di Vicky Amendolia
Amo profondamente il popolo israeliano e lo ammiro non per ciò che ha subito nei campi di sterminio (il cui pensiero mi produce profondi dolore e indignazione), ma per ciò che ha saputo costruire dopo: un Paese fondato sull’intelligenza, sulla ricerca, sull’arte e sulla tenacia di chi ha trasformato la memoria in progetto. È un popolo che, pur vivendo in un costante stato d’assedio, ha dato al mondo scienziati, filosofi, scrittori, uomini e donne di straordinario talento. Ma proprio per questo, ogni volta che la sua storia viene piegata a logiche di potere o ridotta a strumento di consenso politico, sento che si tradisce qualcosa di profondo.
Non ho alcuna simpatia per Hamas — e non potrei averne. È un’organizzazione terroristica che ha fatto della religione un’arma, che ha colpito civili innocenti e soffocato ogni speranza di crescita civile del proprio popolo. Hamas ha usato il dolore come linguaggio e la morte come pedagogia politica. È il nemico della pace e della libertà, anche per i palestinesi che dice di rappresentare.
Eppure, allo stesso tempo, non posso tacere la mia disapprovazione per Benjamin Netanyahu, che ha trasformato la legittima difesa vendetta tesa a soddisfare in un disegno di potere personale. Ha alimentato la paura come forma di consenso, trasformando la sicurezza nazionale in uno strumento politico.
Ho la sensazione, ormai difficilmente smentibile, che Hamas e Netanyahu siano due facce della stessa medaglia: entrambi hanno avuto bisogno l’uno dell’altro per sopravvivere politicamente. Il terrorismo islamico come alibi per la repressione e la repressione come carburante per il terrorismo.
In questo scenario, Donald Trump oggi si gode la ribalta mondiale come “l’architetto della pace”. Ma già nelle sue stesse parole c’è tutta l’ambiguità del suo ruolo. Parlando al Knesset, ha dichiarato di aver “fornito a Israele un sacco di armi — alcune che non avevo mai sentito nominare — e che sono state usate bene”¹. È difficile immaginare un paradosso più grande: un mediatore che si vanta di essere stato il principale fornitore di strumenti di morte.
E non è tutto. Trump ha anche affermato che “gli Stati Uniti disarmeranno Hamas se non lo farà da s锲.
Non è linguaggio diplomatico, ma intimidatorio. Una pace che nasce da una minaccia non è pace, ma imposizione.
In un’analisi di Al Jazeera, si evidenzia come Trump assuma non solo il merito del cessate il fuoco, ma anche la leadership dell’“era di pace” che egli stesso intende inaugurare — senza però affrontare con serietà i diritti dei palestinesi o il rispetto del diritto internazionale. È uno slittamento simbolico inquietante: il negoziatore che diventa protagonista, il fornitore d’armi che si proclama pacificatore.
Ed ecco le domande, inevitabili, che nessuno sembra voler porre apertamente.
Perché Netanyahu ha foraggiato Hamas per anni, consentendo o tollerando l’afflusso di fondi, armi e vettovagliamenti dal Qatar³ (consegne protette dall’esercito israeliano), pur sapendo che sarebbero finiti nelle mani di chi giurava di distruggere Israele?
Perché, pur disponendo di uno dei migliori apparati di intelligence al mondo, Israele non ha impedito il massacro del 7 ottobre, di cui — secondo diversi rapporti — i servizi avevano intercettato segnali premonitori⁴?
E ancora: perché, in decenni di supremazia tecnologica, di intelligence e militare, non è mai stata condotta un’operazione chirurgica per neutralizzare la leadership di Hamas? È davvero possibile che l’unico modo per colpire il terrorismo sia distruggere interi quartieri e migliaia di vite civili? O forse mantenere Hamas “parzialmente vivo” serve a più di qualcuno?
E poi c’è l’altra metà del disastro: perché Hamas, nel passato, ha sempre osteggiato con forza il riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina, condannando così il proprio popolo a restare senza patria e senza futuro? Forse perché un popolo libero e sovrano non avrebbe più bisogno dei suoi carcerieri ideologici.
Intanto, la “pace” firmata a Sharm el Sheikh sembra più un equilibrio di convenienze che una conquista di civiltà.
