Difficile, oggi, parlare a briglie sciolte di scuola e futuro. Non per il Professor Di Salvo, tra i più eclettici dei docenti che insegnano nelle storiche aule del liceo classico statale “Massimo D’Azeglio” di Torino.
Aule che hanno visto formarsi Primo Levi, Giulio Einaudi, Norberto Bobbio, Gianni Agnelli, Piero Angela, Cesare Pavese e Leone Ginzburg. Aule che oggi hanno Daniel Di Salvo a rendere il latino e il greco preziosi. Come prezioso è il suo lavoro, così appassionato e incisivo. E impavido.
Professore, lei ha fiducia nei suoi giovani studenti?
Io non ho fiducia in me stesso, figuriamoci negli altri. E non saprei se è meglio fiducia o speranza. Fiducia è fides, e significa che io mi rimetto a qualcuno senza averne garanzia. E allora fiducia potrebbe essere: vedo alcune cose, le intuisco, mi sembra di capirle, e stanti queste premesse si può dire che mi fido, e quindi ho fiducia. Negli studenti che io ho davanti ho fiducia, sì. Per alcuni sarà una scommessa, magari vincente.
E questo sistema scolastico, è il più affidabile per i ragazzi?
Ce ne vorrebbe un altro, per fare un confronto. Ma questo è il Ministero dell’Istruzione e del Merito, il MIM, scritto con autoironia incosciente, o forse cosciente: in inglese chiamano Mim Maga Magò, quindi questo Ministero MIM ha qualcosa dello sconclusionato, del sudicio e del ributtante di Maga Magò. Rispetto ad altri sistemi, le maglie del nostro sono molto più rigide; hanno il vantaggio che costringono allo studio metodico, e lo svantaggio di impedirti di porti domande: «Ma quello che sto facendo, funziona davvero?» È un sistema che rischia di limitare la flessibilità. Globalmente, tuttavia, una scuola così costrittiva può funzionare.
Se fosse lei a decidere, su cosa interverrebbe per modificare il sistema?
A me piace non decidere, o decidere sulle cose che io sono in grado di decidere: programmi, autori, cosa si attaglia di più alle caratteristiche dei miei studenti, cosa meriti o meno. Normalmente vorrei vedere un MIM che non sia un Ministero di ignoranti, e questo vale anche per il presidente del consiglio.
Una cosa bellissima sarebbe aumentare vertiginosamente gli stipendi dei docenti. È una considerazione oggettiva: il sistema scolastico italiano, nonostante molti limiti e ottusità, è un sistema davvero notevole per tanti aspetti. Perciò non puoi avere degli strumenti di pregio tra le mani e pagarli poco. Questa è una scorrettezza tutta italiana. Un amico di famiglia, liberista, tempo fa sosteneva che noi fossimo l’ultimo paese comunista d’Europa, pur non essendolo mai stato storicamente: perché siamo gli unici che vanno avanti per inerzia, senza premiare il merito. Questo non va bene. Dice il ministro Salvini: «I nostri ragazzi….» Queste sono sciocchezze populiste, per poi sottopagare quelli che formano questi “ragazzi”. È antieconomico, e ostile al liberismo tanto caro alla destra italiana, a Berlusconi e a qualsiasi logica di mercato. Andiamo a nozze coi fichi secchi, quindi.
E per quanto riguarda la selezione del corpo docenti?
In Italia non funziona. Perché siamo un Paese in cui c’è la carta e la sostanza: la carta è meravigliosa, la sostanza è tutta un’altra musica. È così dappertutto, ma in Italia lo è al quadrato. Ci sono un sacco di modi per selezionare personale docente. Per 12 anni non si è fatto un concorso, poi quando lo si è fatto era durissimo: quello del 1999 aveva addirittura la traduzione dal greco al latino, e ho visto colleghi (che io sapevo essere eccellenti) non superarlo. Io vinsi un concorso nazionale ma ancora non ho capito come: sembrava che i posti non ci fossero. Poi ci fu un altro concorso, e poi ancora un concorso abilitante, per cui era sufficiente che ci si presentasse per avere il ruolo. Ma che caspita di selezione è? Vogliamo un paese liberale e liberista? Allora chi è capace venga assunto prima e pagato meglio. Invece da noi entrano tutti, prima o poi. E non è un bel fare, anche perché tutti sono pagati in ugual modo.
