di Vicky Amendolia (segreteria Socialdemocrazia)
Paolo Mendico aveva quattordici anni. La sua morte non è il gesto insondabile di un adolescente fragile, ma la conseguenza sillogica di una catena di omissioni. Chiamarla “suicidio” consola gli adulti; chiamarla per ciò che è – un omicidio sociale – restituisce proporzione alle responsabilità. La parola “bullismo” anestetizza: traveste la violenza quasi da marachella, promuove il carnefice a “monello”, toglie dignità alla vittima, facendola sembrare un soggetto debole, quasi un personaggio da deridere, perché troppo “sensibile”.
Zygmunt Bauman ha descritto la deriva di una società liquida che perde i punti fermi: quando la norma evapora, l’aggressività diventa linguaggio di appartenenza¹. Pierre Bourdieu ha mostrato che la violenza non è solo pugno: è violenza simbolica, marchio quotidiano che declassa il “diverso” a materiale di scherno². Elliot Aronson ha spiegato come il branco moltiplichi la crudeltà dissolvendo la responsabilità individuale³. Hannah Arendt ha messo a fuoco la banalità del male: il male fiorisce dove l’autorità si volta, i protocolli assorbono le urla e le procedure sostituiscono il coraggio⁴.
Paolo è stato scelto come bersaglio perché non era allineato alla mediocrità comune: gusti, sensibilità, stile, modelli di comportamento etici e morali. In un luogo che avrebbe dovuto custodirlo – la scuola – è diventato bersaglio. Qui si annidano le colpe: genitori dei persecutori che hanno allevato delinquenti in erba e, sotto molteplici profili, complici del figlio; docenti e dirigenti che hanno minimizzato, rinviato, archiviato; istituzioni che hanno scritto norme e poi le hanno lasciate marcire nella prassi; stampa che ha addolcito tutti questi episodi sotto l’etichetta “bullismo”, seguendo il “politically correct”. Questa non è opinione: è dinamica osservata, misurata, replicata.
Durkheim, già in L’educazione morale (1902-1903), avvertiva che i sentimenti morali non nascono nell’individuo ma dalla società, e che solo la scuola può trasmetterli e renderli vivi¹⁰. Quando questa funzione viene tradita, non restano giovani cittadini, ma ragazzi smarriti, privati di quella coscienza collettiva che dovrebbe sostenerli. Ed è qui che la responsabilità diventa colpa sociale.
La pericolosità sociale del fenomeno del bullismo (per meglio dire, dei baby delinquenti) è sconvolgente. I dati longitudinali sono brutali. Nella Cambridge Study in Delinquent Development, 411 ragazzi londinesi seguiti fino a 50 anni: il mettersi a fare i bulli a 14 anni ha predetto condanne per reati violenti tra i 15 e i 20 anni, violenza autoriferita a 15–18, status lavorativo basso a 18, uso di droghe a 27–32 e, a 48 anni, una vita dichiarata “non riuscita”, anche controllando per fattori di rischio dell’infanzia⁵. In sintesi: meno bullismo, meno violenza adulta.
La coorte finlandese del 1981 (2.551 ragazzi seguiti da 8 a 20 anni) fotografa la stessa traiettoria: la minoranza che a 8 anni bullizzava frequentemente – appena l’8,8% – ha generato da sola un terzo di tutti i reati giovanili in quattro anni. I “frequent bullies” hanno avuto odds di reati violenti circa 3,7 volte superiori ai coetanei non coinvolti; i bully-victims circa 2,8 volte. Anche i reati contro il patrimonio e alla guida aumentano nettamente nei bulli abituali⁶. Non sono capricci: è cristallizzazione di carriera antisociale.
Sul piano macro, analisi su 117 campioni nazionali HBSC (1994–2006) collegano la prevalenza del bullismo alla violenza sociale di contesto, fino all’indice di omicidi: dove cresce la disuguaglianza di reddito, crescono sia chi bullizza sia chi subisce e parte del legame corre proprio attraverso differenze nazionali nei tassi di omicidio⁷. Il bullismo non è un temporale locale: è un clima tempestoso e distruttivo.
