A distinguere i socialisti dai comunisti stava anche la forma organizzativa del partito, che rispecchiava la loro diversa impostazione ideologica: quella riformista e gradualista e quella rivoluzionaria. Prampolini sollevò il problema già nel 1924, rivolgendosi sia al suo partito che a quello comunista.
La sua concezione organicistica del socialismo si basava su un modello organizzativo territoriale che si distingueva nettamente da quello cellulare del PCd’I, a imitazione di quello sovietico.
La forma territoriale faceva combaciare l’organizzazione, e quindi le federazioni e le sezioni, con circoscrizioni amministrative e politiche dello Stato (Comuni e Province).
Quella cellulare faceva invece combaciare l’organizzazione esclusivamente con i luoghi di lavoro. Non si trattava di una distinzione formale, ma rendeva evidente anche una diversa e opposta missione politica ed ideologica dei due partiti. Nelle cellule, secondo i comunisti, si doveva preparare l’insurrezione o meglio la rivoluzione. Esse rappresentavano i nuclei fondanti della futura società comunista così come l’aveva disegnato il modello bolscevico.
Il PSI si poneva invece l’obiettivo della progressiva conquista dello Stato borghese, avvalendosi di tutti gli strumenti che lo Stato offriva ai cittadini, e ai partiti. Prampolini affrontò il tema sottolineando su La Giustizia settimanale del 21/12/ 1924 che “È un errore rinchiudere le basi di un partito proletario fra le mura delle fabbriche e degli uffici e fra le siepi dei campi… essi non sono tutta la società e soprattutto non possono essere separati ed isolati dalle altre forme di vita… nella quale tutte le cose sono legate fra loro”.
Il leader socialista reggiano si chiese in sostanza come fosse concepibile optare per una forma organizzativa che avrebbe portato inevitabilmente a introdurre nel partito uno spirito esclusivamente operaista, quando non anarchico.
Senza sottovalutare l’importanza di tali luoghi di lavoro per lo sviluppo della presenza socialista nella società, “secondo la dottrina socialista non si può compiere quest’azione che attraverso la sua organizzazione di classe, attraverso l’associazione sindacale, senza la quale per la classe lavoratrice non esiste nessuna possibilità di lotta né di sviluppo”.
L’organizzazione per cellule, oltre a limitare il campo d’azione del partito a soli determinati luoghi di lavoro, si dimostrava probabilmente più corrispondente alla volontà comunista di conquistare lo Stato grazie non alla formazione delle coscienze, alle progressive conquiste sociali e all’affermazione elettorale, ma attraverso colpi di stato, insurrezioni e rivoluzioni.
La realtà politica, economica e sociale era molto più complessa di quella considerata dai comunisti e per essere cambiata anche radicalmente non necessitava di scorciatoie inesistenti e illusorie.
Per tutto ciò “la vecchia organizzazione territoriale, politica ed economica- secondo Prampolini- è la migliore; è l’unica per i lavoratori che vogliono effettivamente lottare per la loro effettiva redenzione”.
L’affermazione conclusiva che ne conseguì fu dunque senza appello: il sistema organizzativo per cellule è antisocialista.

