di Edoardo Crisafulli
Mi sono formato su alcuni suoi libri. Tutti straordinari. L’ho conosciuto in Israele, credo nel 2005: avevo propiziato la prima traduzione in ebraico del Formaggio e i vermi, il libro che lo aveva reso una celebrità negli ambienti intellettuali europei ed americani — negli Stati Uniti Carlo Ginzburg insegnò a lungo. Dirigevo allora l’Istituto Italiano di Cultura di Haifa e organizzai un incontro pubblico nella nostra sala di rappresentanza. Fu un evento davvero stimolante: a Haifa prospera un’intellighenzia ebraica vivace e cosmopolita. Lo ricordo cordiale, ma piuttosto freddo. Non amava essere interrotto, né contraddetto. Premesso che è difficile giudicare una persona da un incontro, se quelle erano asperità caratteriali avevano radici lontane, in un vissuto familiare doloroso. Il padre, il mitico Leone Ginzburg — intellettuale finissimo, antifascista, figura straordinaria della nostra storia civile — morì a Regina Coeli, dopo le torture subite dai nazisti, quando Carlo non aveva ancora cinque anni. La famiglia Ginzburg era un microcosmo di culture e di lingue: Odessa, Torino, l’ebraismo, il cattolicesimo, l’Italia, l’antifascismo, la letteratura vista sempre in prospettiva europea. Radici russe, ebraiche, italiane; identità plurime. Anche per questo Carlo Ginzburg è una figura così affascinante: non solo uno storico geniale, ma un uomo tormentato, al tempo stesso benedetto e fustigato dalla storia del Novecento. L’evento successivo, a Gerusalemme, organizzato insieme all’Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv, fu ancor più rivelatore. Lì venne fuori, chiarissima, l’italianità politica di Ginzburg. Lo avevamo invitato per parlare, appunto, del Formaggio e i vermi, Ero lì con altri funzionari dell’Ambasciata, con la direttrice dell’IIC di Tel Aviv, con il nostro Ambasciatore, l’indimenticabile Sandro De Bernardin, purtroppo scomparso prematuramente. E cosa fece quella mente geniale di Ginzburg? Si lanciò in una filippica del tutto fuori luogo contro Silvio Berlusconi, allora al governo. Rimanemmo tutti basiti. L’imbarazzo era tangibile. Non che invocassimo l’auto censura, per carità: gli Istituti Italiani di Cultura invitano studiosi, artisti, scrittori senza fare la tara alle loro opinioni. L’Italia è una democrazia liberale! Eravamo delusi perché quella tirata non faceva risaltare la grandezza dello studioso Ginzburg nel contesto israeliano. Fu una caduta di stile. E, insieme, una scorrettezza: quando sei ospite di una struttura dello Stato italiano all’estero, un minimo di compostezza istituzionale dovresti osservarla. Non intendo l’ossequio, bensì il rispetto del luogo, di chi ti ha invitato. Perché anche tu, ospite, in qualche modo rappresenti l’Italia.
