sé ogni illazione degli avversari o rispondere agli eventuali dubbi dei compagni, affida all’amico Zibordi il compito di rendere ancora una volta pubblica la sua posizione. In realtà la posizione assunta da Zibordi ad Ancona era stata dettata sia da convinzioni personali che politiche. Da profondo conoscitore del partito e delle sue dinamiche, in quel modo riuscì a sventare l’ennesimo tentativo di Mussolini, ormai padrone del partito e del Congresso, volto a espellere i riformisti con l’accusa d’essere degli infiltrati per conto della borghesia.
P.S. Nel mese di maggio l’Assemblea generale del Grande Oriente d’Italia votò l’espulsione dei fratelli che al Congresso di Ancona avevano votato l’Ordine del Giorno Zibordi-Mussolini

