Che fine ha fatto la proposta sul salario minimo? La strategia del Governo era chiara sin dall’inizio: parare i colpi e tirare sabbia sugli occhi, per non lasciare alla sinistra un argomento forte per le europee.
Di rinvio in rinvio, dopo il CNEL ora la proposta di delega al Governo, hanno tolto questo dibattito dalle aule parlamentari – dove la proposta era partita e ora lì giace. Poco importa che il lavoro povero sia un problema reale, come pure hanno riconosciuto i burocrati corporativi, perché questo esecutivo è stato eletto per fare altri interessi.
Ed è proprio il complicato groviglio di interessi che spiega come mai l’Italia è il paese europeo dove da anni i salari reali diminuiscono e sopravvivono contratti collettivi da fame. Non faccio discorsi generali, voglio andare su un caso concreto.
Avete presente i riders? Sono forse il simbolo di questi tempi: lavoro nuovo, faticoso, povero, che gioca su marginalità ridicole.
Partiamo dall’interesse dei lavoratori. Tutti vogliono essere pagati di più, avere garanzie di sicurezza sul lavoro (non vogliono essere obbligati a consegnare in situazioni meteo avverse), magari qualche copertura assicurativa e un riconoscimento economico anche di quello che spendono per mantenere i loro mezzo di consegne (generalmente la bici). Sull’inquadramento contrattuale si dividono: alcuni preferiscono rimanere lavoratori autonomi, ed effettivamente le loro condizioni con le piattaforme si inquadrano in questa maniera, perché così “guadagnano di più”; altri invece vogliono che gli sia riconosciuto il loro status di dipendenti. C’è un dibattito!
Sappiate che i riders sono generalmente sotto qualsiasi ipotesi di salario minimo. E quello non è da considerarsi un “lavoretto” ma è il futuro modello di logistica urbana. Ma c’è un contratto collettivo? Certo che c’è e qui veniamo all’interesse delle imprese.
Quelle imprese che si sono riunite attorno alla sigla di Assodelivery, che aderisce a Confcommercio, hanno firmato un contratto collettivo di comodo con l’UGL (il sindacato dell’MSI per intenderci). Dico di comodo perché è palese che l’UGL non sia minimamente rappresentativa del settore; provate ad andare a dire a quei lavoratori – migranti in stragrande maggioranza – che sono rappresentati dai nostalgici del PNF… Una cosa talmente palese che infatti i giudici hanno iniziato a disapplicarlo proprio per mancanza del requisito della “rappresentatività”. Cosa che ora ha costretto Assodelivery a mettersi al tavolo con Cgil, Cisl e Uil.
E veniamo all’interesse dei sindacati. Per decenni, e ancora oggi, i tre sindacati confederali hanno giocato attorno a questo termine – “comparativamente più rappresentativo” – per cucirsi addosso le regole. Per intenderci: non esiste legge sulla rappresentanza che dia dei criteri chiari su che cosa significhi, ma esistono protocolli, prassi, e astrusi meccanismi di calcolo, che di fatto consegnano questa medaglia proprio ai tre sindacati confederali.
Cgil, Cisl e Uil hanno vissuto di rendita grazie a questa tradizione. Di rendita perché chi conosce il mondo del lavoro sa che la loro rappresentatività reale è drasticamente calata. Bisogna dire ad eccezione della Uil, che ha registrato un incremento degli iscritti, ed è entrata in alcune realtà storicamente impermeabili al sindacato (penso alla Technogym). In ogni caso, il disinteresse dei lavoratori e il crescente protagonismo dei sindacati di base, ha sicuramente eroso la rappresentatività dei confederali.
Dunque, questa “rappresentatività” vedo-e-non-vedo funzionava nel secolo scorso, ma oggi che tanti meccanismi si sono rotti non funziona più: perché se non sei rappresentativo i sindacati di base te la fanno pagare, perché gli imprenditori si fanno i loro contratti di comodo (anche detti “contratti pirata” ma secondo me il termine non rende) oppure ancora non applicano nessun contratto collettivo, perché ricordiamoci che non è mica obbligatorio…
Sono rimasti solo i giudici a farla funzionare, questa rappresentatività di rendita, come nel caso in specie, e come nella giurisprudenza consolidata per cui se un lavoratore ricorre contro un contratto da fame, il giudice sostanzialmente applica le tariffe di quelli di Cgil Cisl e Uil. Questo sempre che non siano Cgil, Cisl e Uil stessi a firmare contratti da fame – è il caso del contratto dei servizi fiduciari, per cui addirittura la Cassazione si è appellata al generico principio dell’art. 36 della Costituzione (la “giusta retribuzione”) fissando più in alto il salario, di sua iniziativa.
Lo hanno chiamato “salario minimo costituzionale” ma non è così: un diritto costituzionale è qualcosa che hanno tutti, questo salario minimo invece ce l’ha solo il lavoratore che ricorre al giudice. Ma potremo lasciare che la politica del lavoro la facciano i giudici? Potremo permettere che solo i lavoratori poveri che decidono di pagarsi un avvocato – non si sa con quali risorse – possano avere una giusta retribuzione?
I sindacalisti che hanno mantenuto una onestà intellettuale hanno coscienza del problema, e infatti chiedono una legge sulla rappresentanza. Il concetto è: fissiamo delle regole chiare, uguali per tutti, con cui si decide che un sindacato è rappresentativo, e sulla base di quelle applichiamo i contratti collettivi a tutti i lavoratori. Basta fare i giochi di prestigio, basta aspettare i giudici!
Questo lo ripete sempre il Segretario Landini, che si appella spesso alla Costituzione, e che dovrebbe riconoscere ancora più spesso che questo criterio c’è già ed è proprio l’articolo 39: è il criterio democratico che difendeva Di Vittorio, per cui i sindacati si “registrano” certificando i propri iscritti, e quelli con la maggioranza degli iscritti di un settore firmano contratti collettivi che si applicano a tutti i lavoratori. Un articolo fino ad oggi inapplicato, per motivi che noi di Adesso! abbiamo spiegato, ma che sarebbe la soluzione ideale. Così si estendono non solo i “salari minimi” ma anche tutti gli altri diritti!
I sindacati devono pretendere l’applicazione di questo articolo per uscire dall’angolo in cui li ha messi Giorgia Meloni, che alla sua UGL tiene moltissimo, e che non avvallerà mai un criterio pienamente democratico nella misurazione della rappresentanza perché altrimenti i sindacati particolarmente amici delle imprese sarebbero i primi a sparire. Qualsiasi altra escamotage, una legge o l’ennesimo protocollo, o ancora peggio quello che si prepara a fare il Governo parlando di “minimi retributivi contrattuali della categoria più affine”, sarà solo l’ennesima conferma dello status quo.
Lo status quo non è più nell’interesse generale. L’Italia ha bisogno di aumenti salariali ed estensione dei diritti, perché così aumentano i consumi, diminuisce la conflittualità, e il mondo delle imprese avrebbe regole certe su cui costruire le proprie strategie di sviluppo.
L’art.39 è una battaglia contro gli interessi corporativi, che a questo punto, fallita la proposta delle opposizioni e l’impatto dello sciopero generale, potrebbe salvare tutti.