Ero ancora agli inizi della mia carriera di addetto culturale, ma appresi subito una lezione amara: per una parte dell’intellettualità italiana, soprattutto quella di sinistra, è quasi un dovere lavare i panni sporchi in casa altrui. All’estero, davanti agli stranieri. Come se il proprio dissenso non lo si potesse manifestare sempre e ovunque, e in qualunque forma, in Italia. Se sei così incline alla critica, caro intellettuale, accettane una anche tu. Criticare un governo pur democratico è legittimo; trasformare ogni occasione pubblica in una requisitoria faziosa è un’altra cosa. Spesso è solo narcisismo politico, camuffato da coraggio morale. La mia intuizione però mi dice che Carlo Ginzburg non era un narciso. L’aneddoto che ho raccontato è rivelatore di un vizio molto radicato e diffuso. Un amico poeta, che non citerò per riservatezza, mi disse una volta: «In Italia, storicamente, l’intellettuale o è cortigiano, o è ribelle, o è eremita». Il che è sostanzialmente vero, per ragioni storiche che non sto a sviscerare qui. Questa eredità è una cappa di piombo. Pur di dimostrare all’universo mondo di non essere cortigiani, pur di non sembrare eremiti paurosi, molte persone di cultura criticano sempre, aspramente, il potere politico — quello democratico, s’intende — anche quando non dovrebbero per ragioni di opportunità e, direi, anche di immagine – la loro; anche quando il tono, virulento, è sbagliatissimo; anche quando la critica diventa ridicolmente faziosa, o assomiglia a una posa da attore/attrice di varietà, smaniosa di calcare le scene. Dimenticano in un batter d’occhio i loro studi faticosi, dimenticano soprattutto ciò che Norberto Bobbio insegnava circa il realismo politico: la formula “Marx inveratore di Machiavelli” qualcosa vorrà pur dire. L’Italia repubblicana può vantare di aver dato i natali al fondatore della politica moderna, Machiavelli appunto. Tutti coloro che hanno sale in zucca sanno che la politica non si giudica con il metro della morale comune. L’azione dei leader politici va analizzata con metodo, sine ira ac studio. Così aveva ragionato per decenni l’intellighenzia di sinistra durante la Prima Repubblica, e così aveva ragionato anche il fior fiore dell’intelligenza liberale: si pensi a Benedetto Croce secondo cui l’onestà in politica è solo e soltanto la capacità politica. Poi ci è piombato addosso il moralismo d’accatto, figlio degenere della questione morale partorita da San Enrico Berlinguer. Il moralismo dei duri e puri a comando, e a corrente alterna. Il moralismo che colpisce il nemico e assolve gli amici. E qui il pensiero corre a un altro grande intellettuale, Cesare Garboli, di cui ricordo gli attacchi feroci contro Bettino Craxi, simbolo del potere governativo e dunque, per definizione, meritevole di condanna. In questi casi avviene una scissione schizofrenica fra l’intelletto capace di produrre opere ragguardevoli e la figura pubblica che si abbandona a vituperi e requisitorie prive di dignità culturale. Detto questo, viviamo in tempi così grami che oggi ci tocca rimpiangere perfino Garboli, l’anti-craxiano moralista per partito preso. Perché oggi la figura dell’intellettuale pubblico è sprofondata nella morta gora. I partiti storici sono scomparsi, ognuno fa parte per sé stesso, e lo spessore culturale del discorso pubblico si è ridotto al lumicino. Gli intellettuali ‘di chiara fama’ sono ormai parte dello star system social-mediatico: sono attori della politica spettacolo che loro stessi condannavano con veemenza quando al governo c’erano Craxi e Berlusconi.
Fatta questa premessa, sia chiaro: quelli di Carlo Ginzburg erano peccatucci veniali. Perché lui, almeno, era animato da una passione civile non comune. E la sua eredità intellettuale resta enorme. Non inferiore, a mio giudizio, a quella lasciata da Umberto Eco, più noto al grande pubblico perché romanziere di successo. Ci vorrebbe un lungo saggio per dimostrarlo. Qui mi limito a un aspetto essenziale, soprattutto per noi liberal-socialisti. Le questioni filosofiche non restano chiuse nelle università. Tracimano, come fanghiglia. Sporcano e infettano la società civile. Oppure la depurano, la sanificano dai bacilli. Ginzburg ha lottano per la depurazione: ha sostenuto, insieme a pochi altri, la tesi per cui anche nelle scienze storiche e nelle materie umanistiche vige il principio della falsificazione popperiana; una teoria è scientifica solo se può essere messa alla prova e, in linea di principio, smentita dai fatti. Quello che affermi, lo devi sia argomentare bene che dimostrare – prove, testi, fonti alla mano. Se non lo fai, esprimi un’opinione come Pierino al Bar. Oppure fai propaganda. Ginzburg ha difeso con ostinazione e rara intelligenza il concetto di verità. E, di conseguenza, la metodologia scientifica capace di cercarla, verificarla, distinguerla dalla