Padre dell’Art Nouveau, precursore dell’arte grafica contemporanea, pubblicitario, fervente nazionalista slavo, impegnato politicamente e spiritualmente nei fatti e nella cultura del “Secolo Breve”, Alfonse Mucha non meritava di essere arrestato dalla Gestapo nel 1939 e di morire, solo e rabbuiato, nella sua amata Praga in un caldo pomeriggio d’estate.
“L’arte svolge un ruolo fondamentale nella crescita spirituale dell’uomo: eleva lo spirito umano attraverso l’armonia e la bellezza, verso una moralità superiore”
Così diceva Alphonse, e in questo ha creduto tutta la vita. E ne ha lasciato abbondante testimonianza. La mostra in corso a Roma gli rende ampiamente giustizia. Curata dai mirabili Tomoko Sato, Elizabeth Brooke, Annamaria Bava, sotto la direzione scientifica di Francesca Villanti, l’esposizione multisensoriale allestita nel magnifico Palazzo Bonaparte, a ridosso di Piazza Venezia, è un viaggio nella storia del ‘900, nella Bellezza e nell’animo fiorito di Mucha.
Sosteneva che quando un artista prova un’emozione forte, sente il desiderio di condividerla con gli altri. Per lui la creazione di un’opera d’arte era un processo di ordine che nasce dal caos, in cui tutti gli elementi si riuniscono per esprimere l’emozione. “In arte si deve mantenere la semplicità e la chiarezza. Se una scena può essere espressa da una sola persona, non c’è bisogno di introdurne altre. Se un’emozione può essere espressa con il movimento di un braccio, non è necessario muovere entrambe le braccia. Se il movimento di un dito è sufficiente per esprimere un’emozione, non bisogna mai muovere l’intero braccio, e se un’espressione dell’occhio spiega sufficientemente questa emozione, non è necessario muovere altre parti del corpo“, sosteneva.
La mostra svela aspetti ancora poco conosciuti ai più, di questo eclettico artista. Ad esempio, la sua passione per la fotografia. Mucha metteva in posa persino suo figlio, fino allo sfinimento, per scattare le fotografie in diverse posizioni, che trasponeva poi meticolosamente nelle sue composizioni su una griglia a quadratini. La fotografia fu parte integrante della sua vita: immortalava il soggetto da punti di vista insoliti anticipando le idee che sarebbero state sviluppate solo più tardi dai pionieri della fotografia modernista.
O ancora, che dire del suo enorme contributo allo sviluppo del phonofilm? Nel 1927 il suo manifesto per il “De Forest Phonofilm, Bio Adria” rappresentò un significativo punto d’incontro tra l’arte tradizionale e l’innovazione tecnologica, agli albori del cinema sonoro. L’americano Lee De Forest aveva sviluppato il rivoluzionario sistema (il Phonofilm, appunto) che permetteva la registrazione diretta del suono sulla pellicola. A Mucha fu commissionato questo manifesto proprio per promuovere la presentazione dei primi film sonori al Bio Adria di Praga.
