Al Parlamento europeo l’ora della verità. Non tanto a sorpresa Movimento Cinque stelle, Lega e Avs (quest’ultima non ha partecipato al voto) si sono mostrati contrari ad accelerare il percorso per portare l’Ucraina all’interno della Ue. Il voto potrebbe essere considerato in linea con quello della opposizione dei tre gruppi agli aiuti militari a Kiev. Ma non é neppure così. L’afflato filo putiniano dei tre, che si é manifestato anche ieri nelle parole di Niki Vendola, secondo il quale la popolazione russofoba (in realtà russofona) sarebbe stata provocata con l’abolizione della lingua russa, che in realtà parla lo stesso Zelensky, si é spinto ben oltre, perché Putin non si é detto contrario alla partecipazione dell’Ucraina alla Ue. Dunque chi ostacola l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea é addirittura più oltranzista dello stesso Putin. Più putiniano di lui. Una vergogna che un partito di governo come la Lega assuma tale posizione. Una vergogna che due partiti del cosiddetto campo largo si comportino nello stesso modo. E siccome sull’argomento Fratelli d’Italia, Forza Italia e Pd hanno assunto una posizione univoca, in assonanza con quella della stragrande maggioranza dei paesi europei, ciò comporterebbe un naturale ripensamento sulla coerenza del bipolarismo nostrano. Se la politica estera divide, é inconciliabile una politica comune, e dunque un governo comune. Invece Salvini sta comodamente nell’esecutivo pensando che il Ponte sia più importante della guerra, e Conte, Fratoianni e Bonelli corrono col Pd ritenendo che l’Ucraina non valga, come Parigi, nemmeno una messa. Mentre in Medio oriente spira un vento di reciproche vendette, dall’attentato di Hamas a Gerusalemme, che ha provocato sei morti ebrei, ai missili sparati da Israele a Doha che ha seminato morte tra la delegazione di Hamas impegnata in una trattativa con Tel Aviv, e mentre droni russi sono stati abbattuti nel cielo della Polonia (d’altronde la Polonia faceva parte dell’impero russo che Putin vuole ripristinare) un nuovo, preoccupante vento di guerra si diffonde nel mondo. D’altronde cosa mai ha significato quell’ingente dispiegarsi di forze militari nella piazza di Pechino a cui D’Alema, nelle vesti del convitato di pietra mozartiano, con un contrappasso logico, ha voluto attribuire un significato pacifico? E cos’altro significa quel nome mutato da Trump del dicastero della difesa trasformato in ministero della guerra? Non è possibile tuttavia pensare che il mondo si avvii a una catastrofe nucleare e tendiamo a ritenere che anzi, come é accaduto altre volte in questi ottant’anni, il nucleare ci salverà ancora nella logica della reciproca dissuasione. Restano da definire nuovi rapporti, confini, soluzioni. Fermare Putin dev’essere una priorità. Sarà pur chiaro ormai che, così come non si é limitato alla Cecenia e a due regioni in Georgia, come non si accontenta dei regimi filo russi della stessa Georgia e della Bielorussia e di altri paesi dell’ex Unione sovietica, non si placherà con l’Ucraina. Non sono stati pazzi i governi di sinistra della Svezia e della Finlandia, tradizionalmente neutralisti, a chiedere e a ottenere l’adesione alla Nato. Non è pazzo il presidente polacco Tusk a denunciare molteplici violazioni dello spazio aereo polacco. Il futuro di pace nel mondo non lo si garantisce con le concessioni e i compromessi, ma con la rimozione delle cause e degli obiettivi che hanno determinato le guerre. Se in Medio oriente l’annientamento di Hamas e la sconfitta di Netanyahu sono premesse indispensabili per riavviare un processo di pace che porti al riconoscimento e alla costruzione dei due stati, bloccare Putin e il suo disegno diventa fondamentale per la coesistenza pacifica in Europa. Affondino su questi grandi temi le convergenze governative e non su limitati e marginali problemi nazionali. E ne prendano atto i partiti che ancora lavorano per consolidare un bipolarismo politicamente morto.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


2 commenti
Del Bue ha ragione: il bipolarismo è morto. Ma la verità è che non è mai stato vita: è stato il principio della fine della democrazia, amputata da leggi elettorali che hanno tolto ai cittadini persino la libertà di scegliersi i propri rappresentanti.
Il voto sull’Ucraina lo dimostra in tutta la sua nudità: da un lato Lega, Cinque Stelle e Avs che assumono posizioni persino più oltranziste di Putin; dall’altro FdI, FI e Pd che si muovono con l’Europa. Se i fronti si spaccano proprio qui, sulla politica estera e sulla sicurezza, il resto diventa solo teatro: governi che convivono per calcolo, opposizioni che recitano compattezza ma implodono sui fondamentali.
Eppure, c’è ancora chi continua a evocare il bipolarismo come se fosse la cura: in realtà è solo il cadavere imbalsamato di un inganno istituzionale, esibito in vetrina per non confessare al Paese che il re è nudo.
Seguendo la logica del primo commento, verrebbe spontaneo il dedurre che dovrebbero mettersi insieme FdI, FI e PD, per dar vita ad un nuovo Esecutivo, il che mi sembrerebbe essere piuttosto fantasioso ed irrealistico, anche immaginando a come la penserebbero, e prenderebbero, al riguardo i rispettivi elettori e simpatizzanti.
Le maggioranze che si formano nel dopo voto sono per solito quelle che sostengono i Governi tecnici, i quali hanno di norma una durata temporanea, per far fronte a contingenze, e per lasciar poi posto a Governi politici, quale diretta espressione del voto, secondo il principio regolatore delle nostre istituzioni democratiche.
Posso naturalmente sbagliarmi, ma io credo che non tornino granché gradite, e neppure utili, la cosiddette maggioranze variabili, quali quelle che si formano dopo l’esito delle urne, perché il Paese ha bisogno di stabilità, come, col l’odierno Governo in carica, starebbe adesso dimostrando il favorevole andamento dello spread.
A meno che lo spread sia un parametro che era importante dirimente per far dimettere il Cavaliere, mentre oggi ha invece perso di significato, ma sarebbe la poco simpatica logica del “doppio binario” (resto dell’idea che l’elezione diretta del Primo Ministro, sostenuto da liste elette col proporzionale, metta insieme governabilità e rappresentanza).
Paolo Bolognesi 14.09.2025