menzogna. Insomma: filologia, analisi del testo, critica metodica, studio delle fonti, competenza. Ha respinto gli assalti dei filosofi “postmoderni”, che hanno contribuito a demolire l’idea stessa di verità. Aveva capito meglio di altri cosa significa vivere in un’epoca dominata dal relativismo, ridotto a slogan tirato per i capelli, e dal più nobile politeismo dei valori di cui parlava Weber. Non voleva certo che si tornasse alla Verità assoluta che aveva portato all’Inquisizione, ai gulag e ai lager ecc. Ma gli eccessi sono sempre tossici. In questo senso Ginzburg è stato un anti-Nietzsche d’eccezione: un demolitore accanito di quella massima, tanto celebre quanto devastante, secondo cui «non esistono fatti, ma solo interpretazioni». Da lì, da Nietzsche corretto con qualche spruzzatina di Marx, è scaturita una linea di pensiero torbida che ancor oggi ci perseguita. Il rossobrunismo che avanza in Europa, purtroppo anche in Italia, è figlio di fake news, menzogne sistematiche, manipolazioni storiche. L’idea aberrante che non esistano fatti ma solo interpretazioni oggi si presenta in questa formula: ci sono solo “narrazioni ideologiche” al servizio di potenze e interessi oscuri. Il Risorgimento italiano? È tutta una narrazione ideologica (Garibaldi e i garibaldini fuggirono con l’oro dei Borboni, il Nord era una sanguisuga del Sud d’Italia, valle dell’Eden ecc.). Le teocrazie che scatenano terrorismi e guerre? È tutta una narrazione ideologica dell’Occidente, che ha un bisogno esistenziale: quello di costruirsi un nemico (Osama Bin Laden e il jihadismo inventato e finanziato dagli americani e dai sionisti ecc.). Il sionismo quale aspirazione a una patria ebraica? È tutta una narrazione ideologica colonialista. La nazione ucraina? È tutta un’invenzione ideologica di sapore neonazista: a quelle altitudini esiste solo il mondo russo. E via sproloquiando. Pensiamo proprio alla guerra in Ucraina. Chi pone sullo stesso piano la narrazione russa — cioè propaganda schietta antioccidentale — e la narrazione mainstream dell’Unione Europea – che riconosce all’Ucraina la dignità di nazione indipendente – è un discepolo in sedicesimo del duo Nietzsche-Marx rimaneggiato in salsa popolare, per i gonzi (Marx era capace di analisi e intuizioni geniali). La narrazione russa, infatti, confonde russofonia e russofilia, storia reale e mito imperiale, vittima e aggressore, e accusa la NATO di un attacco ibrido inesistente; la narrazione mainstream dell’Unione Europea, invece, è fondata su fatti accertati, fonti autentiche, metodo scientifico. E proprio per questo è aperta alla falsificazione o smentita mediante un metodo serio – ma solo da noi, in Occidente. La propaganda non è un metodo di falsificazione: è un mezzo di diffusione del falso. E può essere sottoposta a critica pubblica solo nelle democrazie liberali.
E qui salta agli occhi un fatto certo come il sole che sorge: nell’Europa libera la propaganda russa circola liberamente e, al tempo stesso, tutti sono liberi di falsificare/criticare/smentire qualunque idea o teoria; nella Russia putiniana la visione mainstream dell’Unione Europea è proibita, censurata e chi la diffonde rischia il carcere o di finire al camposanto. Ma se esistono solo interpretazioni o narrazioni, e se tutte le interpretazioni/narrazioni si equivalgono, allora anche questo fatto oggettivo si può negare. Le facce toste che negano l’evidenza abbondano: i social media danno parola a legioni di imbecilli. Il problema è che ci sono anche gli imbecilli furbi e in malafede. Oggi, con la rete globale, dove ognuno può cavalcare a briglie sciolte e sciabolare in ogni direzione, tutto è consentito. Si può trasformare l’aggressore in aggredito, l’invasione in autodifesa, la menzogna in “punto di vista”. E allora ci si può inventare la favola di una Russia perennemente invasa dagli stranieri, eterna vittima e mai aggressore. Si può asserire che la libertà delle democrazie europee è falsa, come proverebbe il caso Assange e Wikileaks (caso che invece dimostra l’esatto contrario: Assange violò la legge mettendo a repentaglio la vita di innocenti: non è affatto un eroe della libertà di stampa). Si può asserire che gli oppositori ai regimi tirannici – chiaramente morti ammazzati – sono stati vittime di tragiche fatalità: perché mai un colpo di pistola in testa a un dissidente non potrebbe averlo sparato un rapinatore o un pazzo? Ecco perché dicevo che c’è qualche grumo marxiano nella massima nietzschiana: l’ideologia (= falsa coscienza del reale) inganna, sempre. Quella altrui, ovvio. Coloro che si autoproclamano profeti, infatti, sanno sempre cos’è vero e cos’è falso, senza bisogno di verifiche, di metodi, di confronti, di prove. Basta che loro, gli Unti del Signore, asseriscano una pseudo verità e la ripetano fino allo sfinimento – secondo i dettami della cara, vecchia propaganda.