La Commissione d’Inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha accusato Israele di atti configurabili come genocidio, ricordando che le azioni e le omissioni dei suoi leader “sono imputabili allo Stato stesso”⁴.
Il rapporto parla di scuole e ospedali bombardati, di civili colpiti mentre cercavano rifugio, di fame usata come arma di guerra.
Amnesty International ha denunciato come anche la violenza di genere sia stata utilizzata come forma di oppressione “parte integrante degli atti genocidi”.
Non sono accuse isolate, ma il grido di un diritto internazionale umiliato da chi avrebbe dovuto tutelarlo.
In Israele, nel frattempo, lo stesso governo è diviso: Netanyahu è sempre più isolato nella sua coalizione, con ministri dell’estrema destra pronti a lasciarlo se dovesse accettare concessioni troppo ampie⁵.
La verità è che nemmeno in Israele la pace è un progetto condiviso. È un compromesso imposto dalla necessità, non una scelta di visione.
E mentre i leader firmano e sorridono davanti alle telecamere, le voci del dolore restano sepolte sotto le macerie.
Medici di Gaza raccontano di ospedali senza elettricità, di sale operatorie improvvisate, di bambini morti per mancanza di ossigeno.
Una madre palestinese, intervistata da Il Manifesto, ha detto: “Ho perso tre figli, li ho visti morire nella mia stanza. Ho pregato che la pace venisse, ma non possiamo pagare così il prezzo della pace.”
E in Israele, alcune famiglie di ostaggi liberati hanno dichiarato a Haaretz: “Per noi oggi inizia una nuova prigionia, quella dell’oblio politico.”
Sono parole che raccontano più di qualunque vertice internazionale.
E poi c’è l’Europa, che come sempre si è mossa troppo tardi e troppo piano.
Ha proclamato solidarietà, votato risoluzioni, inviato, a scoppio ritardato, aiuti umanitari, ma non ha mai avuto il coraggio di esercitare una vera pressione politica.
Le Monde scrive che l’Unione “non è riuscita a costruire una posizione comune, oscillando tra il sostegno a Israele e la difesa del diritto internazionale, senza emergere né come garante né come arbitro”⁶.
In altre parole: un continente spettatore, incapace di incidere, che ha preferito il linguaggio dei comunicati al peso delle azioni.
Eppure, i numeri gridano più delle parole: secondo Reuters, i morti palestinesi superano le 60.000 unità, di cui oltre un terzo bambini e adolescenti⁷.
The Lancet ha confermato che non esistono prove di esagerazione nei dati del Ministero della Salute di Gaza⁸.
Sono cifre che non si possono archiviare come “effetti collaterali”.
Dietro ogni numero c’è una persona, un nome, una storia che non vedrà mai la fine di questa guerra chiamata pace.
E mentre a Sharm el Sheikh i capi di Stato posavano per la foto ufficiale, nei quartieri distrutti di Gaza la gente scavava ancora con le mani.
Ecco perché mi rifiuto di considerare questa una vera pace.
La pace non può nascere dalla paura né dalla forza, non può essere firmata da chi ha costruito il proprio potere sulla guerra.
La pace autentica si fonda su tre pilastri: verità, responsabilità e giustizia.
Finché non sapremo rispondere a domande semplici ma cruciali — chi ha armato chi, chi sapeva e ha taciuto, chi ha alimentato la violenza e chi ha impedito il riconoscimento della Palestina — questa pace resterà solo un intervallo tra due tragedie.
Non basta spegnere i cannoni se non si disarma la menzogna.
E non basta firmare trattati se non si restituisce dignità alla verità.
Perché la pace, senza giustizia, non è che una tregua camuffata.
Fonti indipendenti
- Reuters, Trump says Hamas must disarm or be disarmed, perhaps violently, 14 ottobre 2025.
- Associated Press, Trump administration proposes $6 billion arms sale to Israel, 2024.
- Haaretz, How Netanyahu helped strengthen Hamas to weaken the Palestinian Authority, 2023.
- ONU, Independent International Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory, report 2025.
- Reuters, Far-right coalition partners threaten Netanyahu over peace concessions, ottobre 2025.
- Le Monde, War in Gaza: The EU’s diplomatic failure, giugno 2024.
- Reuters, How many Palestinians has Israel’s Gaza offensive killed?, marzo 2025.
- The Lancet, No evidence of inflated mortality reporting from Gaza Ministry of Health, agosto 2024.