Quindi possiamo dire che neanche nel metodo di assunzione lo Stato è in grado di tutelare i suoi interessi, né quelli della collettività. La selezione è caotica: non si possono ripescare quelli che prima hai bocciato. Bisognerebbe quindi, davvero, prendere solo i migliori. Il ripescaggio, di per sé, lo vedo come il retaggio della nostra cultura cattolica: si perdona mille volte, alla fine si assolvono tutti. Io sono stato assunto per aver vinto un concorso, dopo aver dato dieci anni del mio lavoro come manodopera schiava sottopagata (supplente) e poi ho atteso che intervenisse l’Europa minacciando il governo Renzi con milioni di euro di sanzioni affinché fossi assunto.
Cosa convince un buon insegnante a restare nella scuola italiana, nonostante le obiettive frustrazioni?
Mi viene in mente un vecchio ma riuscito spot di una casa automobilistica che diceva «La passione ci guida». L’unica cosa che sia in grado di motivare è la passione. E non è una piccola cosa. Potremmo anche parlare del dialogo formativo tra docenti e studenti, che comunque è legato alla passione. È stimolante anche confrontarsi con i colleghi. Viceversa non mi sento per nulla in debito verso uno Stato ignobile, e nella sostanza truffatore. Lo Stato italiano è un truffatore nei confronti degli insegnanti.
Cosa intende per “Stato truffatore a danno degli insegnanti“?
Io divenni dottore di ricerca nel 2003. In Italia dottore di ricerca significa che se non hai una raccomandazione è molto difficile continuare. Avevo pensato di cercare lavoro in una casa editrice dopo il dottorato: non ero tagliato per cercare simpatie, appoggi e favori. Iniziai a insegnare per caso in terza fascia, quella di chi non ha né arte né parte. E lo Stato italiano ebbe cura di non indire un solo concorso nazionale dal 2000 al 2012: per risparmiare denaro, per non assumere a tempo indeterminato dei docenti. Tra l’altro, con stipendi risaputamente molto elevati! [ride]
Se uno studente le dicesse “voglio insegnare in un liceo classico, come lei” cosa gli direbbe?
Cerco di dissuaderlo immediatamente, se dice voglio insegnare in un liceo classico: perché rischia che non ci sia più alcun liceo classico quando insegnerà. Però se mi dice «voglio insegnare», perché no: quella è la sua vocazione. Avere la vocazione è fondamentale: io ho una vocazione all’insegnamento, il che non significa essere necessariamente capaci: significa metterci l’anima. La vocazione serve anche per costruire ponti. Non per il ponte sullo Stretto, considerando che Salvini è una persona assolutamente spregevole oltre che di un’ignoranza abissale, e continua a mettere la T-shirt sbagliata nella situazione sbagliata. Io sono imbarazzato di questo: gli insegnanti, sottopagati, hanno nelle mani il destino degli studenti, e invece questo signore è strapagato per essere l’ignorante presuntuoso che è.
Scuola privata o scuola pubblica?
In Italia la scuola privata ha una spiccata connotazione confessionale. Io non ho nessuna simpatia per il sistema confessionale (cattolico, quindi). Ho solo esperienze indirette, tramite mia moglie, della scuola privata cattolica. E ho visto cose aberranti accadervi, sul piano ideologico ma anche sindacale e lavorativo: vessazioni, nonnismo, intimidazioni e sfruttamento inutile o perfino, di fatto, illegale. Sono dunque molto sospettoso verso la scuola privata. Penso in generale che una scuola privata cattolica non sia una buona scelta perché significa “incanalare” ideologicamente: e a me non piacciono le situazioni in cui uno è incanalato. Perché dobbiamo maturare decisioni critiche autonome, con metodo socratico, cioè volto al continuo miglioramento di sé. Chi pensa di avere la verità in tasca, in realtà in tasca non ha assolutamente nulla. Di questi possessori assoluti della verità io non ho un’opinione molto alta, per usare un eufemismo.