E il gradiente più cupo: ideazione omicida. Uno studio longitudinale recente su preadolescenti (2019–2021) mostra un rapporto bi-direzionale tra perpetration/victimization e ideazione omicida: chi è dentro il circuito del bullismo, da carnefice o da vittima, alimenta e viene alimentato da fantasie letali⁸. Un circuito che lo Stato dovrebbe spezzare subito, non contemplare.
Il diritto italiano offre alcuni strumenti, ma sono lame spuntate se nessuno le impugna. Art. 2048 c.c.: i genitori rispondono dei danni causati dai figli minori salvo prova liberatoria; art. 2047 c.c.: responsabilità anche per il minore incapace. Sul penale, art. 571 c.p. (abuso dei mezzi di correzione), art. 572 c.p. (maltrattamenti) e la struttura del reato omissivo improprio consentono di colpire chi aveva l’obbligo giuridico di impedire un evento dannoso e non lo ha fatto. La Cassazione ha già affermato responsabilità di genitori che, pur potendo, non hanno fermato le condotte violente dei figli e forse le hanno perfino ingenerate⁹.
Ma il discorso non si esaurisce nei tribunali. Docenti e dirigenti non sono spettatori: hanno in custodia minori. Archiviare segnalazioni, rinviare provvedimenti, sminuire aggressioni come “ragazzate” è azione per omissione. Chi abdica a questo dovere deve risponderne anche penalmente. Senza tutela effettiva, ogni protocollo è un atto notarile della violenza.
Conclusione logica: se l’adolescente che aggredisce oggi è il recidivo di domani e, troppo spesso, il violento adulto – come mostrano le coorti britanniche, finlandesi e studi statunitensi – allora lo Stato che non interviene subito è coautore della futura statistica criminale. L’ordinamento va irrigidito: introdurre un reato autonomo di omessa vigilanza educativa (per i genitori che tollerano o non impediscono condotte violente dei figli o le hanno in qualche modo ingenerate) e un reato speculare di omessa tutela scolastica (per docenti e dirigenti che, avvisati, non intervengono in modo tempestivo, proporzionato, tracciabile). Senza questa cerniera, si continuerà a chiamare “suicidio” ciò che è una condanna firmata con timbri e silenzi.
Paolo non è morto “di bullismo”. È stato ucciso da genitori che non hanno educato i suoi torturatori, da scuole che non hanno protetto, da istituzioni che non hanno fatto valere la legge, da una cultura, oggi più che mai fin troppo diffusa, che trasforma la prepotenza in spettacolo e la differenza in colpa. Gli studi dicono che la traiettoria era prevedibile. Proprio per questo è imperdonabile.
Note bibliografiche
- Bauman, Liquid Modernity, Polity Press, Cambridge 2000.
- Bourdieu, La domination masculine, Seuil, Paris 1998.
- Aronson, The Social Animal, Worth Publishers, New York 1972 (ed. it. L’animale sociale, Zanichelli, Bologna).
- Arendt, Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, Viking Press, New York 1963 (ed. it. La banalità del male, Feltrinelli, Milano).
- P. Farrington et al., The Cambridge Study in Delinquent Development, vari report, 1961-2006.
- Sourander et al., “Childhood Bullies and Victims and Their Risk of Criminality in Late Adolescence”, Arch. Pediatr. Adolesc. Med., 161(6), 2007.
- Due et al., “Bullying and Health Outcomes Across Countries”, J. Adolesc. Health, 2009.
- Hinduja, J.W. Patchin, “Bullying, Cyberbullying, and Suicide”, J. Adolesc. Health, 2019–2021.
- civ., sez. III, 9 maggio 2016, n. 9379, in tema di responsabilità dei genitori per omessa vigilanza.
- É. Durkheim, L’éducation morale (Cours 1902-1903, a cura di P. Fauconnet, 1925; ed. it. L’educazione morale, La Nuova Italia, Firenze 1972).

