Nel 2005 gli italiani hanno celebrato per la prima volta il Giorno del Ricordo, dedicato agli italiani della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia che furono torturati, assassinati e gettati nelle fenditure carsiche (foibe) dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della Seconda guerra mondiale.
Il 25 luglio 1943, con la storica riunione del Gran Consiglio del Fascismo, il regime fascista di Mussolini aveva decretato il proprio fallimento; ne erano seguiti lo scioglimento del Partito fascista, la resa dell’8 settembre, lo sfaldamento delle nostre Forze Armate. Nei Balcani, e particolarmente in Croazia e Slovenia, le due regioni balcaniche confinanti con l’Italia, il crollo dell’esercito italiano aveva fatalmente coinvolto le due capitali, Zagabria (Croazia) e Lubiana (Slovenia). In questi territori avevano avuto il sopravvento le forze politiche comuniste guidate da Josip Broz, nome di battaglia “Tito”, che avevano finalmente sconfitto i famigerati “ustascia” (i fascisti croati agli ordini del dittatore criminale Ante Pavelic), e i “domobranzi”, ragazzi di leva sloveni, chiamati alle armi da Lubiana a partire dal 1940, allorché la Slovenia era stata incorporata nell’Italia divenendone una provincia autonoma.
La prima ondata vendicativa di violenza contro gli italiani esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si scagliarono contro i fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza, imponendo un’italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali.
Con il crollo del regime – siamo ancora alla fine del 1943 – gli italiani, fascisti e non solo, vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe. In questa fase, morirono, si stima, circa un migliaio di persone.
Durante il fascismo l’italianizzazione della Dalmazia e della Venezia Giulia venne perseguita attraverso una serie di provvedimenti aventi forza di legge, come l’italianizzazione della toponomastica e dei nomi propri, e la chiusura delle scuole bilingui.
Tito e i suoi,all’epoca fedelissimi di Mosca, iniziarono la loro battaglia di (ri)conquista di Slovenia e Croazia – di fatto annesse al Terzo Reich – senza celare l’intento di impadronirsi non solo della Dalmazia e della penisola d’Istria (dove c’erano borghi e città con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia), ma di tutto il Veneto, fino all’Isonzo.
Fino alla fine di aprile del 1945, i partigiani jugoslavi erano stati contenuti dai tedeschi, che avevano dominato Serbia, Croazia e Slovenia con il pugno di ferro (stragi, rappresaglie, paesi incendiati e distrutti). Ma con il crollo del Terzo Reich nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito, irreggimentati nel IX Korpus, e la loro polizia segreta, l’OZNA (Odeljenje za Zaštitu NAroda, Dipartimento per la Sicurezza del Popolo), che perseguirono l’obiettivo di occupare i territori italiani.
Nella primavera del 1945, infatti, l’esercito jugoslavo occupò l’Istria (fino ad allora territorio italiano, e dal 1943 della Repubblica Sociale Italiana) e puntò verso Trieste, per riconquistare i territori che, alla fine della Prima guerra mondiale, erano stati negati alla Jugoslavia.
Gli jugoslavi si impadronirono di Fiume e di tutta l’Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani senza assicurarsi la città, il porto e le fabbriche di Trieste. La Divisione Neozelandese del generale Freyberg, infatti, entrò nei sobborghi occidentali di Trieste il 1° maggio 1945, mentre la città era ancora formalmente in mano ai tedeschi, che, asserragliati nella fortezza di San Giusto, si arresero il 2 maggio, impedendo in tal modo a Tito di sostenere di aver “preso” Trieste. La rabbia degli uomini di Tito si scatenò allora contro persone inermi.
Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra; altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime di quei pochi mesi furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila.
Al di là del numero di vittime noto ai tempi del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, pari a 2.500 deportati e 7.500 scomparsi, gli italiani uccisi brutalmente nelle foibe e massacrati nei lager di Tito, com’è emerso in seguito, furono almeno 20.000 e gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250.000.
In particolare, a Fiume, l’orrore fu tale che la città si spopolò: interi nuclei familiari raggiunsero l’Italia ben prima che si concludessero le vicende della Conferenza della pace di Parigi (1947); entro la fine del 1946, 20.000 persone avevano lasciato la città, abbandonando case, averi, terreni.