Quanto siamo lontani, oggi, dal dettato costituzionale per cui la democrazia rimuove ogni ostacolo alla piena istruzione?
Sulla carta funziona tutto. Ma ovviamente ci sono dei condizionamenti economici. L’Italia è specializzata nello scrivere cose molto belle ma nel non riuscire a concretizzarle. Di fatto alle migliori scuole accedono coloro che per ragioni culturali se lo possono permettere. E molto spesso cultura fa rima con benessere economico. Da quello che ho capito, ma non sono molto aggiornato su questo, accedere alle borse di studio è difficile, a meno che non si abbia una situazione davvero molto particolare. Quindi, in sostanza, bisogna fare comunque molti sacrifici per studiare.
Inoltre si pone anche la questione delle raccomandazioni. Io fui guardato con grande stupore quando si scoprì che nel mio concorso di dottorato ero l’unico studente non raccomandato. La cosa fece grandissimo scalpore. Tutti sapevano già prima dove sarebbero stati assegnati.
E l’ho già detto anche ai miei studenti, forse non in prima, ma l’ho detto o lo dirò. Esorto ad andare all’estero, dove le raccomandazioni, pur essendoci, sono comunque meno ingombranti.
Quindi lei è favorevole alla fuga dei cervelli?
In realtà qui da noi i cervelli di posto ne hanno poco. È un dato oggettivo. Sfruttati, costretti a trovarsi una raccomandazione (quando non costretti a offrire favori di altra natura), economicamente vessati, umiliati: ma perché non devono andare dove il loro talento viene riconosciuto?
A me questo paese piace, a parte chi lo popola e chi lo governa. A parte tutti, mi piace. Però mi rendo conto che sia molto difficile lavorarvi.
Ho visto persone migliori di me incontrare grande difficoltà nel risolversi. La maggior parte o si adeguava a situazioni umilianti o andava all’estero. Ma in fondo, noi siamo cittadini europei e del mondo. Non ci nascondiamo dietro un dito: perché un medico non può posizionarsi altrove, piuttosto che stare qui nel supplizio? Torniamo a quanto detto prima: siamo l’ultimo Stato comunista d’Europa. Lo Stato paga tantissimo per formare i suoi studenti e poi li lascia andare all’estero. Una grave contraddizione economica che continuo a non comprendere. Per lo meno gli insegnanti sono sottopagati quindi un minimo di coerenza nel non-senso si rileva. [ride]
Allora la sua è una missione o una catarsi?
Se per catarsi si intende, come dicono i piemontesi, «togliersi un tappo» o «prendere un purgante», non direi [ride]. Se per catarsi si intende invece purificazione, e consegnarsi a un livello superiore, questo sì, ma non la chiamerei katharsis ma dialogos, in maniera platonica. Perché ogni dialogo comporta un passaggio a un sé migliorato. Tutto ciò di rilevante che non ho modo di dire altrove, lo dico a lezione: ci sono cose talmente grandi che o tieni dentro e ti rovini la vita, oppure le dici a lezione. Mi piace dare stimoli critici su dati oggettivi, dopodiché sta agli studenti farsi un’idea.
Il suo lavoro è il più difficile o il più bello del mondo?
No, questo non è il lavoro più bello del mondo. Dirlo è un sotterfugio molto ipocrita che si usa per i medici e per gli insegnanti: per gli insegnanti perché così li possono pagare poco… In verità, cameriere o barista sono lavori altrettanto degni, e altrettanto capaci di cambiare il mondo. Di certo a me insegnare piace molto, perché mi diverte, nel senso etimologico: de-vertit, mi distoglie cioè dalle miserie e dalle pochezze del presente, e del presente governo: mi aiuta a vedere il meglio che ho davanti, e non soltanto il peggio.
Se fosse Ministro del MIM, cosa farebbe?
