Il 23 giugno ricorre il decimo anniversario del voto sulla Brexit. E gli inglesi oggi sanno che il verdetto sull’andamento economico della Gran Bretagna è chiaro: l’uscita dall’UE ha causato costi ingenti per famiglie e imprese. L’impatto della pandemia di Covid, delle guerre in Ucraina e Iran, e delle battaglie commerciali di Donald Trump, aggravano il quadro. Oggi gli esperti concordano su come le previsioni a lungo termine fossero corrette: l’economia si è ristretta di molto, più di quanto sarebbe stata altrimenti, il commercio è calato, gli investimenti delle imprese e la crescita della produttività si sono arrestati e le famiglie si trovano con migliaia di sterline in meno all’anno. Charlie Bean, ex vice governatore della Banca d’Inghilterra, ha esaminato le previsioni del Tesoro e ha dichiarato:
“Col senno di poi, la valutazione a lungo termine era corretta. Siamo più poveri di quanto saremmo stati altrimenti”.
Oggi la sterlina è al di sotto del suo livello pre-Brexit. Il suo valore è crollato del 10%. Questo ha fatto aumentare il costo delle importazioni, innescando uno shock inflazionistico che ha danneggiato le finanze pubbliche e causato difficoltà finanziarie alle famiglie di tutto il paese. Gli esportatori non sono riusciti a trarne vantaggio, perché l’incertezza ha offuscato la propensione al commercio. Dieci anni dopo, la sterlina non è mai tornata al di sopra del livello pre-Brexit, colpendo duramente anche i turisti britannici.
E tutta la crescita del Regno Unito ha rallentato. Secondo l’Office for Budget Responsibility, l’organismo di controllo indipendente del Tesoro, il Regno Unito è sulla buona strada per subire una contrazione del 4% del reddito nazionale in un periodo di 15 anni.
Un’altra analisi condotta da Nick Bloom, importante economista britannico dell’Università di Stanford, per una ricerca del National Bureau of Economic Research statunitense, mostra che il PIL pro capite del Regno Unito è inferiore del 6-8% rispetto a quanto sarebbe stato senza la Brexit. Ha affermato Bloom:
“Le statistiche sono molto chiare: il Regno Unito è cresciuto più lentamente dopo la Brexit rispetto a prima. È a causa della Brexit? Probabilmente. Non si può esserne assolutamente certi, ma non vedo altri fattori che possano aver creato questo divario tra il Regno Unito e gli altri paesi“.
Anche il commercio ha risentito dell’aumento delle difficoltà alle frontiere. La Brexit ha comportato l’innalzamento di barriere commerciali, con conseguenti ripercussioni sulle esportazioni di beni. L’UE rimane il principale partner commerciale del Regno Unito, ma dalla fine del periodo di transizione con l’UE, il 31 dicembre 2020, la crescita delle esportazioni di beni del Regno Unito ha rallentato rispetto a quella del G7. Gli esportatori, in particolare, si trovano ad affrontare una maggiore burocrazia e gravi ritardi alle frontiere.
Bloom ha paragonato la situazione a un negozio che si trasferisce dal centro città alla periferia:
“Si rende più difficile raggiungere il negozio e tornare indietro, e non sorprende che la domanda diminuisca. Inoltre, si aumenta l’incertezza con le continue aperture e chiusure, e la gente non sa se il negozio è ancora aperto“.
Dopo la Brexit, la mancanza di un piano chiaro da parte del governo ha portato ad anni di dispute interne su cosa dovesse effettivamente significare l’uscita – mai definita in modo preciso, e spesso soggettiva – nella pratica. E in questo caos le imprese hanno bloccato i loro piani di investimento: oggi sono inferiori di quasi il 18% rispetto a quanto sarebbero stati in caso di permanenza nell’UE, e la produttività inferiore fino al 4%, a causa della riluttanza a investire in attrezzature e progetti dovuta all’incertezza. John Springford, del Centre for European Reform, ha affermato:
“La Brexit è più una storia di stagnazione e di una lenta erosione che di recessione e aumento della disoccupazione”
Anche l’occupazione ne ha risentito. La disoccupazione nel Regno Unito è diminuita subito dopo il referendum, raggiungendo uno dei tassi più bassi dagli anni ’70, prima di aumentare bruscamente durante la pandemia. Tuttavia, gli esperti oggi affermano che la crescita salariale è stagnante. I salari reali medi sono aumentati in media di sole 43 sterline a settimana, al netto dell’inflazione.
La Gran Bretagna si è rivelata il Paese del G7 con le peggiori performance in termini di ritmo di ripresa della partecipazione alla forza lavoro dopo l’allentamento delle restrizioni dovute alla pandemia. E i giovani hanno subito le conseguenze più pesanti del calo dei tassi di partecipazione, con un aumento di quelli tra i 16 e i 24 anni che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione, che ha superato il milione: il livello più alto dal 2013. Oggi l’occupazione nel Regno Unito è inferiore del 3-4% rispetto a quanto sarebbe stata in uno scenario di permanenza nell’UE.
Dopo la Brexit, nonostante le promesse della campagna sostenuta dal governo conservatore, l’immigrazione netta nel Regno Unito è aumentata notevolmente, raggiungendo il livello record di quasi 1 milione di persone nel 2023. Anche la guerra in Ucraina e l’allentamento delle restrizioni dovute al Covid hanno contribuito al fenomeno. Ma anche le modifiche alle norme sull’immigrazione successive alla Brexit hanno avuto un impatto. Quasi il 90% degli arrivi proviene da paesi extra UE, mentre il saldo migratorio netto dal blocco dei 27 paesi è diminuito. I datori di lavoro hanno dovuto affrontare questa carenza di personale in particolare nei settori dell’edilizia, dell’ospitalità e della manifattura, ora in crisi.
Le statistiche riportano che il sostegno pubblico alla Brexit è in costante calo. Un sondaggio di maggio mostra che il 70% dei britannici è favorevole a un rapporto più stretto con l’UE, senza tuttavia rientrare nel blocco, nel suo mercato unico o nell’unione doganale. Oltre due terzi ritengono che allentare i legami sarebbe un errore. La maggioranza – il 56% – si dichiara favorevole al rientro nell’UE.
Insomma: gli inglesi ci stanno seriamente ripensando. E conti alla mano, Albione dovrebbe preparare in fretta la valigia del ritorno a casa.

