Fa scalpore l’intervista rilasciata dal generale Roberto Jucci oggi a La Repubblica. Oggi, a pochi giorni dal triste anniversario del rapimento Moro.
Jucci, 98 anni, è stato comandante dei Carabinieri e, nel 1978, capo del Secondo reparto dello SME che si occupava di sicurezza (il SIOSO). Oggi ammette: «Il mio più grande rammarico è non avere capito che venivo strumentalizzato. Mi misero nell’angolo e poi mi mandarono via da Roma per non vedere e non operare». Del resto, non è neanche mai stato audito dalle commissioni parlamentari d’inchiesta.
Jucci racconta di quando Cossiga gli chiese di creare un apposito reparto dell’Esercito per liberare Moro, non appena fosse stata individuata la sua prigione. Gli fu data una settimana di tempo per essere operativi. Allora Jucci prese gli incursori del Col Moschin, acquistò armi inglesi e tedesche e partì con l’addestramento serrato in una base segreta allestita nella tenuta presidenziale di San Rossore. Il gruppo era pronto in pochi giorni, ma Cossiga non li ha mai più chiamati a intervenire. Secondo Jucci, l’incarico risultava “strano” fin dall’inizio: «Io trascorsi praticamente tutti i giorni del rapimento in Toscana, per predisporre questa squadra che non è mai entrata in azione. Forse lo fecero per allontanarmi da Roma».
Il racconto dell’ex generale si allarga anche alla P2, quando racconta che allora gran parte dei vertici delle Istituzioni militari erano nelle mani della Loggia e degli Stati Uniti. «Nell’elenco poi ritrovato da Gherardo Colombo c’erano persone che non comparivano nella lista. Ma erano molto collegate agli iscritti». Conferma che, del resto, ebbe direttamente da Federico Umberto D’Amato, allora comandante provinciale dell’Arma ad Arezzo e già vice commissario della polizia negli Affari Riservati del Viminale. Fu lui a dirgli: “Qui molti dei responsabili delle istituzioni sono stati voluti da Gelli. Il mio impegno più gravoso è stato far ricevere generali la domenica da Gelli”.
Jucci era molto legato a Moro. «Ricordo quando l’ho accompagnato nell’incontro con Gheddafi per discutere delle condizioni degli italiani in Libia. Ho avuto con lui vari colloqui, spesso mi chiedeva opinioni». Per liberarlo, aveva pensato a diverse opzioni: «Pedinare chi andava a portare le lettere scritte dalla prigionia al suo segretario Freato; cercare supporto nei Paesi arabi, che forse avrebbero potuto trovare un canale utile per la sua liberazione. Avrei tentato l’intentabile per salvarlo. Probabilmente non ci sarei riuscito, ma avrei tentato di tutto». Purtroppo, sottolinea Jucci, «non ci fu coordinamento, e ci si affidò al gruppo dei consiglieri di Cossiga per portare avanti le operazioni. (…) In realtà, mi sembrò che chi aveva il comando operativo agisse in modo ben diverso da ciò che tutte le persone oneste chiedevano. Moro doveva essere distrutto politicamente e fisicamente: se fosse sopravvissuto, la politica dell’Italia avrebbe avuto uno sviluppo diverso da quello che è stato».
Alla domanda “avremmo potuto salvare Moro?” Jucci risponde: «Si, se tutte le istituzioni avessero operato in questa direzione. Ma l’apertura di un governo, sostenuto da Moro, formato da comunisti e democristiani era osteggiata sia dagli Usa sia, per altri motivi, dall’ex Unione Sovietica».


1 commento
Noi socialisti lo avevamo capito che lo volevano morto. Proprio per questo a costo dell’ isolamento sia dalla politica che dalla popolazione abbiamo fatto l’ impossibile per salvarlo. Ma avevamo contro forze occulte e potentissime.