Viviamo insomma nell’era della post-verità. Di nuovo: a corrente alterna. Andiamoci piano, direbbero certi intellettuali relativisti e saccenti – ma solo nel momento in cui la critica corrosiva li punge sul vivo: eh, no, la nostra vulgata resistenziale (quella cara agli ex comunisti) non è una narrazione: è verità colata. E i veri partigiani, oggi, sono i terroristi di Hamas. Chi non la pensa come noi è un revisionista, leggi: un cripto-fascista. Ora si capisce perché c’è chi, a sinistra, ha abboccato alla teoria dell’Ucraina nazista che sarebbe la testa di ponte della NATO e dell’Occidente brutto e cattivo nell’Eurasia libera. Alla fin fine – quando conviene –, verità e menzogna coesistono, nella palude del non pensiero critico, nel regno oscuro della non verità. Ginzburg era un nemico giurato della post-verità, questo è il suo più grande merito – sia sul piano scientifico che quello quello politico. Le parole d’odio non sono innocue. Sono pietre aguzze in mano agli opinion maker – oggi li chiamano influencer, ma sono vecchie conoscenze: i propagandisti. E prima o poi qualcuno le raccoglie, quelle parole gonfie d’odio, per lapidarti. In questo brodo di coltura marcio nascono teorie aberranti, criminali: apocalittiche, razziste, nazionaliste, violente. Si pensi alla teoria assurda della sostituzione etnica: proprio alcuni italiani la sostengono, ignari del fatto che siamo anzitutto figli della sintesi romano-germanica avvenuta oltre mille anni fa. Il popolo italiano è il più meticcio d’Europa! Non lo si ripeterà mai abbastanza: Carlo Ginzburg ha lavorato con coraggio, resilienza e ingegno sulla ricerca di metodologie capaci di sbugiardare i falsari, smascherare i propagandisti, restituire dignità al fatto concreto, accertabile. Per noi liberal-socialisti un programma politico minimo è essenziale, ma non basta. Un matematico direbbe: il programma è condizione necessaria ma non sufficiente. Occorrono, a monte, una cultura autentica e una metodologia seria e robusta. Noi liberal-socialisti, figli dell’incontro fra grandi correnti di pensiero, figli per molti aspetti dell’Illuminismo, dobbiamo rimanere vigili e critici senza diventare relativisti in senso deteriore. Dobbiamo dubitare senza negare la verità. Dobbiamo ricordare che una posizione antiscientifica non può avere dignità politica fra noi. Se qualcuno sostiene che una certa fisionomia o un certo colore della pelle non appartenga alla nazione italiana, dice una falsità storica e biologica. Una simile idea non può avere cittadinanza nella nostra cultura politica, perché non ne ha neppure a livello scientifico. Se qualcuno promette la “remigrazione” di milioni di individui, dice una cosa non solo immorale, ma impraticabile. Dunque promette una falsità. E chi promette falsità non può appartenere a una comunità che crede nella verità e nel riformismo pragmatico: ovvero in ciò che è, al tempo stesso, giusto e possibile. Lo stesso vale, a sinistra, per chi sogna il reddito universale pagato da Paperon de’ Paperoni, il Paradiso terrestre a debito altrui, l’uguaglianza somministrata per decreto, la realtà abolita o creata per mozione congressuale (sicché, ad esempio, il fascismo si nasconde ovunque, tranne che a casa propria). Anche tutta questa roba è una serie di chimere e di falsità. E non ci appartiene: accende false speranze, manipola le coscienze. Grazie, Carlo Ginzburg, per gli strumenti che ci hai fornito. Continueremo, in politica, la tua lotta per la verità al tempo della post-verità’.