E come tralasciare il suo forte spiritualismo? Nella mostra di Palazzo Bonaparte sono esposte le opere consacrate dal maestro al Padre Nostro, la preghiera simbolo dei cristiani. Sotto l’influenza del suo amico Strindberg, e divenuto massone per affiliazione alla loggia parigina del Grande Oriente di Francia, Mucha sviluppa un profondo interesse per il misticismo, l’occultismo e la teosofia. Questa dimensione spirituale trova la sua massima espressione in Le Pater, volume illustrato pubblicato a Parigi il 20 dicembre 1899 in 510 copie numerate. Mucha concepisce la preghiera del “Padre Nostro” come messaggio alle generazioni future sui progressi del genere umano. Presenta la sua interpretazione in sette serie di tre tavole decorative, per accompagnare il lettore nella ricerca dell’Ideale Divino. Era lui, del resto, a sostenere che
“La missione dell’artista è quella di insegnare al popolo ad amare la bellezza”
Per questo, sapientemente, gli allestitori della mostra hanno voluto accostare alle sue opere quelle altrettanto meravigliose di Botticelli. A Palazzo Bonaparte, infatti, si può ammirare anche la Venere, prestata dalla Galleria Sabauda di Palazzo Reale di Torino, che richiama una delle opere più celebri del Rinascimento italiano, La nascita di Venere, conservata alla Galleria degli Uffizi. Nella versione torinese Botticelli opera una decontestualizzazione della scena e la dea, incarnazione dell’amore e della bellezza, emerge da uno sfondo scuro poggiando i piedi su un parapetto in pietra, come se si trattasse di una scultura che prende vita in uno spazio intimo e sospeso. Eleganza, grazia, raffinata modulazione chiaroscurale degli incarnati, contorni netti e marcati e un deciso segno grafico sono caratteristiche tipiche dello stile di Botticelli e trovano qui piena espressione nel volto di Simonetta Vespucci, musa di Giuliano de’ Medici, celebrata in vita per la sua bellezza senza pari. Se la grazia e la delicatezza della Venere di Botticelli incarnano l’ideale rinascimentale di bellezza e armonia, simili virtù estetiche trovano una sorprendente eco moderna nell’arte di Alphonse Mucha che attraverso linee sinuose, raffinata ornamentazione e figure femminili idealizzate, celebra l’eleganza e la seduzione in un linguaggio grafico pienamente contemporaneo. Così, se in Botticelli la dea è simbolo di armonia cosmica e di perfezione morale, in Mucha le figure femminili, spesso presentate come muse, allegorie delle stagioni, personificazioni di virtù o forze naturali, assumono lo stesso ruolo catalizzatore, incarnando un principio di ordine universale e di rigenerazione estetica.
E le donne furono per Mucha muse e fonte di continua ispirazione. Arrivato a Parigi a fine ‘800, Alphonse Mucha si immerge nel vivace panorama artistico della capitale francese. Illustratore di libri e riviste, tesse relazioni con figure del calibro di Gauguin e Strindberg, mentre forgia silenziosamente un linguaggio artistico destinato a rivoluzionare la comunicazione visiva. Ma la svolta decisiva nella carriera di Mucha avviene nel 1894 con l’incontro con Sarah Bernhardt. L’illustratore, fino ad allora sconosciuto nel campo pubblicitario, riceve dalla “Divina” l’incarico di creare il manifesto per Gismonda. Svelata a Capodanno del 1895, questa sua prima locandina conquista immediatamente Parigi. Il clamoroso successo spinge la Bernhardt a offrirgli un contratto di sei anni come disegnatore e direttore artistico. Da allora Mucha non si limita ai manifesti, ma crea anche costumi, gioielli e scenografie, realizzando altre sei affiche che consacreranno Sarah Bernhardt come icona imperitura.
In mostra sono esposte anche le altre locandine dedicate alla “Divina”: strabilianti quelle della Médée, tragedia in tre atti composta nel 1898 da Catulle Mendès, andata in scena per la prima volta il 28 ottobre 1898 a Parigi. L’interpretazione di Sarah Bernhardt fu acclamata per potenza drammatica. E lo stesso pathos che Mucha riesce a trasmettere nel suo manifesto. Allora Mucha realizzò anche i gioielli di scena, tra cui il bracciale a forma di serpente che si vede nel manifesto. Tra le altre locandine celebri, si offre al visitatore anche quella de La Dame aux Camélias, spettacolo adattato nel 1852 dal romanzo di Alexandre Dumas figlio pubblicato nel 1848, ispirato alla reale storia d’amore di Marie Duplessis, celebre cortigiana parigina. Pochi anni dopo, Giuseppe Verdi saprà farne una trasposizione sublime, in musica, con La traviata.
