di Daniele Fichera
Benché i risultati delle più recenti elezioni nazionali abbiano fornito segnali contrastanti (alla vittoria del populista Wilders in Olanda ha fatto da contrappeso quella dell’europeista Tusk in Polonia) molti osservatori prevedono che le tradizionali forze politiche democratiche europeiste (popolarsi, socialisti e liberali) usciranno fortemente ridimensionate dalle elezioni europee della prossima primavera.
In effetti, si ha l’impressione che le grandi famiglie democratiche europeiste affrontino la consultazione come una somma di competizioni nazionali in cui ciascun partito nazionale va sostanzialmente per conto suo; la dimensione “continentale” della loro agenda politica sembra limitarsi ad una pallida difesa dell’esistente, incarnata dalla figura competente ma non proprio trascinante di Ursula Von Der Leyen.
Al contrario i populisti di destra e di sinistra potrebbero sviluppare una campagna in cui la dimensione continentale potrebbe avere paradossalmente molto più rilievo, anche se in negativo. La grande tematica identitaria che identifica le destre europee, cioè la difesa della sicurezza personale dei residenti di fronte ai flussi migratori, si può infatti facilmente declinare in chiave di critica all’Unione Europea, accusata di essere incapace di adottare politiche contenimento dei flussi. Similmente la tematica identitaria delle sinistre radicali, la difesa della sicurezza sociale di fronte all’impatto della globalizzazione finanziaria, può essere tradotta nell’accusa al “governo europeo” di essere poco più che il “comitato d’affari” del turbocapitalismo mondiale. Leadership e basi militanti dei due populismi sono incompatibili (e ciò rende improbabile che formino una maggioranza alternativa) ma il loro successo indebolirebbe ulteriormente la già scarsa capacità della coalizione democratica di fronteggiare una fase di per sé notevolmente complessa resa addirittura drammatica dalla minaccia dell’imperialismo russo e del terrorismo integralista islamico.
Il problema è che le domande cui i populisti danno risposte demagogiche e inconsistenti (oltre che sbagliate) sono domande che hanno comunque un fondamento ed alle quali le grandi forze europeiste non sembrano in grado di dare risposte che siano comprensibili e convincenti per larghi strati dell’opinione pubblica. Si piò ribadire mille volte il valore della libera circolazione delle persone, ma si dovrebbe essere consapevoli che né l’Europa né nessun altro sono in grado di accogliere i flussi migratori che le dinamiche demografiche e l’instabilità sociale possono generare dai paesi del continente africano. Parimenti sui può ribadire mille volte il valore della libera circolazione di capitali e merci, ma si dovrebbe essere consapevoli che la concorrenza che proviene dallo sfruttamento del lavoro e dalla enorme disponibilità di capitali di investimento nel continente asiatico è sempre più difficilmente sostenibile dal sistema produttivo europeo.
Di fronte a queste sfide, nel migliore dei casi, le leadership europeiste praticano una politica di adattamento pragmatico; reso peraltro molto spesso inefficace dai contrasti tra gli interessi nazionali (e dai vincoli “ideologici” delle forze politiche) e sovente gestito al peggio dalla tecnoburocrazia autoreferenziale della Commissione. Per ragioni diverse nessuna delle tre grandi famiglie sembra in grado di proporre un messaggio chiaro e univoco a livello continentale su cui mobilitare l’elettorato: i popolari soffrono la fase difficile che sta attraversando il partito di riferimento (la CDU-CSU è scesa sotto il 25% nelle elezioni del 2021 ed è fuori dal governo), i “liberali” sono un insieme disomogeneo e il “socialismo europeo” è, purtroppo, ormai poco più di un ectoplasma che di fatto trova sostanzialmente riscontro solo in Germania e Spagna (con declinazioni programmatiche e di alleanze molto diverse).
In Italia la situazione è anche peggiore visto che nessuno dei partiti maggiori può essere (al di là delle appartenenze formali di PD e Forza Italia) effettivamente ricondotto ad una delle tre tradizioni. Tuttavia questa potrebbe non essere una disgrazia visto che lascia il campo libero per sperimentare innovazioni politiche che affrontino le nuove sfide raccogliendo il meglio delle tre tradizioni senza essere eccessivamente condizionate da retaggi identitari novecenteschi. Il cuore di un progetto innovativo dovrebbe essere proprio quello di identificare, fin dall’inizio, il livello continentale come l’unico al quale possano essere costruite risposte sensate alle domande cui i populisti (nazionali) danno risposte insensate.
Dubito che possa effettivamente accadere, ma siamo all’inizio dell’anno e sperare non costa nulla.