Con la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947, alla conferenza di Parigi, venne deciso che l’Italia avrebbe consegnato alla Jugoslavia numerose città e borghi a maggioranza italiana, rinunciando per sempre a Zara, alla Dalmazia, alle isole del Quarnaro, a Fiume, all’Istria e a parte della provincia di Gorizia.
La Jugoslavia poté confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, con l’accordo che sarebbero poi stati indennizzati dal governo di Roma (risarcimento che ancora si rivendica). Molti degli esuli emigrarono in Sud America, in Australia, in Canada e negli Stati Uniti; tanti riuscirono a sistemarsi non senza difficoltà in Italia, nonostante la scelta politica dell’epoca di minimizzare la portata della diaspora.
Solo dopo il 1989, dopo la caduta del muro di Berlino, il silenzio sulla tragedia degli italiani della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia iniziò a diradarsi.
Il 3 novembre 1991 l’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga si recò alla foiba di Basovizza. Successivamente la RAI mandò in onda la fiction Il cuore nel pozzo, sul tema. In seguito, l’ 11 febbraio 1993, il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, si recò, in omaggio ai caduti, al sacrario di Basovizza.
Infine, il Parlamento, approvata la legge n. 92 del 30 marzo 2004 (detta “legge Menia”, dal nome del deputato di Alleanza Nazionale, triestino, Roberto Menia, che l’ha proposta), ha istituito il “Giorno del Ricordo”, per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
Da allora, si sono susseguite inevitabili, accese dispute politiche fra i sostenitori e i detrattori della ricorrenza in questione, che hanno coinvolto, nel 2007, persino il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, il Presidente della Croazia Stipe Mesic’ e il Presidente della Slovenia Janez Drnovsek, tutti allora in carica. Il problema, ovviamente, è che fra gli italiani trucidati vi erano efferati criminali fascisti ma anche italiani comuni, privi di particolari connotazioni politiche o responsabilità personali accertate, e quindi il discorso diventa delicato. Purtroppo, i crimini che hanno connotato le Guerre Mondiali continuano a ripetersi nel mondo: crudeli massacri di esseri umani inermi, grandi disperati esodi…è il male che assume sembianze umane. Da ogni parte, ciascuno, alla fine delle guerre poi commemora legittimamente i propri caduti, dai numeri sempre impressionanti. Che dire…si tratta di vite umane: è il caso di chiedersi ancora: che valore diamo alla vita? E’ il caso di accettare che qualche essere follemente crudele determini il destino e le sofferenze di un popolo?
Figli dei fiori, tornate fra noi: vogliamo fare l’amore non la guerra!
Nota. Alla tragedia delle foibe, l’autore, Luciano Garibaldi, giornalista e storico, fonte di dati per il presente articolo, ha dedicato, assieme a Rossana Mondoni, quattro libri editi dalle edizioni Solfanelli: Venti di bufera sul confine orientale, Nel nome di Norma, (dedicato al ricordo di Norma Cossetto, studentessa triestina tra le prime vittime della violenza rossa), Il testamento di Licia (approfondito dialogo con la sorella di Norma Cossetto), e Foibe, un conto aperto.
Comunicato stampa. Sabato 8 febbraio alle ore 18,00 presso la Chiesa di San Nicolò nel Centro Storico di Reggio Emilia sarà officiata dal Reverendo Don Franco Ranza una Santa Messa in suffragio degli Italiani barbaramente trucidati dalle milizie comuniste jugoslave di Tito e degli Italiani tristi protagonisti dell’esodo giuliano-dalmata.
La celebrazione è organizzata nell’ambito del Coordinamento locale per la Giornata del Ricordo, commemorazione istituita con legge della Repubblica Italiana nel giorno dieci Febbraio, anniversario della firma nel 1947 a Parigi dei Trattati di pace tra l’Italia e le nazioni considerate vincitrici della Seconda Guerra mondiale, tra cui la Jugoslavia, che consegnarono al dittatore Tito i territori italiani di Fiume, Zara, Istria, Dalmazia e Terre Giulie.


2 commenti
Come ebbi a scrivere per l’Editoriale del Direttore, in data 3 febbraio, anche queste righe mi sembrano configurarsi quale lodevole esempio del modo in cui, sul piano politico, si possano fare i conti con la propria storia.
Paolo Bolognesi 08.02.2025
Anche la Repubblica non si comportò bene nei loro confronti, lasciandoli per decenni nei “capi profughi”.