Forse in prima battuta ne cambierei il nome, che trovo sciocco e inutile. Non si capisce perché quello dell’istruzione debba essere un ministero del merito e invece quello delle Infrastrutture è nelle mani di un ministro che è sprovvisto di capacità: perché questa persona non dovrebbe dimostrare il suo merito, dopo tutte le figuracce che ha fatto a livello nazionale e internazionale? Non c’era bisogno di aggiungere il “merito”: nell’ambito concorsuale ho visto cose spaventose e vergognose. È, questo, uno stile molto italiano e ipocrita. Allora facciamo anche il ministero della Giustizia e del Merito, il ministero degli Interni e del Merito… Del resto, dopo aver letto le dichiarazioni di Piantedosi a seguito dei fatti di Pisa ho pensato che queste si potessero definire ingenue solo se a parlare fosse stato un bebè; invece sono imbarazzanti perché dette da un adulto. Da ministro, cambierei in primis gli stipendi. Il sistema non lo pasticcerei troppo: non mi sembra una brutta cosa lasciar fare agli insegnanti il loro mestiere, anche se non inerzialmente. Però è un sistema troppo sottoposto a pressione: bisogna avere molte energie mentali, psichiche ed etiche per arrivare a fine giornata continuando a capire chi sei. Non è facile, e non è da poco. Ad esempio inventarsi l’orientamento: è aggiungere fuffa, aria fritta, e serve a poco nella sostanza. Bisognerebbe invece chiedersi a che serve un liceo, o a che serve studiare l’italiano. Per non parlare del liceo del Made in Italy, l’ennesima pagliacciata italiana. Nei fatti, se già è pessimo l’attuale sistema concorsuale, eviterei di ricorrere al “preside sceriffo” perché sarebbe catastrofico. Circa i test attitudinali cui sottoporre gli insegnanti, io suggerirei che a farli siano prima gli attuali governanti.
E per quanto riguarda il rapporto genitori-insegnanti?
Parlando sulla base della mia esperienza, grandissimi problemi con i genitori io non ne ho mai avuti. Il problema, che può essere al contempo un vantaggio e uno svantaggio, è che i genitori (soprattutto in un liceo) sono molto presenti. Ma questo familismo assai consolidato è molto italiano. Il problema, se c’è, è più generale: i genitori vogliono sorvegliare i figli un po’ in tutto ciò che fanno. Io stesso, da genitore, lo comprendo: per eccesso di protezione o di perfezione si vuol sempre ficcare il naso nella vita dei figli, come a voler imporre la propria personalità. È una maledizione del nostro tempo. Parafrasando Platone, noi non sappiamo morire. Non riusciamo a cancellare quella parte di noi che vorremmo a tutti i costi estendere a chi ci sta intorno, a cominciare proprio dai figli. Ma non ritengo che i genitori siano così invadenti a scuola. Sono piuttosto interlocutori piacevoli.
Perché, allora, molti docenti puntano il dito contro i genitori?
C’è una mentalità aziendale nelle scuole: bisogna dare spazio alla cosiddetta utenza (termine che trovo abietto e improprio). Per questo viene dato tanto spazio ai genitori con i colloqui collettivi, che non servono a granché. Si torna solo a casa col mal di testa. Estendere a dismisura la presenza dei genitori a scuola non migliora la qualità del dialogo: la peggiora. Sarebbe invece meglio parlarsi poco, bene, e cercare di fare il minor danno possibile ai figli/studenti. E lo dico proprio in qualità di genitore e docente, al contempo.
Sostiene chi auspica una “completamente nuova” generazione di insegnanti?
Il completamente nuovo non esiste mai. Tutti quelli che fanno rivoluzioni fanno bene a farle, in molti casi, ma poi non partono mai da qualcosa di completamente nuovo. Vediamo la rivoluzione d’ottobre: alla fine sono tornati a fare un impero che è come quello zarista, ma lo hanno fatto nel nome del proletariato (fottendo il proletariato). Non credo nella novità totale, che non può esistere in assoluto, né in particolare in un liceo fortemente tradizionalista come è quello italiano. Serve dare un senso al ‘vecchio’. Nelle nostre vite noi siamo vecchiume, sempre. Noi siamo quelli di ieri che devono cercare di capire l’oggi. Il vecchio in sé non è male, anzi: è profondamente positivo. Siamo noi che nella nostra foga di novità ci troviamo a essere senza radici: non siamo vecchi, non siamo nuovi, siamo solo ridicoli.