E dai primi incarichi, il passo fu breve a divenire ammirato pioniere del branding moderno. Le iconiche figure che dominano le sue composizioni incarnano una visione rivoluzionaria di femminilità e sono portatrici di libertà e dignità fino ad allora negate. L’eccezionale intuizione dell’artista è quella di scegliere un’immagine unica sia per le confezioni sia per i manifesti, creando così un messaggio pubblicitario uniforme e aumentandone la visibilità sul mercato. Questa ripetizione sistematica della stessa immagine su diversi supporti fa sì che il prodotto pubblicizzato si imprima nella mente del consumatore. Mucha anticipa così un principio fondamentale della comunicazione pubblicitaria moderna, oggi ampiamente utilizzato nei media contemporanei, dalla televisione ai social media.
Una vocazione per l’ambito pubblicitario che non toglie luce alcuna all’impegno politico di Mucha.
Durante uno dei suoi viaggi americani, Mucha incontra Charles Richard Crane, ricco imprenditore e appassionato slavofilo che, colpito dalla sua visione di un’Europa rinnovata, decide di sostenerlo finanziariamente. Questo incontro decisivo permette all’artista di dedicarsi al progetto che considera la missione della sua vita: mettere l’arte al servizio della propria patria e dell’intero popolo slavo.
Nasce così l’Epopea Slava, un monumentale ciclo pittorico composto da venti imponenti tele (la più grande misura oltre sei metri per otto) che narrano i momenti fondamentali della storia slava dal III al XX secolo. L’opera non è solo un tributo artistico, ma un vero e proprio messaggio messianico che invita gli slavi a trarre insegnamento dalla propria storia per conquistare libertà e progresso. Questa straordinaria testimonianza di arte e storia fu presentata per la prima volta a Praga nel 1928, in occasione del decimo anniversario dell’indipendenza cecoslovacca dal dominio austro-ungarico. Durante l’occupazione nazista, le tele vengono nascoste per sottrarle alle requisizioni. Fu, insomma, un’altra affermazione del suo profondo sentire. Mucha infatti dichiarava spesso:
“L’arte è l’espressione dei nostri sentimenti più intimi”
E di questa convinzione di lascia mirabili testimonianze, a disposizione di chi visiterà la mostra romana.
Una mostra che è cronistoria di quanto ancora siano vitali le sue opere, e vive. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, quando Mucha si spense, la sua arte sembrava destinata all’oblio. Nonostante la fama internazionale raggiunta a inizio secolo, nei decenni successivi il mondo si era completamente dimenticato di lui. Fu solo negli anni ’60 che il suo genio riemerse prepotentemente. La svolta avvenne nel 1963, quando il Victoria and Albert Museum di Londra organizzò una grande mostra che riaccese l’interesse per il maestro ceco. I manifesti di Mucha divennero ben presto i più venduti nei negozi di riproduzioni d’arte e decorarono le pareti delle case della Swinging London.
L’influenza di Mucha si diffuse rapidamente in tutta la cultura pop degli anni ’60 e ’70. Le sinuosità e i motivi decorativi delle sue opere apparvero nelle copertine degli album musicali del tempo, e il suo linguaggio visivo trovò nuova vita perfino nei fumetti giapponesi e americani, nelle serie animate e nei videogiochi.
Oggi, l’impatto di Mucha è evidente in innumerevoli espressioni artistiche contemporanee: street art, moda, tatuaggi, manga online e numerose altre sottoculture. L’arte di Mucha continua a essere sorprendentemente attuale e rivoluzionaria, proprio come lo era nel 1895. E a Palazzo Bonaparte se ne offre, fino all’8 marzo, una imperdibile occasione di averne prova diretta.
PS: la gran parte delle informazioni contenute in questo articolo proviene dalla cartellonistica che accompagna le opere esposte, a disposizione dei visitatori e curata dai responsabili dell’allestimento.