Come valuta il sistema premiante applicato alle scuole?
Più iscritti ci sono, più bestie si vedono? Posto che il livello di iscritti deve essere molto alto, è una politica di risparmio del governo gabellata per politica di promozione della qualità. Il livello di iscritti deve essere molto alto sennò la tua scuola viene accorpata ad altre, per risparmiare sullo stipendio del dirigente. Per questo parlo di Stato truffatore: la fanno passare come questione di merito, ma è solo portafoglio. Come l’idea di cancellare il liceo classico. Considerato il livello altissimo di sprechi che c’è in questa società, mi imbarazza che un liceo classico debba essere accorpato ad altre scuole per risparmiare sul costo di un DSGA. Non si migliora la qualità, si tagliano solo i fondi. Noi abbiamo una delle scuole migliori d’Europa, quindi basta anche con l’esterofilia. Dovremmo invece tagliare altro: insegnanti sottopagati, scuole farraginose, invenzioni burocratiche che si innestano una sull’altra, l’orientamento, tutte cose che finiscono col soffocare il senso stesso dell’istruzione. Io sarei per meno facciata e più sostanza, e stavolta non parlo solo degli stipendi dei professori.
E circa il problema dell’integrazione degli studenti stranieri nella scuola italiana?
In verità l’integrazione culturale in un liceo classico è un problema irrilevante. Piuttosto è il problema dei ricchi, è giocare a fare i generosi quando sei pieno di soldi, circondato da persone che non hanno bisogno di soldi. Significa giocare a fare il nobile d’animo quando nessuno ne ha bisogno. C’è un problema che dice “Il pesce puzza marcendo sempre dalla testa”. Ecco, a me sembra che in questo momento ci sia una classe dirigente, e governativa, di conio etico e culturale molto basso. Salvini è un noto razzista. E mi imbarazza pensare che una persona di tale malizia culturale e populista difenda l’idea di una superiorità dell’identità italiana. Quindi parlare di integrazione scolastica con questi esempi ai vertici è come avviare una lotta contro i mulini a vento. In un liceo classico in genere non ci sono problemi di integrazione multiculturale: pensarlo è strutturalmente insulso.
E a quanti sostengono che il liceo classico sia ormai inutile, cosa direbbe?
Innanzitutto si tratta di un problema di declino demografico. Per questo il classico ha sempre meno iscritti. Statisticamente gli immigrati sono più prolifici e quindi i loro figli andranno a iscriversi in altre scuole, non nel classico. La moria del classico non è collegata alla qualità dell’insegnamento, anche perché esso gode di una tradizione molto consolidata. È un problema meramente demografico.
Sul fatto che serva o non serva, non osservo il problema in termini generali. Io da docente mi chiedo spesso «Ma serve il greco?», e penso che sia una questione provocatoria. Si tratta di una domanda che ci disturba. Chiederselo significa distruggere comode certezze e ampliare il proprio spettro culturale, dargli profondità psichica, etica, culturale, storica. Come per qualunque disciplina. Come per la matematica, ad esempio. Il senso profondo del greco non è conoscere il genitivo, ma saper interpretare la realtà attraverso una scheggia fondamentale del nostro passato che è, appunto, il greco. Perché il passato ritorna sempre, e determina il presente. Forse è il presente. La nostra sta diventando una civiltà del nulla: chiederci perché facciamo quello che facciamo, collettivamente, significa fare autocritica. Allora piuttosto che chiedersi se il liceo classico abbia un futuro, bisognerebbe chiedersi se continueremo a farci domande. Bisognerebbe chiederci perché facciamo quello che facciamo. Quello che garantisce un futuro è continuare a farsi delle domande, meglio se imbarazzanti: se esiste la giustizia, se esiste la libertà, cosa è la libertà, se la vita ha un senso, se magari non lo ha, se serve il greco, se serve la matematica, se io esisto o non esisto, se sono qualcosa o non sono nulla, o tutte e due le cose insieme.
Torna in mente l’adagio di Churchill, tanto caro al prof. Di Salvo: “Success is not final, failure is not fatal: it is the courage to continue that counts“. E come dargli torto?

